I film del fine settimana

“Un anno di scuola”, realistico ritratto dell’adolescenza

Arriva nelle sale il secondo lungometraggio di Laura Samani, regista che si era fatta conoscere con “Piccolo corpo”

di Andrea Chimento

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Il cinema italiano è protagonista del weekend in sala con “Un anno di scuola” di Laura Samani e “Vita mia” di Edoardo Winspeare.

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Partiamo dal film della regista triestina, diventata famosa grazie alla sua interessantissima opera prima, “Piccolo corpo”, che l’ha portata a vincere meritatamente un David di Donatello come miglior regista esordiente.

Ambientato a Trieste nel 2007, il film racconta di Fred, una ragazza diciottenne svedese vivace, anticonformista e piena di energia, che approda in città per frequentare l’ultimo anno di un Istituto Tecnico, ritrovandosi ben presto in una situazione molto particolare: è l’unica ragazza in una classe interamente maschile.

Il suo arrivo non passa inosservato. Fin dal primo giorno, cattura l’attenzione dei compagni, in particolare di tre amici inseparabili e uniti fin dall’infanzia. I tre formano un nucleo compatto e apparentemente indissolubile, ma la presenza di Fred innesca qualcosa di inaspettato: l’amicizia tra i ragazzi comincia a incrinarsi, scossa da gelosie, desideri non detti e rivalità latenti.

Tutti e tre, in modi diversi, si sentono attratti da lei, ma ciò che Fred desidera davvero è solo di essere accettata dal gruppo e farne parte.

Laura Samani si è ispirata a un racconto di Giani Stuparich, scritto quasi un secolo fa e ambientato nella Trieste del 1909. Nonostante la distanza temporale, la regista ha ritrovato tanti spunti della sua adolescenza nel testo da cui ha attinto per poi aggiungere molto della sua esperienza personale.

Non è certo un caso che nel 2007 Laura Samani avesse diciotto anni e c’è senz’altro tanto della sua vita scolastica all’interno della pellicola.

 

Un racconto sincero ma privo di grandi guizzi

 

Dopo i buoni esiti di “Piccolo corpo”, Samani conferma il suo efficace sguardo registico con questa pellicola sincera ed estremamente realistica, capace di portarci all’interno delle dinamiche del gruppo al centro della narrazione.

I limiti stanno però in situazioni che al cinema si sono viste già innumerevoli volte, tanto da rischiare una certa maniera, sia nella scrittura, sia nella messinscena.

Niente di grave, certamente, ma qualche guizzo e un pizzico di coraggio in più avrebbero reso questo lungometraggio più incisivo e meno prevedibile.

Resta comunque un prodotto sicuramente da vedere e capace di ragionare in maniera interessante sulle barriere linguistiche come una forma di invito alla comunicazione e allo sforzo di provare a comprendere culture differenti.

“Un anno di scuola” e gli altri film della settimana

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Vita mia

 

Tra le novità in sala c’è anche “Vita mia” di Edoardo Winspeare, film in cui torna a recitare Dominique Sanda, quattro anni dopo la sua prova ne “Il paradiso del pavone” di Laura Bispuri.

L’attrice francese interpreta Didi, una donna cresciuta nella più nobile aristocrazia ungherese.

Da bambina assiste prima all’occupazione nazista e poi all’avvento del regime comunista. Costretta all’esilio, trova rifugio in Francia, dove lavora come sarta alla Maison Dior per riuscire a sopravvivere. Il matrimonio con un nobile italiano la conduce infine nel Salento, terra dove resterà fino agli ultimi giorni della sua vita. Il film la ritrae ormai anziana, provata dalla malattia ma ancora fiera ed elegante. L’indebolimento del corpo la costringe a chiedere aiuto a Vita, una giovane donna del posto, di origini popolari e con una famiglia legata alle idee della lotta di classe. Tra le due nasce lentamente un rapporto fatto di rispetto e reciproca scoperta, in cui la fascinazione e la dura realtà di un’aristocrazia impoverita si intrecciano con le contraddizioni del presente.

Tra i migliori film realizzati da Edoardo Winspeare, “Vita mia” è un prodotto dal sapore universale, capace di ragionare con efficacia sull’Europa e la sua storia.

Con buona sensibilità, il regista cresciuto in Salento tratta tematiche non semplici, riuscendo anche a offrire un valido ritratto al femminile in cui il confronto tra il passato e il presente è solo uno dei temi principali che vengono raccontati.

C’è qualche didascalismo di troppo e alcuni dialoghi sono lievemente forzati, ma il disegno d’insieme regge e il fascino e la bravura di Dominique Sanda fanno il resto.

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