Gauthier e la giustizia senza virtù
Una teoria contrattualistica che fonda la giustizia sulla cooperazione strategica tra individui razionali
di Vittorio Pelligra *
10' di lettura
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Fino a che punto la ragione può imporre vincoli alla propria libertà, senza fare appello a ideali morali esterni? È sempre stata, questa, una delle domande centrali della filosofia moderna. Da Hobbes a Hume, da Kant a Rawls, molti pensatori hanno cercato di determinare se l’idea di giustizia rappresenti un limite interno della razionalità o qualcosa che la razionalità, da sola, invece, non è in grado di generare. Tra i contemporanei, David Gauthier, filosofo poco incline al protagonismo e molto alla disciplina del pensiero, è stato forse quello che ha esplorato questo problema con maggiore tenacia e profondità, elaborando una risposta di straordinario rigore e dalle vaste implicazioni teoriche e politiche.
Canadese di Toronto, Gauthier si è formato ad Harvard e Oxford, ha insegnato a lungo all’Università di Pittsburgh e durante tutta la sua carriera è si è impegnato nella costruzione di un dialogo rigoroso e non di rado polemico tra filosofia morale, teoria della scelta razionale ed economia. Da questo sforzo è nata una delle più ambiziose teorie della giustizia del secondo Novecento, costruita senza il ricorso a richiami morali o a retoriche edificanti. Uno stile che rispecchiava il suo carattere personale contemporaneamente esigente e sobrio.
La giustizia, per Gauthier, non è figlia del sacrificio né della virtù, ma della razionalità. Non nasce dall’altruismo, ma dal riconoscimento che in un mondo caratterizzato dall’interdipendenza reciproca, l’egoismo senza vincoli rappresenta una strategia piuttosto miope. In Morals by Agreement, la sua opera più influente, Gauthier costruisce la sua argomentazione a partire dall’ipotesi di homo oeconomicus; l’agente razionale e autointeressato che sta alla base dei modelli dell’economia neoclassica. Non ne addolcisce la natura, non cerca di redimerlo né di emendarlo. È razionale e puramente interessato alle conseguenze che le sue azioni hanno su di lui. Gli altri non gli interessano. Gauthier non gli chiede di cambiare motivazioni, di diventare più buono. Semplicemente cerca di farlo pensare meglio. Partendo dall’idea di questo agente calcolatore e strategico arriva a dimostrare che vivere inseguendo un tale egoismo senza vincoli è decisamente una cattiva idea. Senza introdurre nessun intervento moralistico, arriva a mostrare come e quanto l’esclusivo perseguimento dell’interesse personale possa diventare self-defeating. Vivere egoisticamente non è riprovevole, per Gauthier, è solo razionalmente fallimentare.
Il punto di partenza della sua analisi è una situazione familiare agli economisti: il cosiddetto “Dilemma del Prigioniero”. In questo genere di interazioni strategiche, quando cioè le conseguenze delle scelte di un soggetto dipendono anche dalle scelte di tutti gli altri soggetti con cui egli sta interagendo, se ciascuno cerca di perseguire isolatamente il proprio interesse, l’esito che si determina è quello peggiore per tutti. Se si fosse in grado di cooperare si riuscirebbe ad ottenere di più, ma il vincolo dell’interesse personale intrappola gli individui in equilibri peggiori. È per questa ragione che, osserva Gauthier, “Ci sono circostanze in cui una persona ottiene risultati complessivamente migliori non scegliendo la risposta migliore” (1986, pp. 167–168).
Se ne conclude che l’egoismo funziona bene solo in contesti parametrici, dove le azioni degli altri sono date e non esercitano nessuna influenza sulle proprie decisioni. Ma la vita sociale non è così. È, piuttosto, un sistema interdipendente fatto di aspettative, di congetture, di risposte reciproche e di reputazione. Quando vado al supermercato per fare la spesa o scelgo il mio portafoglio di titoli, guardare esclusivamente al proprio tornaconto può rivelarsi la scelta più saggia. Ma quando sono al lavoro con un team di colleghi, guido in mezzo al traffico o anche, semplicemente, gioco a calcetto con gli amici, scegliere di perseguire esclusivamente il proprio interesse personale può rilevarsi controproducente e perfino autolesionistico. L’egoismo è, per usare il titolo di un altro suo libro “incompleto”.









