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Ecco Marathon, il ritorno di Bungie è già una scommessa

Dieci ore di gioco non bastano per giudicare il nuovo sparatutto di Bungie. Marathon abbandona la formula narrativa degli anni Novanta e diventa un extraction shooter competitivo

di Luca Tremolada

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Questa non è una recensione. Sono dieci sudatissime ore di gioco che non sono bastate neppure per avere una fotografia mossa di quello che è oggi Marathon, quello che da tutti è atteso come il grande ritorno di una delle serie storiche di Bungie per PlayStation, che ha debuttato a inizio marzo.

Non è una recensione perché, come hanno chiesto gli stessi sviluppatori, il gioco non è ancora a posto: i server hanno fatto le bizze nei giorni di apertura. Ma anche perché nel 2026, dopo i fallimenti di Concord e Highguard, è complicato valutare in modo lucido i live service. Parliamo di una categoria di videogiochi che vivono per anni grazie ad aggiornamenti continui, stagioni e microtransazioni, ma che nel tempo sembra conquistare sempre meno consensi soprattutto tra i più giovani. Ricordiamo che Sony acquisì Bungie nel 2022 per circa 3,6 miliardi di dollari proprio perché voleva a tutti i costi l’esperienza dello studio di Seattle nei giochi «live service».

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Al tempo stesso, chi vi scrive è stato un fan della prima ora di Destiny, l’ultimo grandissimo successo di Bungie di cui Marathon raccoglie l’eredità. Poste tutte queste premesse, che vogliono essere l’espressione di una fragilità di fondo nel valutare il gioco, Marathon non mi ha convinto ancora ma mi ha intrigato come pochi videogiochi negli ultimi anni.

Non è più il vecchio sparatutto narrativo degli anni Novanta a cui ero legatissimo: è diventato un extraction shooter multiplayer, cioè un gioco competitivo in cui piccoli team entrano in una mappa, recuperano risorse e cercano di uscire vivi mentre altri giocatori fanno lo stesso. Un genere di nicchia, ma oggi molto ambito perché può sostenere modelli di business «game as a service».

Cosa abbiamo capito finora.

Nel gioco interpreti un Runner, una specie di mercenario cibernetico che esplora una colonia abbandonata sul pianeta Tau Ceti IV. Ogni Runner ha abilità diverse. Alcuni sono più veloci, altri più resistenti o specializzati nel combattimento a distanza. La scelta del Runner cambia molto il modo di giocare, perché Marathon non premia chi spara di più ma chi gestisce meglio informazioni, posizione e fuga.

La partita inizia con l’ingresso nella mappa insieme ad altri team di giocatori. Non sai dove sono gli altri e questa incertezza è parte del gioco. Devi cercare equipaggiamento, completare piccoli obiettivi e decidere quando estrarti, cioè raggiungere una zona di uscita. Qui arriva la prima regola non scritta: l’avidità uccide. Più bottino raccogli, più diventi un bersaglio e più rischi di perdere tutto.

Tre consigli.

Il primo è che l’informazione vale più delle armi. Sentire passi, capire da dove arrivano gli spari o leggere la mappa è spesso più importante di avere l’equipaggiamento migliore. I giocatori esperti si muovono lentamente e ascoltano molto.

La seconda è che la fuga è parte della strategia. Nei primi match molti nuovi giocatori cercano sempre il combattimento. In Marathon spesso la scelta migliore è scappare. Sopravvivere con poco bottino è comunque un progresso.

La terza riguarda la gestione dell’equipaggiamento. Nel gioco esiste una sorta di economia: quello che estrai puoi riutilizzarlo nelle partite successive. Questo significa che ogni spedizione è anche una scommessa. Entrare con armi rare aumenta le possibilità di vincere ma rende la perdita molto più dolorosa. Le partite più redditizie sono spesso quelle in cui decidi di estrarti prima di quanto vorresti. La tentazione di fare «un ultimo edificio» è la causa della maggior parte delle morti.

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Quindi com’è Marathon?

Il primo elemento che colpisce è la qualità tecnica. Bungie sa ancora costruire uno sparatutto. Il gunplay – il modo in cui armi e movimenti reagiscono al giocatore – resta tra i migliori dell’industria, eredità diretta dell’esperienza accumulata con Halo e Destiny.

Le prime missioni sono state frustranti. Anche quelle che sono seguite. Parliamo di partite tese e imprevedibili, con un’atmosfera quasi paranoica, dove ogni decisione può significare perdere tutto il bottino raccolto.

Il problema è tutto ciò che sta intorno. Marathon può risultare brutale per i nuovi giocatori: il gioco introduce subito meccaniche molto complesse, quasi come se un utente fosse catapultato direttamente nelle missioni più difficili di Destiny. L’onboarding, cioè la fase di apprendimento iniziale, è considerato uno dei punti più fragili dell’esperienza.

Poi c’è la questione più grande: il contesto. Negli ultimi anni molti titoli di questo tipo sono stati chiusi dopo poche settimane perché incapaci di costruire una base di giocatori stabile. Il risultato è che anche un progetto forte, sostenuto da Sony e sviluppato da uno studio con l’esperienza di Bungie, oggi sembra comunque un azzardo.

Il potenziale economico dei giochi persistenti è enorme, ma il mercato è saturo e imprevedibile. Serve una community di giocatori impegnati che giochi con costanza. Capace di aiutare i più inesperti. Di accumulare esperienza per scoprire i segreti del gioco.

Il giudizio complessivo, almeno nelle prime recensioni, è quindi sospeso. Marathon è uno sparatutto solido, elegante nel design e capace di produrre momenti di grande tensione competitiva. Ma è anche un gioco costruito intorno a un modello economico difficile, che richiede anni di aggiornamenti e una comunità molto fedele per funzionare.

In fondo Marathon è quasi un esperimento economico oltre che un gioco. Bungie prova a costruire un mondo persistente dove ogni partita ha conseguenze. Non è uno sparatutto dove entri, spari e ricominci. È più simile a una spedizione scientifica su un pianeta ostile.

Non è più il vecchio sparatutto narrativo degli anni Novanta a cui ero legatissimo: è diventato un extraction shooter multiplayer, cioè un gioco competitivo in cui piccoli team entrano in una mappa, recuperano risorse e cercano di uscire vivi mentre altri giocatori fanno lo stesso. Un genere di nicchia, ma oggi molto ambito perché può sostenere modelli di business “game as a service”.

partite tese e imprevedibili, con un’atmosfera quasi paranoica, dove ogni decisione può significare perdere tutto il bottino raccolto.

Riproduzione riservata ©
  • Luca Tremolada

    Luca TremoladaGiornalista

    Luogo: Milano via Monte Rosa 91

    Lingue parlate: Inglese, Francese

    Argomenti: Tecnologia, scienza, finanza, startup, dati

    Premi: Premio Gabriele Lanfredini sull’informazione; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"; DStars 2019, categoria journalism

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