La politica come architettura delle possibilità
di Vittorio Pelligra *
10' di lettura
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“Non è accettabile un mondo con pochi predestinati seduti a banchetto e molti altri destinati a sperare di ricavarne alcune briciole”. Fa molto bene il Presidente Mattarella a ribadirlo, è uno dei pochi, del resto. Il tema della giustizia sociale – fateci caso - è del tutto sparito dall’agenda politica e perfino dal dibattito pubblico e quasi non ce ne siamo accorti. C’è infatti un modo efficace e quasi impercettibile, di sottrarre le energie dei cittadini dalla rivendicazione di maggiore uguaglianza e dignità. Lo si può fare senza mai dichiararlo apertamente. Basta sviare il loro sguardo dalle istituzioni e farlo concentrare sugli individui, dalle condizioni di vita alle scelte personali, dalle strutture istituzionali al carattere morale. Basta mettere al centro della narrazione prevalente due parole che designano indiscutibili virtù civiche - responsabilità e merito – stravolgendone, al contempo, lentamente ma inesorabilmente, il significato. Così, con il passare del tempo, come nell’esperimento della rana che bolle, ci accorgeremo ad un certo punto, che le persone avranno smesso di preoccuparsi delle disuguaglianze, della povertà, della segregazione, dell’esclusione, del loro futuro e di quello dei loro figli. Avranno smesso di preoccuparsi e quindi di lamentarsene. Avranno, soprattutto, smesso di protestare. E quei pochi che ancora avranno la forza di manifestare il loro dissenso, anche il più giustificato e legittimo, verranno esposti al pubblico ludibrio, insultati come “poveri comunisti” e dichiarati pubblicamente “inutili”. Ecco che la rana è infine stata bollita. Morta.
Dalla giustizia alle colpe individuali
Nel suo ultimo libro Why Social Justice Matters, il filosofo britannico Brian Barry concentra la sua analisi critica sulla straordinaria capacità delle società moderne di giustificare l’ingiustizia, di renderla moralmente accettabile, perfino ragionevole. E così, ai nostri giorni, l’ingiustizia non viene più subita, ma spiegata. Non viene più contestata, perché è ormai interiorizzata. E quei pochi che ancora divergono sono considerati con fastidio e perfino disprezzo. È cronaca di questa settimana.
Tale processo di desensibilizzazione collettiva viene messo in atto attraverso quella che Barry chiama themachinery of social injustice: un meccanismo silenzioso e impersonale, fatto di molti ingranaggi che lavorano insieme. Ad una distribuzione iniziale profondamente ineguale di risorse e opportunità, da un lato, si affiancano, dall’altro, istituzioni che invece di mitigare quei vantaggi tendono ad amplificarli. Il tutto avvolto in una narrazione morale che trasforma le differenze in esiti “meritati”. Il risultato è una società che produce disuguaglianza e, contemporaneamente, la sua diffusa accettazione. Come John Rawls, prima di lui, anche Brian Barry non nega affatto l’esistenza di differenze naturali e sociali tra le persone. Non è questo il focus della critica, perché come Rawls anche lui è convinto che la radice dell’ingiustizia non stia in queste differenze ma nel modo in cui le istituzioni gestiscono gli effetti di tali differenze. Scrive Rawls in Una Teoria della Giustizia – “Nessuno merita né le sue maggiori capacità naturali né una migliore posizione di partenza nella società. Ma, naturalmente, questa non è una ragione per ignorare e ancora meno per eliminare queste distinzioni. Invece, la struttura di base può essere modificata in modo che questi fatti contingenti operino per il bene dei meno fortunati”. È la “struttura di base”, cioè l’insieme delle nostre istituzioni - le norme giuridiche, il sistema economico, la famiglia, la scuola, il welfare - che devono essere disegnate per far sì che le disuguaglianze di partenza non si tramutino in esiti strutturalmente ingiusti, ma vadano a vantaggio dei più fragili. In questo senso Barry riprende da Rawls l’indisponibilità a giudicare gli esiti senza aver valutato prima le condizioni di partenza, così come la necessità di non attribuire responsabilità individuali senza tener conto degli effetti distorsivi della struttura istituzionale. Tale posizione non equivale a negare il ruolo della responsabilità personali. Le persone agiscono, scelgono e quindi devono rispondere delle proprie decisioni. Ma il punto cruciale è il modo in cui tali responsabilità vengono attribuite. Nelle società diseguali, osserva Barry, la responsabilità viene in genere assegnata a valle, è associata agli esiti, collegata ai