Accordi&Investimenti

Gas e idrogeno, la corsa dei Paesi Ue all’energia dell’Africa

A oltre due anni dallo scoppio della guerra in Ucraina, i governi europei restano in cerca di forniture energetiche. Per alcuni, Roma in testa, la prima scelta è sul Continente

di Alberto Magnani (Il Sole 24 Ore, Italia) e Marcos Lema (El Confidencial)

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni con  il primo ministro del Governo di Unità Nazionale libico, Dabaiba. Tripoli, maggio 2024. (AGF)

4' di lettura

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L’ambizione del Piano Mattei, una delle politiche clou per il governo di Giorgia Meloni, è di «cambiare il paradigma» dei rapporti con i Paesi africani. In teoria la collaborazione dovrebbe estendersi su cinque pilastri di istruzione, sanità, agricoltura, acqua ed energia. Nei fatti, non è un mistero che l’attenzione e le iniziative siglate si concentrino soprattutto sull’ultima voce: i rifornimenti energetici, un’esigenza diventata sempre più prioritaria dopo la cesura dei rapporti con la Russia di Vladimir Putin e ricerca di partner estranei al vecchio asse con Mosca.

La scelta italiana è tutt’altro che isolata. Gli strascichi del conflitto in Ucraina e l’urgenza di forniture sempre maggiori e differenziate hanno alimentato una corsa agli accordi fra Paesi Ue e governi africani, in un ventaglio di interlocutori e linee produttive che va dal gas importato dalla Libia in Italia agli investimenti di Germania o Paesi Bassi sul potenziale dell’idrogeno verde offerto da Paesi come Sudafrica e Namibia nell’Africa australe o Mauritania in qualla occidentale. Il tutto mentre gli stessi vertici comunitari tentano di rinsaldare i legami fra Unione europea e Unione africana, sempre sull’impronta di un rapporto «paritario» che si regge sul Global gateway: il maxi-piano di risposta alla Via della seta cinese, la Belt and Road initiative, con un pacchetto di 150 dei 300 miliardi di euro complessivi destinati alla sola Africa.

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Dall’Italia alla Germania, la corsa all’energia delle Afriche

Frans Timmermans, all’epoca vicepresidente della Commissione europea, aveva indicato l’Africa come «probabilmente» il più grande partner energetico per la Ue. Timmermans si riferiva al solo segmento delle rinnovabili, ma lo scenario sembra valere anche - o soprattutto - per gli idrocarburi. Una delle teste di ponte è proprio l’Italia, anche da prima dell’avvento governativo della maggioranza di destra di Meloni. Lo strappo con la Russia di Putin, fornitore energetico cruciale per Roma, ha dato il la a una serie di missioni diplomatiche guidate prima dal tandem fra l’allora ministro degli Esteri Luigi Di Maio e l’amministratore delegato del gruppo Eni Claudio Descalzi e poi da rappresentanti dell’esecutivo Meloni.

Gli esiti sono tangibili: a inizio 2024, il «71% delle importazioni italiane dal continente africano sono rappresentate da prodotti energetici e l’Africa nel 2023 è stato il primo partner energetico dell’Italia» si legge in una nota di Ecco, un think tank italiano. Il flusso si è irrobustito con lo scoppio della guerra in Ucraina e, appunto, la ricerca di una nuovi Paesi fornitori. Secondo le stime dell’European council of foreign relations (Ecfr), un centro studi, l’Italia ha siglato 21 accordi bilaterali solo fra il marzo 2022 e l’ottobre 2023. Quelli stretti con omologhi africani sono 12, divisi fra Benin, Egitto, Repubblica del Congo, Mozambico (un accordo ciascuno), Angola (due). Algeria e Libia (tre ciascuno, inclusa la maxi-intese da 8 miliardi di dollari con Tripoli). In otto casi si parla di intese sul gas naturale, anche alcuni accordi prevedono una qualche componente di «energia pulita» nella struttura.

