«Robin Hood – Il prezzo del sangue» è la decostruzione del mito
Nelle sale il film con protagonista Hugh Jackman nei panni del popolare arciere in una versione decisamente più cupa del solito
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Alla regia c’è l’americano Michael Sarnoski che aveva sorpreso con il suo potente esordio, “Pig” del 2021 con Nicolas Cage, e aveva dimostrato discreto mestiere anche con “A Quiet Place – Giorno 1” (2024), prequel della nota saga horror.
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“Robin Hood – Il prezzo del sangue” non è soltanto la sua terza prova dietro la macchina da presa, ma anche il suo progetto più ambizioso, a partire da un’ambientazione molto diversa da quella tradizionalmente associata al personaggio.
Il film è infatti ambientato in un Medioevo molto crudo e realistico, in cui Robin Hood sta vivendo l’ultimo periodo della sua esistenza. Dopo una vita trascorsa tra crimini, guerre, spargimenti di sangue, Robin viene gravemente ferito in quella che sembra essere la sua ultima battaglia. Accolto e curato da Suor Brigid, una misteriosa priora che guida una remota comunità ai margini del mondo, l’uomo si trova costretto ad affrontare i fantasmi del proprio passato e la distanza tra la leggenda costruita attorno al suo nome e la verità della sua esistenza.
Tra rimorso, redenzione e ricerca della verità, il film sovverte il mito tradizionale per offrire un ritratto intenso e contemporaneo di un uomo che deve fare i conti con il mito che lui stesso ha contribuito a creare, condannato a fare i conti con il prezzo della violenza, il peso del rimorso e un’inattesa possibilità di redenzione.
Partendo dalla ballata “Robin Hood’s Death”, risalente al diciassettesimo secolo, Sarnoski ha dato vita a un’interessante decostruzione del mito, abbandonando totalmente la classica visione del bandito dal cuore d’oro che ruba ai ricchi per donare ai poveri.







