Mind the Economy/ Justice 130

Gauthier e la giustizia senza virtù

Una teoria contrattualistica che fonda la giustizia sulla cooperazione strategica tra individui razionali

di Vittorio Pelligra *

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Fino a che punto la ragione può imporre vincoli alla propria libertà, senza fare appello a ideali morali esterni? È sempre stata, questa, una delle domande centrali della filosofia moderna. Da Hobbes a Hume, da Kant a Rawls, molti pensatori hanno cercato di determinare se l’idea di giustizia rappresenti un limite interno della razionalità o qualcosa che la razionalità, da sola, invece, non è in grado di generare. Tra i contemporanei, David Gauthier, filosofo poco incline al protagonismo e molto alla disciplina del pensiero, è stato forse quello che ha esplorato questo problema con maggiore tenacia e profondità, elaborando una risposta di straordinario rigore e dalle vaste implicazioni teoriche e politiche.

Canadese di Toronto, Gauthier si è formato ad Harvard e Oxford, ha insegnato a lungo all’Università di Pittsburgh e durante tutta la sua carriera è si è impegnato nella costruzione di un dialogo rigoroso e non di rado polemico tra filosofia morale, teoria della scelta razionale ed economia. Da questo sforzo è nata una delle più ambiziose teorie della giustizia del secondo Novecento, costruita senza il ricorso a richiami morali o a retoriche edificanti. Uno stile che rispecchiava il suo carattere personale contemporaneamente esigente e sobrio.

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La giustizia, per Gauthier, non è figlia del sacrificio né della virtù, ma della razionalità. Non nasce dall’altruismo, ma dal riconoscimento che in un mondo caratterizzato dall’interdipendenza reciproca, l’egoismo senza vincoli rappresenta una strategia piuttosto miope. In Morals by Agreement, la sua opera più influente, Gauthier costruisce la sua argomentazione a partire dall’ipotesi di homo oeconomicus; l’agente razionale e autointeressato che sta alla base dei modelli dell’economia neoclassica. Non ne addolcisce la natura, non cerca di redimerlo né di emendarlo. È razionale e puramente interessato alle conseguenze che le sue azioni hanno su di lui. Gli altri non gli interessano. Gauthier non gli chiede di cambiare motivazioni, di diventare più buono. Semplicemente cerca di farlo pensare meglio. Partendo dall’idea di questo agente calcolatore e strategico arriva a dimostrare che vivere inseguendo un tale egoismo senza vincoli è decisamente una cattiva idea. Senza introdurre nessun intervento moralistico, arriva a mostrare come e quanto l’esclusivo perseguimento dell’interesse personale possa diventare self-defeating. Vivere egoisticamente non è riprovevole, per Gauthier, è solo razionalmente fallimentare.

Il punto di partenza della sua analisi è una situazione familiare agli economisti: il cosiddetto “Dilemma del Prigioniero”. In questo genere di interazioni strategiche, quando cioè le conseguenze delle scelte di un soggetto dipendono anche dalle scelte di tutti gli altri soggetti con cui egli sta interagendo, se ciascuno cerca di perseguire isolatamente il proprio interesse, l’esito che si determina è quello peggiore per tutti. Se si fosse in grado di cooperare si riuscirebbe ad ottenere di più, ma il vincolo dell’interesse personale intrappola gli individui in equilibri peggiori. È per questa ragione che, osserva Gauthier, “Ci sono circostanze in cui una persona ottiene risultati complessivamente migliori non scegliendo la risposta migliore” (1986, pp. 167–168).

Se ne conclude che l’egoismo funziona bene solo in contesti parametrici, dove le azioni degli altri sono date e non esercitano nessuna influenza sulle proprie decisioni. Ma la vita sociale non è così. È, piuttosto, un sistema interdipendente fatto di aspettative, di congetture, di risposte reciproche e di reputazione. Quando vado al supermercato per fare la spesa o scelgo il mio portafoglio di titoli, guardare esclusivamente al proprio tornaconto può rivelarsi la scelta più saggia. Ma quando sono al lavoro con un team di colleghi, guido in mezzo al traffico o anche, semplicemente, gioco a calcetto con gli amici, scegliere di perseguire esclusivamente il proprio interesse personale può rilevarsi controproducente e perfino autolesionistico. L’egoismo è, per usare il titolo di un altro suo libro “incompleto”.

