Medio Oriente

Quattordici Paesi, compresa l’Italia, condannano i nuovi insediamenti in Cisgiordania

Ad Ankara il Movimento di resistenza islamica dice di aver rispettato la prima fase della tregua, ma accusa Israele di bloccare la seconda con nuovi attacchi e aiuti insufficienti. Netanyahu replica parlando di violazioni e rifiuto di disarmo

Un ragazzo palestinese rovista tra i rifiuti in una discarica nel campo di al-Bureij, nella Striscia di Gaza centrale, mercoledì 24 dicembre 2025.

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Quattordici Paesi, tra cui Italia, Francia, Gran Bretagna, Canada e Giappone, hanno condannato la recente approvazione da parte di Israele di nuovi insediamenti in Cisgiordania. «Noi, Stati di Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Islanda, Irlanda, Giappone, Malta, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna e Regno Unito, condanniamo l’approvazione da parte del gabinetto di sicurezza israeliano di 19 nuovi insediamenti nella Cisgiordania occupata», secondo una dichiarazione congiunta rilasciata dal ministero degli Esteri francese. «Ricordiamo la nostra chiara opposizione a qualsiasi forma di annessione e all’espansione delle politiche di insediamento», si legge nella dichiarazione.

Queste azioni - si aggiunge nel comunicato congiunto, riportato in una nota dalla Farnesina - «rischiano di compromettere l’attuazione del Piano onnicomprensivo per Gaza, nel contesto degli sforzi per avanzare verso la fase 2, e di minare le prospettive di pace e sicurezza a lungo termine in tutta la regione». «Ribadiamo la nostra netta opposizione a qualsiasi forma di annessione e all’espansione delle politiche di insediamento, inclusa l’approvazione dell’insediamento E1 e di migliaia di nuove unità abitative», recita ancora il comunicato, in cui i Paesi esortano «Israele a revocare questa decisione, così come l’espansione degli insediamenti, in conformità con la Risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite». «Siamo risoluti nel nostro sostegno al diritto di autodeterminazione dei palestinesi. Riaffermiamo il nostro incrollabile impegno per una pace onnicomprensiva, giusta e duratura, basata sulla soluzione dei due Stati, secondo le pertinenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, in cui due Stati democratici, Israele e Palestina, vivano fianco a fianco in pace e sicurezza, entro confini sicuri e riconosciuti. Riaffermiamo che non esiste alternativa a una soluzione a due Stati negoziata», conclude la nota.

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Hamas ad Ankara

Ad Ankara, il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan incontra esponenti dell’ufficio politico di Hamas per discutere dell’accordo di cessate il fuoco a Gaza e dell’avanzamento verso la seconda fase. Secondo una fonte del ministero turco, il movimento sostiene di aver soddisfatto i requisiti della prima fase, ma accusa i «continui attacchi» israeliani di impedire l’attuazione della fase successiva. Nello stesso colloquio, Hamas afferma che gli aiuti umanitari in arrivo nella Striscia non sono sufficienti e indica bisogni puntuali: medicinali, attrezzature per gli alloggi e carburante.

Hamas: «Nessun segnale positivo» sulla forza internazionale

Da Gaza City, la lettura di Hamas si irrigidisce ulteriormente. Il portavoce Basem Naim dice che non vede «segnali positivi» verso la creazione di una forza internazionale di stabilizzazione per Gaza, prevista dalla seconda fase del piano Trump, e accusa Tel Aviv di rinviarne l’attuazione perché comporterebbe il ritiro completo delle forze israeliane, l’apertura dei valichi e l’avvio della ricostruzione. In un’intervista al quotidiano palestinese Filastín, vicino al gruppo, Naim sostiene che «l’occupazione» continui a violare le clausole della prima fase compromettendo ogni progresso, mentre Hamas continuerebbe ad adempiere ai propri obblighi «nonostante le gravi violazioni». La richiesta, esplicita, è che gli Stati Uniti diano garanzie e facciano pressione su Benjamin Netanyahu e sul suo governo.

Papa Leone XIV chiede una tregua di Natale: appello per la pace a Gaza e in Ucraina

Israele: «Hamas viola la tregua e rifiuta di disarmare»

Sul versante israeliano, l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu diffonde una dichiarazione che condanna Hamas per «continue violazioni» del cessate il fuoco e del «piano in 20 punti del presidente Trump». Il punto centrale, per Israele, è il «rifiuto pubblico di disarmare», definito una violazione «continua e flagrante». Nella stessa nota si cita anche la detonazione di un ordigno che avrebbe ferito un ufficiale dell’Idf, indicata come conferma delle intenzioni e delle violazioni del gruppo.

Rafah, l’ordigno sotto un veicolo e la promessa di risposta

Il 24 dicembre un ordigno esplode a Gaza ferendo un soldato israeliano: secondo l’Idf, l’esplosivo detona sotto un veicolo militare mentre i soldati stanno smantellando infrastrutture dei militanti a Rafah, nel sud della Striscia. Il militare, ferito in modo lieve, viene trasportato in ospedale. Netanyahu definisce l’incidente una violazione del cessate il fuoco e avverte che Israele «risponderà di conseguenza».

