Il Cremlino ha dato alla banca centrale una settimana di tempo per sviluppare un sistema di pagamento in rubli da imporre ai Paesi classificati come «ostili», lista che include anche tutti i membri dell’Unione europea. Dopo di che, ipotizza Trevor Sikorski di Energy Aspects, «Gazprom dovrà chiedere agli acquirenti di approvare il cambio dei termini di pagamento».
La questione impone di ridiscutere i contratti con i singoli clienti (uno dei maggiori è l’Eni) e alcuni potrebbero rifiutarsi di passare al rublo, per motivi politici più che di convenienza economica. È anche possibile, suggerisce l’analista, che i clienti stessi colgano l’occasione per rinegoziare altri aspetti, ad esempio la durata o i volumi minimi (i cosiddetti take-or-pay).
Anche sul fronte del petrolio – che è tornato a superare 120 dollari al barile nel caso del Brent – si sospettano manovre disperate da parte della Russia. A far correre i prezzi ha contribuito l’annuncio di riparazioni urgenti all’oleodotto Cpc dal Caspio (controllato da Mosca anche se trasporta soprattutto greggio kazakho), con una riduzione dei flussi verso il Mar Nero fino a un milione di barili al giorno, pari a circa l’1% dei consumi mondiali.
È una specie di taglio di produzione, che si sospetta essere studiato a tavolino, visto che la Ue discute di un possibile embargo petrolifero contro Mosca.
Le manutenzioni, per cui è anticipata una durata fino a due mesi, si sarebbero rese necessarie per danni provocati da un uragano ma alle compagnie occidentali socie del consorzio Cpc (tra cui Eni, Exxon e Chevron) non hanno potuto effettuare ispezioni.