Anche altri Paesi europei si stanno muovendo sulla traiettoria consacrata da Timmermans, con circa 35 accordi siglati in Africa sui 180 censiti dall’Ecfr dal 2022 a oggi. L’interesse più visibile - o dichiarato - degli altri governi comunitari è sull’idrogeno e l’energia verde in generale. La Germania di Olaf Scholz ha annunciato l’equivalente di 4 miliardi di euro in investimenti in «energia verde», oltre ad essersi assicurata accordi specifici come un accordo sull’idrogeno con il Sudafrica e o un «patto» da 500 milioni di euro sulle rinnovabili con la Nigeria, un colosso noto più che altro per la sua produzione di greggio. I Paesi Bassi hanno sottoscritto un accordo intergovernamentale con il Sudafrica, sempre sul fronte dello sviluppo dell’industria dell’idrogeno.

L’approccio spagnolo

La Spagna offre una situazione completamente diversa da quella dei suoi partner europei. L’eccezionale capacità di rigassificazione - un terzo del totale dell’Unione Europea - e la limitata interconnessione con il resto del continente hanno fatto sì che, anche prima della guerra, i suoi fornitori di gas fossero molto diversi e che la Russia rappresentasse appena il 10% circa delle sue importazioni totali. Non c’è stato, quindi, bisogno di un grande cambiamento nel mix per compensare una “perdita” che non è nemmeno tale: l’arrivo di gas naturale liquefatto russo (GNL) nei porti spagnoli è continuato.

Il principale fornitore storico, l’Algeria, si trova in una situazione di tensione con la Spagna dalla primavera del 2022, quando il governo di Pedro Sánchez ha rivisto la sua posizione sul Sahara occidentale e scelto di appoggiare proposta di autonomia del Marocco. La situazione diplomatica è migliorata ma negli ultimi anni si è registrato un significativo calo dei flussi, influenzata anche dalla chiusura di uno dei due gasdotti che collegano i due Paesi mediterranei: il cosiddetto Maghreb-Europa, che ha smesso di pompare nell’autunno del 2021 a causa del rifiuto del Marocco, arcinemico dell’Algeria, di permettere il passaggio del gas sul suo territorio nel tragitto verso la Spagna.

Anche nei momenti più critici, Algeri ha sempre rispettato i suoi impegni di fornitura, gestiti attraverso la società statale (Sonatrach). Ha un contratto con la società spagnola Naturgy che scadrà solo nel 2032. Dopo la guerra in Ucraina, i nuovi accordi si sono limitati a rivedere i prezzi per aggiornarli in linea con l’aumento innescato dalla crisi energetica.

In sintesi: la Spagna, invece di fare più affidamento sull’Africa rispetto a prima della guerra in Ucraina, ora ne fa meno e non sono stati siglati nuovi contratti. Le forniture dall’Algeria sono scese dal 42,7% della fornitura totale nel 2021 al 29,2% nel 2023, secondo il rapporto annuale di Enagás, il gestore tecnico del sistema. Il resto dei Paesi africani gioca un ruolo aneddotico, ad eccezione della Nigeria, ma gli arrivi di gas da questo Paese rispondono più a contratti di fornitura di gas naturale liquefatto attraverso società private che a una politica statale per garantire l’approvvigionamento.

*Questo articolo rientra nel progetto Pulse ed è stato scritto da Alberto Magnani (Il Sole 24 Ore, Italia) e Marcos Lema (El Confidencial, Spagna)

Riproduzione riservata ©
  • Alberto Magnani

    Alberto MagnaniCorrispondente

    Luogo: Nairobi

    Lingue parlate: inglese, tedesco

    Argomenti: Lavoro, Unione europea, Africa

    Premi: Premio "Alimentiamo il nostro futuro, nutriamo il mondo. Verso Expo 2015" di Agrofarma Federchimica e Fondazione Veronesi; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"

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