La prova

Galaxy S26 Ultra: come è lo smartphone che prova a nascondersi dagli sguardi?

Abbiamo provato il telefonino Samsung che introduce il Privacy Display: uno schermo pensato per difendere messaggi e documenti dagli occhi indiscreti

di Luca Tremolada

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Lo smartphone è una memoria personale sempre accesa. Samsung sembra averlo capito bene e con il Galaxy S26 Ultra prova a partire proprio da lì: dalla privacy. La novità più interessante è il Privacy Display. Un nome da marketing, ma con un’idea concreta dietro. Lo schermo riduce l’angolo di visione laterale: chi guarda di lato vede quasi nulla, chi tiene il telefono davanti invece continua a leggere normalmente. È come avere una pellicola privacy integrata nello schermo, ma intelligente: si può attivare solo su alcune app, per esempio banca, mail o chat. In metropolitana, in treno, in aeroporto — luoghi dove il vicino di sedile diventa improvvisamente curioso — è una funzione che ha senso.

È una di quelle innovazioni che non fanno rumore ma raccontano bene dove sta andando lo smartphone. Non solo più potente. Più protetto.

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Non è perfetta. Alcuni recensori segnalano che quando la tecnologia entra in azione il testo può sembrare leggermente meno nitido e che alla lunga può affaticare gli occhi. È il classico compromesso tecnologico: più sicurezza, qualche piccolo sacrificio visivo.

Tolto questo esperimento interessante, il Galaxy S26 Ultra è un concentrato della solita ingegneria Samsung. Il telefono gira su uno dei chip più veloci disponibili nel mondo Android, lo Snapdragon di ultima generazione, e muove senza sforzo uno schermo enorme da quasi sette pollici con refresh a 120 Hz. È uno schermo che sembra una finestra aperta sul web: luminoso, fluido, quasi ipnotico.

La fotografia resta uno dei terreni dove Samsung gioca per vincere. Il sensore principale da 200 megapixel lavora insieme al teleobiettivo periscopico per avvicinare i soggetti senza distruggere i dettagli. Di notte il telefono si comporta come un piccolo laboratorio fotografico portatile: luce, stabilizzazione, algoritmi. In pratica una steadycam e una camera compatta dentro una tasca.

Poi c’è l’intelligenza artificiale, la parola che oggi l’industria tecnologica pronuncia più spesso di “internet” vent’anni fa. Anche qui Samsung riempie il telefono di funzioni: assistenza nei messaggi, ritocchi automatici delle immagini, suggerimenti contestuali. Alcune sono davvero utili, altre sembrano più dimostrazioni tecnologiche che strumenti indispensabili. È il segno dei tempi: l’hardware ha raggiunto un livello altissimo e quindi la battaglia si sposta sempre più sul software.

Il risultato finale è un telefono molto potente, raffinato, ma non rivoluzionario. L’evoluzione rispetto al modello precedente è incrementale. Il prezzo resta da top di gamma. E la funzione più originale — lo schermo che protegge dagli sguardi indiscreti — è anche quella più discussa.

Il Galaxy S26 Ultra però racconta bene una direzione. Per anni gli smartphone hanno inseguito megapixel, gigahertz e benchmark. Ora iniziano a occuparsi di un’altra cosa: la fiducia.

In fondo lo smartphone è diventato la cosa più personale che possediamo dopo il portafoglio. Samsung sembra aver deciso di trasformarlo anche in una piccola cassaforte tascabile. E forse è proprio questa la vera innovazione

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  • Luca Tremolada

    Luca TremoladaGiornalista

    Luogo: Milano via Monte Rosa 91

    Lingue parlate: Inglese, Francese

    Argomenti: Tecnologia, scienza, finanza, startup, dati

    Premi: Premio Gabriele Lanfredini sull’informazione; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"; DStars 2019, categoria journalism

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