È qui che entra in scena la figura centrale della sua versione del contrattualismo: il constrained maximizer, il “massimizzatore vincolato”. Non un altruista, non un giusto per vocazione, ma un individuo razionale e autointeressato capace, però, di accettare limiti alla propria azione a condizione che anche gli altri facciano lo stesso, che tali limiti siano reciproci. La moralità, in questo modo, non è rappresentata come un codice di regole sovraimposte, ma come come una strategia razionale che emerge nel lungo periodo.

Giustizia come accordo

Su questo punto Gauthier prende nettamente le distanze da Rawls. Nessun velo d’ignoranza, nessuna scelta impersonale. Gli individui sanno chi sono, conoscono le loro dotazioni, i loro vantaggi, le loro vulnerabilità. La giustizia non nasce da un principio morale astratto, ma da un accordo razionale ex ante sui termini della cooperazione. Come scrive esplicitamente, “Il contrattualista trova nell’accordo razionale la prova della validità morale e politica” (p. 15).

La giustizia così diventa non tanto una proprietà delle intenzioni quanto un criterio di validità delle pratiche sociali. Istituzioni, regole, mercati sono giusti se e solo se potrebbero essere accettati da individui razionali che si riconoscono reciprocamente come interdipendenti. Il criterio guida non è l’uguaglianza dei risultati, ma la “reciprocità non sfruttatrice” come la chiama il filosofo.

Per preservare l’assunzione di comportamento autointeressato e al contempo evitare che questo possa degenerare in azioni predatorie, come la mutua defezione in un Dilemma del Prigioniero, Gauthier introduce il vincolo della “clausola lockeana” (Lockean proviso) di cui abbiamo più volte parlato (Mind the Economy del 07/07/2024 e del 28/07/2024). “La clausola proibisce il miglioramento della propria situazione attraverso interazioni che peggiorano la situazione di qualcun altro” (p. 218). La giustizia non chiede che tutti guadagnino allo stesso modo, ma implica che nessuno possa migliorare la propria posizione a scapito di quella di altri. È un criterio di giustizia minimale e al tempo stesso esigente. Non impone una solidarietà attiva, ma vieta ogni forma di sfruttamento.

Perché l’egoismo è incompleto

Per Gauthier, dunque, il punto filosofico decisivo è che l’egoismo è un principio d’azione incompleto. Funziona bene nelle scelte individuali ma fallisce nelle interazioni strategiche. Un punto che aveva chiarito un decennio prima Amartya Sen affermando che “l’uomo puramente economico, in effetti, è vicino a essere un idiota sociale” (“Rational Fools: A Critique of the Behavioral Foundations of Economic Theory”, Philosophy & Public Affairs 6(4), pp. 317-344, 1977). In un mondo di agenti interdipendenti, l’egoista puro diventa prevedibile, escludibile, inefficiente. Non perché gli altri siano moralmente migliori, ma perché hanno buone ragioni per non fidarsi di lui. La cooperazione richiede una disposizione stabile, la capacità di impegnarsi, di mantenere accordi, di rinunciare talvolta alla migliore risposta immediata. Tutte cose estranee all’homo economicus.

Essere giusti, per Gauthier, non significa cooperare sempre. Significa cooperare in condizioni eque. Perché una apertura più ampia esporrebbe allo sfruttamento così come una più ristretta trasformerebbe l’agente in un free-rider riconoscibile, che verrebbe legittimamente escluso dai benefici della cooperazione sociale.

Le implicazioni politiche

La visione contrattualistica della giustizia nella versione che ce ne offre Gauthier può sembrare minimale e forse un po’ cinica, ma è certamente una versione che getta luce su un’ampia gamma di situazioni concrete. I mercati, per esempio, non funzionano in maniera efficiente perché gli individui sono virtuosi, ma perché l’interesse è incanalato nell’ambito di regole condivise. Se non ci fossero queste non ci sarebbe fiducia, né l’enforcement dei contratti e senza aspettative di reciprocità anche i mercati più efficienti collasserebbero sotto il rischio ineliminabile dell’opportunismo. Le regole che ci si auto-impone e che si decide di rispettare non sono, quindi, in questo senso, dei limiti esterni all’efficienza quanto piuttosto le condizioni della sua possibilità.

