“Chi segna vince”, innocuo film sportivo ispirato a una storia vera
Nelle sale il nuovo lungometraggio di Taika Waititi. Tra le novità anche “Enea”, opera seconda di Pietro Castellitto
di Andrea Chimento
3' di lettura
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La curiosa storia di una piccola nazionale di calcio è al centro di uno dei film più attesi della settimana: dopo la presentazione al Festival di Toronto, è arrivato nelle nostre sale “Chi segna vince”, nuovo lungometraggio del regista neozelandese Taika Waititi, vincitore dell’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale per “Jojo Rabbit” nel 2020.
Alla base della storia c’è una particolare vicenda sportiva, quella della nazionale di calcio delle Samoa Americane, diventata malauguratamente famosa per la sconfitta di 31 a 0 nel 2001, durante una partita di qualificazioni alla Coppa del Mondo contro l’Australia che ha segnato un vero e proprio record come il più ampio scarto di gol in una partita ufficiale.
Nel 2014 a risollevare le sorti di questo team sconfortato, prossimo a partecipare alle qualificazioni per la successiva Coppa del Mondo, è stato chiamato l’allenatore olandese Thomas Rongen, nella speranza che il nuovo coach potesse invertire il destino avverso della squadra. Rongen era stato da poco licenziato come allenatore della nazionale giovanile americana, quando gli venne proposta questa nuova avventura che si rivelerà anche più complicata del previsto.
Ottava pellicola per il cinema diretta dal regista e attore neozelandese, “Chi segna vince” prende ispirazione dal documentario inglese “Next Goal Wins” (lo stesso titolo di questo film in lingua originale) del 2014, diretto da Mike Brett e Steve Jamison. Tra racconto biografico e commedia, il film di Waititi è soprattutto una pellicola dai buoni sentimenti, che punta tutto su un soggetto interessante e su scelte di copione decisamente comode per poter intrattenere senza grandi sforzi.È infatti un film innocuo, senza infamia e senza lode, che appassiona a tratti e che è pensato per essere visto facilmente da un pubblico più ampio possibile.
Un regista sopravvalutato?
Dopo alcune prove interessanti in patria – il suo film migliore rimane il divertente mockumentary “Vita da vampiro – What We Do In the Shadows” del 2014 – Waititi è stato chiamato a Hollywood diventando parte integrante del sistema americano e faticando non poco a portare il suo spirito neozelandese negli Stati Uniti.La sensazione però è che Waititi si sia eccessivamente seduto nel fare un cinema sempre più convenzionale (ha diretto “Thor: Ragnarok” e “Thor: Love and Thunder”, che di certo non brillano per personalità) e privo di grande spessore, così come conferma anche “Chi segna vince”, un film sufficiente a cui non si riesce davvero a chiedere qualcosa di più oltre a qualche sorriso e ad alcuni passaggi narrativi divertenti.La sensazione di trovarsi di fronte un regista sopravvalutato è sempre più forte, anche perché la messinscena è molto didascalica, priva di veri guizzi, e anche la direzione degli interpreti lascia un po’ a desiderare. Il protagonista del film Michael Fassbender, nei panni dell’allenatore Thomas Rongen, ha fatto molto di meglio e non c’è paragone tra questa mediocre performance e quella che abbiamo visto pochi mesi fa in “The Killer” di David Fincher.
Enea
Nelle sale è arrivato inoltre “Enea”, la seconda prova dietro la macchina da presa di Pietro Castellitto dopo l’esordio con “I predatori”.Il regista interpreta anche il protagonista Enea, un ragazzo di famiglia ricca che, insieme all’amico Valentino, finisce in un mondo immerso dalla malavita, tra spaccio di droga e feste sfrenate.Come nel suo esordio, anche in “Enea” si racconta l’ipocrisia di certi ambienti borghesi, ma in questo caso la sceneggiatura è ancor più arrabbiata, seppur non sempre incisiva al punto giusto.Si alternano momenti profondi ad altri più grossolani e superficiali in questa pellicola discontinua ma coraggiosa: Castellitto crea una messinscena ambiziosa e poco convenzionale, mostrando un certo talento, ma rimanendo anche vittima di troppe scelte estetiche autocompiaciute e poco raffinate.Il gioco vale solo in parte la candela, ma indubbiamente resta un lungometraggio che vuole comunicare tanto e che finirà per dare adito a diverse discussioni.Si sente comunque forte anche una traccia autobiografica in questa pellicola in cui Pietro Castellitto ha voluto nel cast suo papà Sergio e anche il fratello minore Cesare.








