Congiuntura

Food Industry Monitor: rallenta la corsa dei ricavi. Risultati migliori per le aziende familiari

L’Osservatorio dell’Università delle Scienze Gastronomiche di Pollenzo e Ceresio Investors: nonostante l’incertezza performance positive per l’agroalimentare anche nel 2025-26, seppure con trend in frenata rispetto al passato

di Emiliano Sgambato

La sede dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo

3' di lettura

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Ancora previsioni di crescita per l’industria agroalimentare italiana, ma il trend mostra segni di rallentamento. L’andamento positivo dell’occupazione dovrebbe sostenere la domanda, ma non è facile compensare il calo di potere d’acquisto delle famiglie, a cui si aggiunge il clima di incertezza internazionale.

È lo scenario tratteggiato dall’11esimo Food Industry Monitor elaborato da Università delle Scienze Gastronomiche di Pollenzo e Ceresio Investors: se nel 2024 i ricavi delle 870 imprese del campione monitorato sono cresciuti del 5,9%, nel 2025 la crescita dovrebbe fermarsi al 4,6% e nel 2026 al 4,4% (anche a causa della minore inflazione). Stesso andamento anche per l’export che è previsto – in attesa di capire se i dazi di Trump fermeranno l’asticella su un relativamente sostenibile 10% – ancora in espansione, seppur a ritmi più bassi: +7,3% nel 2025 e + 7% nel 2026.

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Il settore continua a registrare, dicono da Pollenzo, «buoni livelli di redditività commerciale con un Ros al 5,7% (Return on sales, cioè il rapporto tra il risultato operativo e il fatturato, nda) e un Roic (redditività di in relazione al capitale investito, nda) al 6,9%». Valori positivi ma anche in questo caso in lieve calo rispetto agli anni precedenti, e che risentono anche della forte pressione promozionale praticata dalla Gdo per sostenere i volumi di vendita. La solidità finanziaria resta comunque elevata «con un indice di indebitamento pari ad 1,19 (mezzi di terzi su propri)».

«Le prospettive per il 2025 sono positive, ma andranno sicuramente riviste al ribasso in caso di attivazione dei dazi doganali e qualora l’evoluzione della guerra in Medio Oriente comportasse una contrazione significativa della produzione di petrolio e dei flussi turistici - commenta Carmine Garzia, professore di Management e responsabile scientifico dell’Osservatorio -. L’introduzione di dazi potrebbe comportare una drastica riduzione delle esportazioni. Occorre considerare che solo alcuni player italiani hanno strutture produttive negli Usa e potrebbero quindi preservare le proprie quote di mercato, ma questa non è un’opzione alla portata di tutte le aziende».

«Occorre riflettere seriamente sull’opportunità per le imprese italiane di dare una forte accelerazione alle strategie d’internazionalizzazione - aggiunge Alessandro Santini, head of corporate & investment banking di Ceresio Investors - investendo direttamente sui mercati in strutture produttive. Non dobbiamo vedere il “made in Italy” solo come un modello basato sull’esportazione di prodotti finiti, ma anche come l’esportazione di know-how di innovazione e produzione, che può essere messo a sistema direttamente nei mercati di destinazione».

Il Food Industry Monitor ha anche dedicato un focus ai modelli di governance. Le imprese familiari rappresentano il 67% del campione analizzato. Tra queste il 53% è in mano alla terza generazione, solo il 10% è in mano alle prime due; e i tre quarti sono gestiti da un Cda. Nelle aziende non familiari la struttura è più formalizzata, con una netta prevalenza del Cda (94%) e una marginale presenza dell’amministratore unico. A dispetto di quanto spesso si dice sui limiti delle aziende familiari, dal punto di vista delle performance economiche queste registrano risultati migliori delle non familiari con ritorni sul capitale investito «sensibilmente superiori». Primato anche dal punto di vista della composizione di genere dei Cda si evidenzia come le aziende familiari presentino una quota di donne nei Cda del 24,7%, sensibilmente più alta rispetto al 10,1% rilevato nelle aziende non familiari.

«In generale, per tutte le aziende, i modelli di governance evoluti determinano performance superiori. In particolare la presenza di una leadership collegiale - spiega l’Osservatorio - cioè una distribuzione delle deleghe tra più figure, migliora significativamente le performance, con effetti positivi sui principali indici di redditività. Ancora più rilevante è l’effetto positivo della presenza di amministratori che siano anche parte della compagine proprietaria: la presenza nei Cda di consiglieri-azionisti, infatti, porta a un miglioramento significativo del Roa. Nelle imprese familiari, la presenza di un presidente familiare, che esercita il ruolo di collegamento strategico tra famiglia e impresa, ha un’influenza rilevante sulle performance reddituali», concludono i ricercatori.

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