Forum Ambrosetti

Dazi, Giorgetti: «Per gli aiuti alle imprese va sospeso il Patto di stabilità»

Il ministro dell’Economia a Cernobbio: nelle regole europee c’è la clausola di salvaguardia generale oltre a quelle nazionali

di Gianni Trovati

3' di lettura

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Per mettere tutti i Paesi nelle condizioni di poter attivare aiuti pubblici ai settori più colpiti dalla guerra commerciale di Trump bisogna riattivare la sospensione generale del Patto di stabilità come ai tempi del Covid. Nel suo intervento al Forum Ambrosetti di Cernobbio il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti arriva dopo un lungo ragionamento a lanciare quella che chiama una «provocazione». Ma lo fa in una maniera chiara e diretta, segno che non solo di provocazione si tratta.

Aiuti alle imprese

Nella direttiva che ha riformato la governance economica comunitaria, spiega Giorgetti a Villa d’Este «c’è l’articolo 26», cioè quello che prevede le clausole di salvaguardia nazionali come quella indicata dalla commissione Ue per aumentare le spese militari dei Paesi, «ma c’è anche l’articolo 25», cioè la clausola di fuga generale che permette a tutti gli Stati membri di «deviare dal percorso della spesa netta stabilito dal Consiglio, in caso di grave congiuntura negativa nella zona euro o nell’Unione nel suo complesso», come si legge nella direttiva 2024/1263. «In questi giorni si è cominciato a evocare aiuti per le imprese», spiega il ministro dell’Economia snocciolando gli anelli di una riflessione «seria e pragmatica» come rivendica a più riprese, ma «gli aiuti alle imprese sono un intervento di tipo economico-finanziario a carico dello Stato, che deve essere consentito dalle regole Ue. E se in Europa si riconosce la grave situazione di rischio economico – chiude l’anello il titolare dei conti – ricordare che ne nell’attuale governance economica c’è anche l’articolo 25 oltre al 26 è la logica conseguenza».

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Approccio «prudente e realista»

Questo naturalmente non significa nell’ottica di Giorgetti un nuovo “liberi tutti” come quello che nell’avvio della stagione del Covid ha allargato in modo sconfinato gli spazi di bilancio permettendo al Governo Conte-2 di cancellare le clausole di salvaguardia sull’Iva ma anche di avviare interventi poi degenerati nel tempo come il Superbonus. Anche perché, almeno per il momento, l’impatto complessivo della battaglia dei dazi si annuncia incomparabilmente inferiore rispetto a quello del virus. L’altro debito e i conseguenti «ridotti spazi del bilancio italiano» rimangono del resto per Giorgetti «un dato di fatto» e un vincolo che «non posso e non voglio ignorare». Il titolare dei conti ci tiene anzi a «rivendicare» l’approccio «prudente e realista» sui conti che «intendo difendere anche nella nuova fase che stiamo affrontando», dopo il riconoscimento arrivato da Fitch nella serata di venerdì con la conferma del rating BBB con outlook positivo. Il rischio da contrastare è però quello di un ennesimo approccio asimmetrico in Europa, in cui chi ha più margini di bilancio può dispiegare strumenti e risorse incomparabili con quelle a disposizione degli altri. Il piano di spese straordinarie in armi e infrastrutture appena lanciato da Berlino lo testimonia in modo efficace.

Sangue freddo, controdazi dannosi

Oltre a essere almeno per ora molto più misurati rispetto ai tempi del Covid, i possibili aiuti ai settori più investiti dalla pioggia dei dazi americani non sono l’unico strumento di una strategia che secondo Giorgetti deve puntare alla «de-escalation», perché «non bisogna pigiare il bottone del panico». Il tasto è stato premuto nei giorni scorsi dalle Borse, che «talvolta agiscono in modo razionale», mentre la politica deve «mantenere il sangue freddo, valutare attentamente gli impatti ed «evitare di partire con una politica dei contro dazi che potrebbe essere semplicemente dannosa».

Risposta europea o italiana?

Come gli capita spesso, poi, Giorgetti entra in modo non scontato nella battaglia che anche in queste ore oppone i sostenitori leghisti della trattativa bilaterale fra Italia e Usa e chi invece come il ministro degli Esteri Antonio Tajani sostiene la necessità di una risposta unitaria della Ue. L’«approccio razionale» promosso da Giorgetti parte dalla considerazione che la strategia di Trump «è basata su criteri commerciali e utilitaristici» e non politici, con la conseguenza che alcuni «Paesi retti da governi socialisti per non dire comunisti sono stati trattati molto meglio rispetto a Stati liberal-democratici». Su questi presupposti, il titolare dei conti italiani sostiene che occorre agire sapendo che la politica commerciale «è sostanzialmente di competenza europea» ma non è l’unico fronte su cui agire. Fin qui se n’è discusso poco, ma altrettanto cruciale è il versante fiscale perché «l’amministrazione Trump ha dichiarato che il primo pilastro della tassazione internazionale Ocse è definitivamente morto, e che quindi gli Usa intendono ridiscutere su diverse basi il sistema di tassazione delle imprese americane che lavorano negli altri Paesi». Qui l’Europa è «in ritardo» perché la Digital Tax comunitaria esiste solo nei dibattiti teorici in corso da molti anni, mentre nelle Gazzette Ufficiali si leggono solo le tassazioni di singoli Paesi come l’Italia oltre alla Francia e alla Spagna.

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