Dati Niq-Aecis

Formaggi Dop, ecco quanto sono disposti a spendere di più gli italiani

Il 54% dei consumatori pronti ad alzare lo scontrino del 10%, il 40% fino al 20%. I formaggi tipici sono sulle tavole di 9 famiglie su 10, vendite in crescita del 2,3% (+ 7% le vendite in valore)

di Manuela Soressi

CONSORZIO TRENTINGRANA FORMAGGIO DOC DOP

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Più di un italiano su due è disposto a spendere in media fino al 10% in più per acquistare uno o più dei 53 formaggi italiani Dop (Denominazione di origine protetta), di cui riconosce i valori di qualità, provenienza e sostenibilità. A rivelarlo è la ricerca condotta da NielsenIQ per conto dell’Aecis (Associazione europea cultura innovazione sostenibilità), costituita dai Consorzi di tutela dei formaggi Dop Provolone Valpadana, Piave e Casciotta di Urbino.

È un report che mette sotto i riflettori un comparto-chiave dell’economia agroalimentare italiana. Infatti il nostro Paese ha il primato europeo dei prodotti caseari a indicazioni geografica, con ben 57 formaggi tra Dop, Igp e Stg, alla cui produzione è destinato metà del latte prodotto in Italia, com’è emerso dalla recente nuova edizione del Rapporto Ismea-Qualivita.

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Una “taglia” importante che ne fa il comparto più rilevante in termini economici fra i prodotti alimentari italiani a indicazione geografica e il secondo in assoluto di tutto il food&beverage dietro il vino. Sommando i 53 formaggi Dop, i 3 Igp e l’unico Stg, si arriva a 583mila tonnellate di produzione 2024, concentrati per due terzi in Lombardia e in Emilia Romagna. Il valore alla produzione è superiore a 5,8 miliardi di euro (+10,5% annuo), che diventano 9,9 miliardi di euro al consumo (+11,5% annuo).

I formaggi a indicazione geografica guidano anche l’espansione del made in Italy alimentare nel mondo, con il 42% delle quantità prodotte vendute sui mercati esteri. Nel 2024 l’export dei formaggi italiani a indicazione geografica ha superato il record dei 3 miliardi di euro (+16% rispetto al 2023), incidendo per il 59% sul giro d’affari globale dei 331 cibi italiani a indicazione geografica. I protagonisti di questo successo sono soprattutto Grana Padano Dop e Parmigiano Reggiano Dop, rispettivamente medaglia d’oro e d’argento per valore della produzione (rispettivamente oltre 2,1 e 1,7 miliardi di euro).

Se gli stranieri stanno scoprendo la ricchezza e la varietà dei formaggi tipici italiani, sul mercato interno i consumatori ne sono affezionati acquirenti visto sono presenti sulle tavole di 90 famiglie su 100. I consumi sono in costante crescita: nel primo semestre del 2025 le quantità vendute sono aumentate del 2,2% e la spesa del 7%, stima un’analisi condotta nell’ambito della campagna di promozione “Think Milk, Taste Europe, Be Smart”, realizzata da Confcooperative.

Dunque, ai formaggi gli italiani non rinunciano e nella scelta a guidare le preferenze sono prezzo e qualità. Ecco perché, secondo l’analisi di NielsenIQ per Aecis, un acquirente su tre sceglie con attenzione dove andare a comprarli, prediligendo i predilige punti vendita che offrono la migliore scelta di formaggi a indicazione geografica, conosciuti da due italiani su tre. E per cui si è disposti a spendere anche di più: il 54% degli intervistati ha dichiarato di poter arrivare fino al 10% in più, il 40% dall’11% al 20% in più mentre un 6% di consumatori arriva anche a poter pagare i formaggi Dop e Igp oltre il 20% più di quelli generici. Per contro, c’è un 14% di consumatori che non è disposto a spendere di più per i formaggi certificati.

Ai “bollini” europei i consumatori italiani vedono dei garanti di valori quali qualità, autenticità e legame con il territorio di produzione. Altrettanto importante è la sostenibilità nelle sue tre dimensioni ambientale, economico/sociale e di rispetto del benessere animale, che influenza le decisioni di acquisto del 44% degli italiani. E più in generale ai “bollini” europei viene assegnata una fiducia crescente in termini di qualità, caratteristiche del prodotto, sicurezza e garanzie: il 77% degli italiani crede nel valore della Dop, Igp e Stg (+7%), con punte sopra media in Generazione Z e Millenials, nelle persone a più alto titolo di studio e in quelle con maggior reddito.

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