I film del fine settimana

“Nouvelle Vague”, il brillante omaggio di Linklater a Jean-Luc Godard

Nelle sale c’è una vera e propria lettera d’amore alla storia del cinema: un film sulla lavorazione di “Fino all’ultimo respiro”

di Andrea Chimento

Nouvelle Vague

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Una profonda e divertente lettera d’amore alla storia del cinema: nelle sale è uscito “Nouvelle Vague”, imperdibile film che racconta la produzione di “Fino all’ultimo respiro” di Jean-Luc Godard, uno dei più importanti manifesti dell’avvento della modernità sul grande schermo.

Diretto da Richard Linklater, regista che sta attraversando uno splendido momento di carriera dopo gli altrettanto riusciti “Hit Man” e “Blue Moon”, “Nouvelle Vague” si apre a Parigi nel 1959, in un momento in cui Godard si rende conto che tutti i suoi compagni e sodali colleghi dei Cahiers du Cinéma sono passati dalla critica alla regia di un lungometraggio. Dopo Claude Chabrol, François Truffaut, Eric Rohmer e Jacques Rivette, è arrivato anche per lui il momento di fare il grande passo.

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Capace di incuriosire i meno esperti e di essere una vera e propria goduria per ogni cinefilo che si rispetti, “Nouvelle Vague” può apparire a prima vista come un giocattolone pensato per gli appassionati, ma col passare dei minuti si percepisce una forza drammaturgica di scrittura in grado di togliere ogni dubbio sul valore dell’operazione.

Linklater porta lo spettatore a far parte di quella lavorazione miracolosa, in cui tutto ruota – nel bene o nel male – attorno a Jean-Luc Godard, autore che viene celebrato in maniera intelligente e non convenzionale.

“Nouvelle Vague” e gli altri film della settimana

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Un film sull’atto creativo

Se già “Blue Moon”, incentrato sul paroliere Lorenz Hart, era un lungometraggio dedicato a un artista, anche in questo caso Linklater si concentra sull’atto creativo, mostrando la lavorazione di “Fino all’ultimo respiro” con un rigore estremamente filologico sulla (ri)creazione di inquadrature che hanno reso immortale il film di Godard e con un’attenzione al casting davvero impressionante.

Senza dubbio siamo di fronte a quello che è innanzitutto un omaggio a un regista che ha cambiato la storia del cinema, ma ciò che conta ancora di più è quanto Linklater sia riuscito a narrare con estrema levità un periodo tanto profondo per l’evoluzione della Settima arte.

In maniera tanto coinvolgente quanto forse con un pizzico d’invidia, Linklater racconta gli anni della Nouvelle Vague come una vera e propria fabbrica di ispirazioni creative, pronte a rivoluzionare il linguaggio cinematografico senza più badare alle regole che l’avevano dominato fino a quel momento.

C’è spazio anche per diversi passaggi divertenti in questa pellicola che scorre via velocemente, senza intoppi, portando anche chi non c’era ad avere nostalgia per un periodo che non ha mai vissuto.

È una sceneggiatura praticamente perfetta (si potevano forse evitare le didascalie finali sulla successiva fortuna del film del 1960) quella di “Nouvelle Vague”, film dotato di dialoghi davvero brillanti e di un ritmo appassionante dalla prima all’ultima inquadratura.

Se solo potessi ti prenderei a calci

Tra le novità in sala c’è anche “Se solo potessi ti prenderei a calci”, film diretto da Mary Bronstein, in cui si sente molto la mano della A24 in fase di produzione.

Al centro della trama c’è Linda, una madre sui quarantacinque anni, perennemente sull’orlo di una crisi di nervi. La vita, infatti, non sembra darle alcuna tregua: dalla misteriosa malattia della figlia alla dolorosa assenza del marito, passando per un rapporto sempre più ostile con il suo terapeuta, Linda si trova a dover fronteggiare un crescendo di difficoltà da cui non sembra esserci una via di uscita.

Si apre come una vera e propria dichiarazione d’intenti “Se solo potessi ti prenderei a calci”, secondo lungometraggio della regista e attrice Mary Bronstein, dopo “Yeast” del 2008: la cinepresa è vicinissima al volto della protagonista, ne segue i cambi di espressione, la complessità psicologica e sembra studiare le sue reazioni durante una conversazione non troppo rilassata.

L’intero film è come se fosse uno studio psicologico sul personaggio, vittima di alti e bassi, un po’ come tutta la pellicola, tra momenti di riappacificazione con se stessa e costanti imprevisti che la fanno ripiombare in un vortice di caos senza fine.

Indubbiamente colpisce la prova di Rose Byrne, attrice che abbiamo spesso visto in ruoli leggeri e che in questo caso interpreta un personaggio complicatissimo, che fatica a reagire agli imprevisti della vita: tra questi, il più evidente è una voragine che si crea sul suo soffitto e che sembra trasformarsi in una sorta di passaggio verso un’altra dimensione.

Byrne regge sulle sue spalle la pellicola, ma a volte va troppo sopra le righe e fa perdere credibilità a una figura che avrebbe potuto essere scritta e rappresentata in maniera meno studiata a tavolino.

Tra dramma e commedia nera, con qualche venatura fantasy, “Se solo potessi ti prenderei a calci” cambia costantemente registro – in maniera coerente con la situazione mentale che vive la protagonista – ma le dosi non sono sempre in equilibrio e c’è una forte disparità tra tutta la parte centrale e la conclusione: Bronstein cerca di stupire con dei colpi di scena, ma ci riesce solo in parte a causa di una struttura complessiva troppo calcolata e incapace di farci empatizzare davvero con il personaggio in scena. Qualche suggestione rimane, ma è un po’ poco per potere definire questo film riuscito: la sensazione è quella di essersi trovati davanti un’occasione sprecata e un lavoro decisamente irrisolto.

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