risultati. In questo modo, però, si ignora del tutto ciò che è avvenuto a monte, si ignora ciò che ha contribuito a generare o a negare la possibilità stessa della scelta. È questo il luogo dello slittamento semantico decisivo. Ciò che è in realtà il risultato di condizioni strutturali viene reinterpretato grazie alla machinery of social injustice come prodotto del carattere individuale. Il successo diventa virtù e merito del singolo e l’insuccesso, invece, deficienza e colpa. È così che la meritocrazia diventa ideologia, una potente tecnologia di legittimazione che non misura il contributo, ma designa vincitori e vinti, eleva i primi e abbatte gli altri. Per questo bisogna lottare per le pari opportunità, si dirà. Non sarebbe sufficiente. Anche qui Barry si rifà a Rawls secondo cui “Eguaglianza di opportunità significa eguale possibilità di sopravanzare i meno fortunati nella ricerca individuale del potere e della posizione sociale”. Per evitare ogni equivoco, su questo punto, per Barry è necessario sottolineare la distinzione tra possibilità formali e opportunità reali; un punto che generalmente il dibattito pubblico tende a trascurare. Dire che tutti possono riuscire perché nessuna regola lo vieta è, per Barry, una caricatura della giustizia. La retorica del “se vuoi, puoi” implica, per esempio, che due ciclisti avranno la stessa opportunità di vincere il Tour de France a patto che entrambi abbiano una bicicletta. Ma non è questo ciò che dovremmo intendere quando parliamo di pari opportunità. Dovremmo intendere condizioni realistiche, non possibilità metafisiche. “Dire che io e Lance Armstrong abbiamo la stessa opportunità di vincere il Tour de France – scrive Barry – solo perché nessuna regola lo impedisce è chiaramente ridicolo [perché] un’opportunità è qualcosa di più di una semplice possibilità formale” (2005, pp. 44–45). Un’opportunità reale non è una porta teoricamente aperta; è una porta che si può attraversare senza pagare costi sproporzionati, senza scommettere tutto su una sola mossa, senza essere penalizzati per errori minimi. Quando la distinzione tra sostanza e forma svanisce, allora l’idea di responsabilità diventa una scorciatoia morale. Serve a spiegare perché non interveniamo sulle condizioni che producono lo svantaggio. Serve a rendere accettabile l’idea che chi resta indietro verrà lasciato al suo destino, perché in fondo se l’è meritato.
Quando l’ingiustizia smette di scandalizzare
C’è una ragione psicologica profonda che spiega il fascino che la meritocrazia esercita su molti, anche in perfetta buona fede. È una spiegazione che ha a che fare con il funzionamento del nostro cervello e con i nostri processi cognitivi. Il meccanismo è potente e pervasivo. Si tratta del cosiddetto hindsight bias, il “bias del senno di poi”: una euristica, una vera e propria scorciatoia mentale, che ci induce, una volta noto l’esito di una scelta, a considerarlo inevitabile, coerente, persino ovvio. E, soprattutto, a ricostruire il percorso che ha condotto dalla decisione iniziale al risultato finale come se fosse stato guidato, fin dall’inizio, da intenzioni lucide e da qualità personali stabili. Il successo, visto ex post, appare sempre come il risultato di scelte giuste; il fallimento, come la conseguenza di scelte sbagliate. Il ruolo della sorte, delle condizioni iniziali, il contributo degli altri, delle protezioni implicite, scompare del tutto. La meritocrazia funziona proprio così: racconta il passato come se fosse stato scritto dal carattere e non dalle circostanze. Barry smonta questa illusione mostrando che, in contesti altamente diseguali, gli esiti non possono essere letti come segnali affidabili di merito. Sono troppo dipendenti da fattori cumulativi, troppo sensibili ai vantaggi iniziali. Ma l’hindsight bias rende la narrazione meritocratica irresistibile. Una volta che qualcuno ce l’ha fatta, tutto sembra dimostrare che era giusto così.
Dove nasce davvero la responsabilità
È qui che la riflessione di Barry diventa decisiva per capire il ruolo della politica e della “struttura di base” rawlsiana. La politica, per lui, non è solo redistribuzione a valle. È “architettura delle possibilità”. È quell’attività attraverso la quale si costruisce il campo da gioco, quel luogo dove le scelte diventano più o meno praticabili, più o meno rischiose, più o meno reversibili. Ignorare questo significa attribuire uguali responsabilità a individui che operano in contesti radicalmente asimmetrici. Significa giudicare le decisioni senza guardare al prezzo dell’errore, che non è mai uguale per tutti.