Pensiamo poi alla contrattazione collettiva, un ambito che rappresenta un caso quasi paradigmatico di giustizia à la Gauthier. Imprese e lavoratori che, pur in conflitto di interessi, scelgono di cooperare tra loro non per benevolenza o altruismo, ma perché un conflitto permanente sarebbe distruttivo per tutti. Solo quando il potere contrattuale è troppo asimmetrico, la “clausola lockeana” viene violata, e l’eventuale accordo rifletterà dominio invece che giustizia. Ecco la ragione per cui la “giustizia come accordo” richiede condizioni eque di negoziazione, che spesso necessitano dell’intervento di un arbitro pubblico.

Un terzo esempio è quello del sistema fiscale. Scegliere se pagare o no le tasse è per Gauthier un problema di coordinamento, non di virtù. Se pagano in molti, converrà evadere. Ma se evadono in molti, il sistema collasserà. Lo Stato con le sue norme e le sue agenzie di controllo non è, in questo senso, un precettore morale, ma piuttosto un garante della reciprocità. Le norme e le sanzioni servono a rendere razionale la cooperazione. Per questa ragione regole che invece rendono razionale la violazione, come i condoni, le rottamazioni e tutte le sanatorie che ben conosciamo, favorendo un altro tipo di equilibrio, quello nel quale l’evasione diffusa diventa la scelta razionale, sono nefaste e criticabili. Vanno a vantaggio di chi le propone ma contro l’interesse generale.

Secondo la stessa logica possiamo interpretare il problema della protezione ambientale. Un grande Dilemma del Prigioniero nel quale continuare ad inquinare è la strategia individualmente migliore che ci porterà però, collettivamente, al disastro. L’egoismo incompleto necessita per questo di interventi esterni, di accordi vincolanti che ci consentano di coordinare le nostre scelte e le nostre politiche verso esiti ottimali su cui individualmente non saremmo in grado di coordinarci.

Gli esclusi

Mercati, tasse, ambiente. La morals by agreement di Gauthier ci spiega la logica di funzionamento di questi casi, e di molti altri, con parsimonia ed eleganza teorica. C’è però un punto in cui la teoria della giustizia come mutuo vantaggio incontra un limite che non può essere eluso. Se, come sostengono tutti i contrattualisti, da Hobbes a Locke, da Rousseau a Rawls, la giustizia nasce da regole che individui razionali accetterebbero come termini di una cooperazione reciprocamente vantaggiosa, che cosa accade a chi non può partecipare a quello scambio cooperativo e mutuamente vantaggioso? A chi non è in condizioni di apportare un beneficio concreto e quindi di migliorare l’esito dell’accordo? Persone con disabilità gravi, bambini piccoli, individui non produttivi, soggetti privi di potere contrattuale. Tutti coloro che nella logica del mutuo vantaggio non hanno nulla da dare ma tutto da prendere. “Queste persone – scrive con grande onestà Gauthier - non fanno parte delle relazioni morali fondate sulla teoria contrattualistica. Il problema qui non è l’assistenza agli anziani, che hanno pagato per i loro benefici con la loro precedente attività produttiva (…) Il problema principale è l’assistenza ai disabili” (p. 19).

Gauthier non può aggirare questa difficoltà. E diversamente da molti altri contrattualisti, sceglie di esporla con rara franchezza. In Morals by Agreement riconosce esplicitamente che questo punto rappresenta “Un problema di cui, comprensibilmente, nessuno vuole parlare” (ibidem). Comprensibilmente, perché questo è un tema che tocca il nervo scoperto di ogni teoria della giustizia che si fondi sull’interazione tra individui razionali e indipendenti; “autonomi per tutta la durata della loro vita”, come scrive Rawls in Una Teoria della Giustizia.

La risposta di Gauthier non consiste in una soluzione forte, ma in una delimitazione rigorosa del campo. La giustizia come mutuo vantaggio - chiarisce - non è una teoria onnicomprensiva della moralità, ma una teoria della giustizia intesa come regolazione della cooperazione tra pari. Riguarda coloro che possono prendere parte a un sistema di vantaggi reciproci. Non pretende di coprire l’intero spettro dei doveri morali, né di fondare una teoria completa della giustizia sociale. È una scelta teorica consapevole, non una dimenticanza.

