L’intervista/2

Francesco Petrelli: «Mettere al centro le alternative alla reclusione»

di Valentina Maglione

2' di lettura

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Di fronte alla crescita della popolazione carceraria, «dobbiamo sfatare il mito che da più carcere venga più sicurezza: il tasso di recidiva di chi fruisce di misure alternative precipita rispetto a quello di chi sconta la pena in carcere. Eppure si continua a pensare di investire in progetti carcerocentrici, con l’idea di costruire nuove prigioni». Una scelta «irragionevole» secondo Francesco Petrelli, presidente dell’Unione delle Camere penali.

Perché siamo arrivati a questo sovraffollamento?

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La situazione è più grave di quella raccontata dai dati ufficiali e non è omogenea: in alcuni istituti i detenuti presenti sono il doppio dei posti disponibili. La verità è che la risposta della giustizia è insufficiente. Intanto, non si riesce ad aprire alle misure alternative alla detenzione, perché mancano le risorse. Poi c’è un’applicazione eccessiva della custodia cautelare. E c’è un ulteriore problema.

Quale?

Tra i reclusi ci sono persone in condizione di disagio psichiatrico e tossicodipendenti, che dovrebbero essere curate più che trovarsi in uno stato di privazione della libertà fine a se stessa. Tanto che il numero di suicidi è drammaticamente elevato: quest’anno sono stati 89, il dato più alto di sempre. Di fronte a questa realtà, l’inerzia del Governo è impressionante.

Il decreto legge Carceri varato a luglio non è servito?

Abbiamo detto da subito che quelle misure non avrebbero avuto impatto. L’intervento sulla liberazione anticipata era solo un make up: non è cambiato nulla, ma si sono illusi i detenuti di poter fruire dell’istituto, creando confusione e ritardi.

Cosa bisognerebbe fare?

Di fronte a questa emergenza, ci sembra assurdo che il Parlamento non trovi la forza di intervenire con un’amnistia per i reati meno gravi o con un atto di clemenza condizionato alla successiva condotta senza nuovi reati. È stata di fatto affossata anche la proposta di legge presentata alla Camera, con primo firmatario Roberto Giachetti, che proponeva di elevare la detrazione di pena per la liberazione anticipata.

Invece con il disegno di legge sicurezza si intendono punire le rivolte in carcere.

L’impressione è che si stia tornando indietro nei rapporti tra Stato e cittadini. Anziché rimuovere le cause del sovraffollamento, con prevenzione dei reati e misure alternative, si ricorre alla repressione e alla tolleranza zero. Sono norme che violano i principi costituzionali che dovrebbero guidare il diritto penale. Non è così che si governa il disagio della società.

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