Scenario

Migranti, differenze (e analogie) fra Sanchez e Meloni sulla gestione dei flussi

I governi di Madrid e Roma sono gli antipodi su vari fronti. Quando si parla di sbarchi, l’approccio mostra qualche similitudine

di Alberto Magnani (Il Sole 24 Ore, Italia), Lola García-Ajofrín(El Confidencial, Spagna)

6' di lettura

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La spiaggia di Los Lances, un tratto di costa incontaminato e selvaggio a Tarifa, Cadice, ha un posto cupo nella storia. Qui, il 1° novembre 1988, è stata trovata la prima di molte vittime documentate della migrazione africana in Spagna, secondo il rapporto 2023 della Fondazione APDHA sui diritti umani alle frontiere.

Solo nel 2023, 56.852 persone sono arrivate irregolarmente in Spagna, entrando sia via mare che attraversando le frontiere terrestri di Ceuta e Melilla, stando ai dati diffusi dal governo spagnolo. Si tratta di un aumento di 25.633 persone dall’anno precedente: un incremento dell’82,1%.

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Sebbene gli arrivi attraverso il confine meridionale della Spagna rappresentino solo il 4% della migrazione irregolare, «i discorsi allarmistici giustificano la militarizzazione e la fortificazione delle frontiere» ha detto la Fondazione APDHA. Questo rafforzamento della sicurezza fa sì che ogni anno migliaia di persone perdano la vita nel tentativo di raggiungere la Spagna. L’anno scorso è stato il più letale mai registrato sulle coste spagnole dall’inizio della raccolta dei dati, con una media di 18 morti al giorno.

Secondo il rapporto «Monitoring Right to Life 2023» di Caminando Fronteras, nel 2023 sono morte 6.618 persone nel tentativo di raggiungere la Spagna, tra cui 363 donne e 384 bambini. Ciò rappresenta un aumento del 177% rispetto all’anno precedente, quando persero la vita 2.390 persone. Il rapporto annuale dell’ONG spiega che a partire da giugno c’è stato un notevole aumento delle imbarcazioni partite dal Senegal, un esodo causato dalla «significativa instabilità sociale e politica del Paese». Sottolinea inoltre che per tutto il 2023 sono stati fatti sforzi sistematici per utilizzare l’omissione dell’obbligo di fornire assistenza in mare come strumento di controllo dell’immigrazione.

Interrogato sull’attuale politica spagnola migratoria, Gonzalo Fanjul, ricercatore e attivista contro la povertà, nonché direttore delle indagini dell’iniziativa giornalistica PorCausa, ha affermato che a suo avviso «non esiste una politica di destra o di sinistra», ma semplicemente «una politica anti-immigrazione e una politica pro-immigrazione».

«Purtroppo i partiti di governo dell’Unione Europea, praticamente senza eccezioni, sia socialisti che conservatori, hanno sviluppato politiche anti-immigrazione che vedono l’immigrazione come una minaccia o un problema» ha affermato.

In particolare il problema è che il governo spagnolo, analogamente ai governi precedenti, non ha promosso il flusso di lavoratori migranti, trattando invece la migrazione come una questione di sicurezza e attuando rigidi controlli alle frontiere, ha spiegato il direttore. Questo ha portato a una gestione «incompetente» della crisi umanitaria.

Pur riconoscendo che sono state introdotte una serie di riforme positive volte a gestire la migrazione, ad esempio per quanto riguarda i meccanismi di insediamento, ha osservato che ciò è stato fatto «con discrezione».

«Credo che questo dimostri che il discorso sulla migrazione rimane molto impaurito, intrappolato dalla logica della minaccia o della tragedia, con un’attenzione esagerata al confine meridionale, anche se quantitativamente non è giustificato perché i numeri sono molto meno rilevanti», ha detto.

Secondo il direttore, l’Italia ha un approccio simile alla Spagna, seppur il governo italiano di destra sia «molto più esplicito» nelle critiche nei confronti dei migranti e «retoricamente più duro» nei confronti delle ONG.

«Non credo che i governi vogliano che le persone muoiano, ma sono disposti ad accettare che le persone soffrano e muoiano in cambio del fatto che non arrivino», ha concluso, affermando che i Paesi europei dovrebbero attuare “«politiche più flessibili, ma ordinate» per rendere possibile gli ingressi legali. «Dovrebbero farlo perché è nel nostro interesse».

Le battaglie anti-immigrazione e il piano Mattei

Nel dualismo fra forze pro e anti-imigrazione, l’Italia sa dove collocarsi. Il contrasto ai flussi è una delle battaglie politiche più sensibili nella maggioranza di destra del governo di Giorgia Meloni ed è confluito, con qualche aggiustamento, nella sua azione di governo. La premier e la sua coalizione hanno costruito una parte del proprio capitale politico sul contrasto ai flussi migratori, soprattutto dall’Africa, alternando annunci su piani di «collaborazione» con il Continente e interventi di argine ai movimenti lungo le varie rotte del Mediterraneo. L’uno e altro indirizzo sono confluiti sotto il cappello del Piano Mattei per l’Africa, il piano per il rilancio dei rapporti con l’Africa ribattezzato così in omaggio all’Enrico fondatore di Eni: il colosso energetico nazionale, attore pesantissimo nelle relazioni intrecciate fra i vari governi italiani e le controparti a sud e nord del Sahara.

