I film del fine settimana

“Mio fratello è un vichingo”, una coinvolgente commedia nera

Arriva al cinema la nuova pellicola del bravo sceneggiatore e regista danese Anders Thomas Jensen. Nel cast Mads Mikkelsen

di Andrea Chimento

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Una pellicola che unisce divertimento, surrealismo e toni dal sapore noir: “Mio fratello è un vichingo” è uno dei titoli da vedere del weekend in sala, un film capace di mescolare generi e registri in maniera decisamente brillante.

Dietro la macchina da presa c’è Anders Thomas Jensen, sceneggiatore di tanti film di Susanne Bier (tra cui “Dopo il matrimonio” e “In un mondo migliore”), oltre che regista di altri lungometraggi interessanti come “Le mele di Adamo”.

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L’autore danese racconta, in questo caso, la storia di Anker, un uomo che, dopo aver scontato quindici anni di carcere per una rapina, viene finalmente rilasciato.

Con il passato ancora vivo nella mente e il peso del tempo sulle spalle, si mette subito in cerca dell’unica persona che può aiutarlo a chiudere i conti con quella vecchia storia, suo fratello Manfred. È infatti lui l’unico a sapere dove sia nascosto il bottino del colpo che ha condannato Anker alla prigione. Ma qualcosa è cambiato: durante gli anni della detenzione, Manfred ha sviluppato una grave malattia mentale che gli ha fatto perdere la memoria e ora non ricorda più dove si trovi il nascondiglio.

È questa la premessa di un film che si trasforma anche in un viaggio simbolico di due fratelli che riattraverseranno i luoghi dell’infanzia e del passato per cercare di ricostruire i loro ricordi, trovandosi ad affrontare anche segreti sepolti e dolori mai affrontati.

La ricerca del denaro diventa così una sorta di pretesto per un film che ragiona in particolare sul tema dell’identità e della redenzione.

“Mio fratello è un vichingo” e gli altri film della settimana

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Accettarsi per quello che si è

Il termine di questo percorso è quello di provare ad accettarsi per quello che si è, ma il cammino è costellato di passaggi grotteschi, ragionamenti terapeutici e speranze di raggiungere una certa serenità.

La carne al fuoco che Jensen mette in pentola è tantissima, anche troppa, ma l’equilibrio dato agli ingredienti è comunque ben dosato, grazie soprattutto a un copione in grado di coinvolgere in maniera efficace.

A colpire è in particolare la scrittura dei due personaggi principali, ben interpretati da Nikolaj Lie Kaas e, ancor di più, da Mads Mikkelsen: quest’ultimo regala un’altra prova che mostra la sua versatilità e il suo talento anche in un cinema capace di giocare su un certo tipo di comicità.

Lungo le quasi due ore di durata ci sono alcuni momenti di stanca e alcuni cali di ritmo, ma il film ha più pregi che difetti e risulta una delle visioni più curiose e anticonvenzionali tra quelle proposte negli ultimi tempi nelle nostre sale.

Homebound

Tra le novità in sala c’è anche l’interessante “Homebound” di Neeraj Ghaywan, regista indiano che si era fatto conoscere nel 2015 con “Masaan”.

Presentato nella sezione Un certain regard del Festival di Cannes dello scorso anno, “Homebound” racconta le vicende intrecciate di Shoaib e Chandan, due amici d’infanzia cresciuti in un piccolo villaggio dell’India settentrionale, uniti dal desiderio di fuggire dalla povertà e dalla discriminazione sociale.

Entrambi sognano di entrare nella polizia, convinti che indossare un’uniforme possa finalmente garantire loro rispetto e sicurezza economica. Ma il loro obiettivo si scontra presto con una realtà spietata. Su 2.5 milioni di candidati, solo 3.500 posti sono disponibili. L’attesa dei risultati si prolunga per un intero anno, mentre le pressioni familiari diventano sempre più insostenibili.

Colpisce molto da un punto di vista formale questo lungometraggio raffinato, capace di confermare il talento dell’autore indiano e di stupire per una gestione registica estremamente matura. Meno efficace è invece l’andamento narrativo, piuttosto schematico, seppur nella seconda parte diverse sequenze siano anche in grado di emozionare.

Con qualche accorgimento drammaturgico poteva essere davvero un grande film, ma ci si può comunque accontentare per la sincerità generale dell’operazione e per la forza estetica messa in campo.

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