Formaggi italiani, record di esportazioni nel 2023: un quarto dalla mozzarella
Le vendite di prodotti lattiero caseari made in Italy hanno sfiorato quota 600mila tonnellate per un valore di quasi 5 miliardi: +5,7% in volume e +11,6% in valore
di Giorgio dell'Orefice
2' di lettura
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Formaggi italiani superstar all’estero. Nel 2023 le vendite di prodotti lattiero caseari made in Italy hanno sfiorato quota 600mila tonnellate (precisamente 598mila) per un controvalore di quasi 5 miliardi e una crescita che è stata del 5,7% in volume e di ben l’11,6% in valore.
A renderlo noto è Assolatte, l’associazione delle industrie lattiero casearie italiane che ha sottolineato come nonostante la congiuntura altalenante mozzarelle, formaggi freschi e duri come Grana e Parmigiano hanno continuano a conquistare i palati in giro per il mondo. Con anche alcune novità di rilievo come l’arrivo nella top 5 dei principali mercati per i prodotti lattiero caseari italiani della Cina.
Sul piano merceologico, l’export è stato trainato da formaggi freschi (con aumenti, per burrate e mascarpone, a doppia cifra percentuale). Sempre in volumi, seguono Grana Padano e Parmigiano Reggiano (+6,1%) con ottimi risultati anche nei formati grattugiati (+7,1%).
Bene anche gli altri stagionati duri (+7,8%) e in lieve aumento anche il Gorgonzola (+1,1%).
La mozzarella in tutte le sue tipologie cresce del 4%, e da sola rappresenta un quarto dei volumi dell’export di formaggi made in Italy.Il saldo della bilancia commerciale, con un significativo aumento del 15% sul 2022, ha superato i 2,3 miliardi di euro.
«L’export – ha commentato il presidente di Assolatte, Paolo Zanetti – si conferma una componente sostanziale per la crescita del settore lattiero caseario italiano ed è una leva fondamentale per il mantenimento dei livelli produttivi per la crescita della filiera».
Sul piano geografico, si è assistito per i prodotti lattiero caseari italiani a un recupero dei mercati Ue su quelli extracomunitari. L’Unione europea ha offerto un approdo più sicuro considerate le difficoltà riscontrate in Canada, Giappone e Corea del Sud. Anche il Regno Unito – sulla scia di Brexit e della recessione in atto nel Paese – e gli Stati Uniti – con il doppio effetto di inflazione e svalutazione del dollaro – hanno mostrato segnali di frenata.








