Il conflitto e l’economia

Georgieva (Fmi): «La guerra in Medio Oriente frena la crescita mondiale»

La numero uno del Fondo annuncia la correzione al ribasso delle previsioni per il 2026, rispetto al 3,3% indicato a gennaio. La raccomandazione per i Governi: fornire supporto mirato e temporaneo ai ceti vulnerabili, se ci sono margini di bilancio, ed evitare misure in deficit, che aumenterebbero le pressioni inflazionistiche. Banche centrali: per ora meglio aspettare a intervenire

di Gianluca Di Donfrancesco

La direttrice generale dell’Fmi, Kristalina Georgieva (REUTERS) REUTERS

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«Se non ci fosse stato questo shock, avremmo alzato le previsioni di crescita globale. Ma ora, anche il nostro scenario più favorevole indica un ribasso». L’analisi della direttrice generale del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva, non può che confermare quanto già indicato da ogni ufficio sudi si sia cimentato sugli effetti della guerra in Iran e nel Medio Oriente. Quanto ampia sarà la differenza rispetto alla crescita, che ci sarebbe stata senza questo conflitto, e quindi quanto alto sarà il dazio che il mondo dovrà pagare, dipenderà dalla sua durata e dai danni che si lascerà alle spalle.

La frenata

Georgieva ha parlato giovedì 9 aprile dal quartier di Washington, dove la settimana prossima si terranno gli incontri di primavera dell’Fmi e della Banca mondiale, con la pubblicazione delle previsioni aggiornate.

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La guerra in Medio Oriente ovviamente dominerà le discussioni. Senza fornire cifre, per quelle si dovrà aspettare fino a martedì, la numero uno dell’Fmi ha indicato che ci si aspetta un indebolimento del quadro generale, nonostante la spinta che continua ad arrivare dagli investimenti nell’intelligenza artificiale.

A gennaio, il Fondo aveva stimato un aumento del Pil globale del 3,3% per il 2026, identica a quella registrata nel 2025. Con una correzione al ribasso, le previsioni indicherebbero pertanto una frenata, rispetto a un tasso di crescita che è già storicamente basso.

L’Fmi illustrerà diversi scenari possibili, con ipotesi di partenza di diversa gravità, che portano a effetti proporzionati sull’economia mondiale. Tuttavia, i danni subiti dalle infrastrutture, le interruzioni delle forniture, la perdita di fiducia e altri effetti durevoli, sono già tali, da portare appunto a una revisione al ribasso, anche nello scenario più favorevole.

Un esempio: il complesso Ras Laffan del Qatar, che produce il 93% del gas naturale liquefatto del Golfo, è chiuso dal 2 marzo, è stato danneggiato, e ci potrebbero volere dai 3 ai 5 anni per riportarlo alla piena capacità.

Come sempre, la crisi colpisce più duramente chi già è in una situazione di disagio. Altri 45 milioni di persone si rischiano la fame, portando il totale a oltre 360 milioni. L’Fmi prevede che la domanda a breve termine di sostegno finanziario salirà a una cifra compresa tra 20 e 50 miliardi di dollari.

Le raccomandazioni a Banche centrali e Governi

Negli Stati Uniti, le aspettative di inflazione a breve termine si sono alzate, nell’Eurozona è aumentata l’incertezza. «Per fortuna - ha sottolineato Georgieva - le aspettative a più lungo termine non si sono mosse». Di conseguenza, «per ora», le Banche centrali farebbero bene ad aspettare e vedere, restando ferme sul costo del denaro. Se però, «le aspettative di inflazione rischiano di disancorarsi e innescare una spirale», sarà necessario «intervenire con decisione, alzando i tassi».

La raccomandazione per i Governi, invece, è di fornire supporto mirato e temporaneo agli strati vulnerabili della popolazione, se ci sono margini di bilancio per farlo, e di evitare misure di sostegno in deficit, che aumenterebbero le pressioni inflazionistiche, spingendo le banche centrali a una stretta deleteria per l’attività economica.

Al tempo stesso, vanno evitate iniziative su restrizioni all’export e controllo dei prezzi, perché sarebbe come «versare benzina sul fuoco».

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