La “clausola lockeana” svolge qui una funzione essenziale ma limitata. Vietando accordi che migliorano la posizione di alcuni, peggiorando contemporaneamente quella di altri, garantisce che gli esclusi non possano essere sfruttati. Ma si tratta di una protezione negativa, non redistributiva. È troppo poco. La clausola impedisce il danno ma non assicura benefici positivi. Protegge dall’oppressione e dallo sfruttamento, ma non garantisce inclusione e parità. Chi non può cooperare resta protetto, ma resta comunque escluso, relegato ai margini. Come affermerà anni dopo Martha Nussbaum, in questa prospettiva la relazione con la vulnerabilità diventa “una questione di carità e non di giustizia” (Beyond the Social Contract, Clare Hall, University of Cambridge., p. 438, 2003).

Ed è proprio questo il punto più controverso e insieme più onesto dell’impianto teorico di Gauthier. Gli individui che non possono offrire nessun vantaggio in uno scambio cooperativo restano in larga misura “esclusi”. Non perché non contino moralmente, ma perché non contano strategicamente.

È per questo che la teoria di Gauthier risulta straordinariamente potente quando applicata a mercati, contratti, istituzioni, regole del gioco tra attori dotati di capacità simili. E per la stessa ragione che, invece, appare fragile e quantomeno incompleta, quando si confronta con i temi della disabilità, della cura, della dipendenza e della vulnerabilità radicale. Non si tratta di una contraddizione interna, quanto di un confine strutturale.

Le critiche sul punto, naturalmente, non sono mancate. Brian Barry ha sostenuto che una teoria che lascia fuori i più deboli non è una teoria della giustizia, ma della cooperazione tra forti. John Rawls ha visto in questa dipendenza dal potere contrattuale una ragione decisiva per introdurre il velo d’ignoranza, proprio per includere chi potrebbe trovarsi in posizione svantaggiata. Thomas Scanlon ha mostrato come ciò che non può essere rifiutato ragionevolmente includa considerazioni non riducibili al vantaggio strategico, come la vulnerabilità e il bisogno. Martha Nussbaum, infine, sostiene che ogni teoria della giustizia che ambisca all’universalizzabilità debba invece partire dalla vulnerabilità e dalle capacità fondamentali delle persone e non dal loro potere contrattuale.

Ma leggere Gauthier solo alla luce di queste critiche rischia di far dimenticare il punto essenziale della sua costruzione. Perché il suo obiettivo non è tanto dire tutto ciò che la giustizia dovrebbe essere, ma mostrare fin dove può arrivare la sola razionalità strumentale. Mostrare che essa è in grado di generare vincoli reali, stabili e cooperativi.

Il problema degli outliers non rivela quindi un errore della teoria, ma il suo limite interno, un vero e proprio stress-test. Segna il punto esatto in cui la giustizia come accordo smette di bastare, ed è precisamente lì che, inevitabilmente, la politica deve iniziare a far sentire la sua voce.

Dove finisce l’accordo, comincia la giustizia

La grande ambizione di Gauthier è stata quella di mostrare che la giustizia può nascere tra di noi anche senza fare appello a ideali esterni, senza dover assumere individui altruisti o disposti al sacrificio. Di mostrare che essere giusti nella maggior parte dei casi conviene. Ed è un’ambizione che in larga parte ha trovato soddisfazione. La cooperazione può emergere dall’interesse individuale e l’ordine sociale non ha necessariamente bisogno di eroi poter per funzionare. Ma proprio questa linearità, paradossalmente, rende fragile la teoria. Chi non può contrattare, infatti, perché magari non è, anche solo apparentemente, in grado di dare qualcosa, allora non pesa nell’accordo. E dunque non conta. Su questo punto Gauthier non ci consegna una risposta definitiva ma una soglia. Ci mostra, cioè, fin dove la razionalità dell’interesse può fondare la giustizia. Ma anche il punto in cui l’accordo non riesce più a includere tutti. E’ qui che possiamo capire che un contratto sociale può essere razionale senza essere, per questo, pienamente giusto.

*Professor of Economics C-BASS, Center for Behavioral and Statistical Sciences, Director Department of Economics and Business,
University of Cagliari

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