L’architettura del Piano si regge sul disegno di una collaborazione per sradicare le cause stesse delle migrazioni, stimolando una crescita economica sostenibile nella fascia subsahariana e dell’Africa mediterranea. Nei fatti, l’attenzione sembra essersi concentrata soprattutto sul doppio versante di approvviggionamenti energetici e, appunto, migrazioni. La premier Giorgia Meloni ha orchestrato e coordinato il memorandum of understanding siglato nel 2023 da Ue e Tunisia, un accordo da oltre un miliardo di euro che “baratta” il controllo dei flussi migratori con il versamento di alcune tranche di finanziamenti per la crescita economica tunisina. Un secondo Mou è stato siglato nel marzo del 2024 in Egitto, gigante instabile che ha vacillato sull’0rlo del default e viene considerato il fronte più insidisioso per una crisi migratoria che sovrappone flussi interni, la pressione dal sud con il conflitto del Sudan e quella da Est con l’incognita di un esodo di massa dalla Striscia di Gaza.

A un anno e mezzo dal suo ingresso in carica, l’esecutivo di Meloni rivendica di aver ridimensionato i flussi migratori sulle coste italiane. I numeri gli danno ragione solo in parte. Il ministro dell’Interno Matteo Pinantedosi ha rivendicato in un suo intervento al Senato, la Camera alta italiana, l’arrivo di «18.550 migranti a fronte dei 45.507 dello scorso anno»: una flessione del 60% degli arrivi rispetto allo stesso periodo del 2023. Gli oltre 18mila arrivi registrati sulle nostre coste al 16 maggio equivalgono a un calo robusto rispetto allo stesso periodo del 2023, nei primi mesi del governo Meloni, ma a un aumento rispetto ai 15.004 dello stesso periodo nel 2022. Le principali nazionalità registrate al momento dello sbarco sono Bangladesh (3.849), Siria (2.682), Tunisia (2.601), Guinea (1.761), Egitto (1.207), Mali (740), Pakistan (607), Gambia (601), Sudan (588) e Costa d’Avorio (585). In 7 casi su 10 si parla di Paesi dell’Africa, il Continente al cuore dello stesso Piano Mattei.

La doppia fragilità dell’approccio italiano

L’insistenza sulla «emergenza» migratoria non è inedita e si riflette, da tempo, in un approccio legislativo dominato da due fattori: la logica emergenziale e indifferenza per i diritti umani disciplinati dalle normative internazionale.

Il primo tratto distintivo è «costituito, sul piano formale, dalla prevalenza degli aspetti volti a gestire il fenomeno migratorio in un’ottica costante di logica emergenziale» spiega Francesca Mussi, ricercatrice della Scuola di studi internazionali. dell’Università di Trento. Specie negli ultimi anni, sottolinea Mussi, «si è osservato un frequente ricorso alla decretazione d’urgenza, talvolta senza che i presupposti di necessità e urgenza previsti all’art. 77 della Costituzione fossero pienamente rintracciabili nelle situazioni di fatto sottostanti né in relazione alle finalità di tutela della sicurezza e dell’ordine pubblico». Gli esempi più ravvicinati sono il Decreto sicurezza del 2018 e il cosiddetto Decreto sicurezza bis del 2019, approvati in un contesto che non sembrava esattamente incompatibile con «il normale svolgimento dell’iter legislativo parlamentare».

Il secondo filo conduttore ricompare «nella tendenza della normativa italiana a “spogliarsi” delle specifiche responsabilità concernenti il rispetto dei diritti umani delle persone migranti – come derivanti soprattutto dagli obblighi previsti a livello internazionale» dice Mussi, evidenziando anche il «tentativo di negare che di tali responsabilità possano farsi direttamente carico soggetti non statali, quali le organizzazioni non governative».

Logica emergenziale e i disegni di lungo termine del «Piano Mattei» trovano una sintesi in un’altra prassi delle politiche migratorie italiane: l’esternalizzazione. Il doppio accordo Ue con Tunisia ed Egitto, scandito dalla regia italiana, si muove nel presupposto di una gestione per delega dei flussi migratori. Roma ha tentato di siglarne un terzo con l’Albania, osteggiato dalla richiesta di esame del tribunale suprema di Tirana.

Ma c’è chi apprezza il modello e sta chiedendo di espanderlo su scala comunitaria, lungo un progetto già apparso sul tavolo della futura Commissione europea. L’Italia e altri 14 Paesi Ue hanno inviato una lettera alla Commissione europea per suggerire «l’esame della potenziale cooperazione con i Paesi terzi sui meccanismi di hub di rimpatrio, dove i rimpatriati potrebbero essere trasferiti in attesa del loro allontanamento definitivo». Tra i firmatari, i i governi di Sofia, Praga, Copenaghen, Tallinn, Atene, Nicosia, Riga, Vilnius, La Valletta, L’Aia, Vienna, Varsavia, Bucarest, Helsinki, con le assenze di big come Germania, Francia e Spagna. L’elemento di novità è il crearsi di una coalizione fra nord e sud, con l’unico obiettivo di arginare gli ingressi. Il collante, uno fra i pochi, della Ue attesa al voto di giugno.

*L’articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo Pulse ed è stato scritto da Alberto Magnani (Il Sole 24 Ore, Italia) e Lola García-Ajofrín (El Confidencial, Spagna). Editing di Silvia Martelli (Il Sole 24 Ore), contributo di Ana Somavilla (El Confidencial, Spagna)

Riproduzione riservata ©
  • Alberto Magnani

    Alberto MagnaniCorrispondente

    Luogo: Nairobi

    Lingue parlate: inglese, tedesco

    Argomenti: Lavoro, Unione europea, Africa

    Premi: Premio "Alimentiamo il nostro futuro, nutriamo il mondo. Verso Expo 2015" di Agrofarma Federchimica e Fondazione Veronesi; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"

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