I raid all’alba tra Gaza City e Rafah e la “Linea Gialla”

Nelle stesse ore, l’agenzia saudita al Hadath riferisce che caccia israeliani lanciano all’alba diversi attacchi nell’area est di Gaza City e a Rafah. I raid, secondo la stessa fonte, avrebbero colpito zone oltre la “Linea Gialla”, l’area della Striscia ancora sotto controllo israeliano. Testimoni citati parlano di cinque località prese di mira nel governatorato di Rafah durante operazioni di ricerca di combattenti di Hamas ancora asserragliati nei tunnel. Da quando la tregua è entrata in vigore, l’Idf sostiene di aver ucciso decine di «agenti terroristici» e altri «sospetti» che avrebbero attraversato la Linea Gialla e si sarebbero avvicinati alle truppe, con episodi quasi quotidiani. Tre soldati israeliani sarebbero stati uccisi dall’inizio del cessate il fuoco.

La scuola-rifugio colpita durante un matrimonio

Sul fronte civile, l’agenzia palestinese WAFA riferisce che le forze israeliane hanno preso di mira una scuola usata come rifugio a Gaza mentre era in corso un matrimonio, uccidendo sei palestinesi e ferendone diversi altri. L’attacco, sempre secondo le testimonianze, colpisce il secondo piano della struttura nel quartiere di Tuffah, a Gaza City. Il servizio di emergenza civile palestinese sostiene che la maggior parte delle vittime fossero bambini. Un residente, Hazim Hamad, racconta ad Haaretz che l’esplosione «ha scosso l’intero quartiere», mentre un altro testimone descrive una festa trasformata in caos in pochi secondi: «Nel momento in cui cerchiamo di creare momenti felici per noi, accade un altro massacro».

Gli auti «non bastano»?

Il nodo degli aiuti resta centrale nella contesa. Hamas dice a Fidan che ciò che entra a Gaza è insufficiente e che servono beni essenziali specifici – medicinali, attrezzature per l’alloggio, carburante – per reggere l’inverno e la vita in condizioni estreme. Dall’altra parte, il Cogat dichiara che a Gaza entrano settimanalmente 4.200 camion di aiuti e che «le spedizioni di cibo sono coordinate in base alle priorità stabilite dalle agenzie umanitarie».

La questione degli ostaggi

Il cessate il fuoco, in vigore dal 10 ottobre scorso, resta esposto a scosse continue. Tutti tranne uno dei 251 ostaggi presi durante l’attacco del 7 ottobre 2023 sono stati rilasciati, vivi o morti, in cambio di prigionieri e detenuti palestinesi. Hamas, però, non ha ancora restituito il corpo di un ostaggio, il sergente maggiore Ran Gvili. Israele, a sua volta, è accusato di non aprire il valico di Rafah tra Egitto e Gaza in entrambe le direzioni, accettando solo di consentire l’uscita dalla Striscia. Hamas sostiene inoltre che Tel Aviv violi la tregua non facendo entrare aiuti sufficienti e continuando a colpire civili. Secondo le autorità sanitarie palestinesi citate, oltre 370 palestinesi sarebbero stati uccisi dal fuoco israeliano dopo la tregua. Nella stessa sequenza viene ricordato anche un precedente: il 19 ottobre Israele ha dichiarato che due soldati sono stati uccisi dal fuoco di Hamas e ha risposto con una serie di attacchi che, secondo i funzionari sanitari locali, hanno causato la morte di oltre 40 palestinesi.

Le Ong nel mirino: l’allarme di Save the Children

Dentro la crisi, Save the Children chiede al governo di Israele di riconsiderare urgentemente le nuove norme di registrazione per le Ong internazionali perché potrebbero compromettere la fornitura di assistenza umanitaria salvavita ai bambini e alle loro famiglie a Gaza. L’organizzazione afferma di essere tra quelle a cui è stato negato il rinnovo della registrazione per continuare a fornire aiuti a partire dal 1 gennaio 2026: senza, non sarebbe consentito l’ingresso di personale tecnico internazionale (sanità, acqua e igiene) né di beni di prima necessità attraverso i confini controllati da Israele verso Gaza o Cisgiordania. Save the Children dice che continuerà a operare con 300 operatori palestinesi e partner locali, essendo registrata presso l’Autorità Palestinese, e che nel 2025 ha raggiunto 1,9 milioni di persone con programmi sostenuti da agenzie Onu e quasi 30 donatori.

La catastrofe descritta dall’organizzazione

La nota parla di un’emergenza «senza precedenti»: da oltre due anni 1,1 milioni di bambini a Gaza vivrebbero una catastrofe umanitaria; oltre 20mila bambini sarebbero stati uccisi e migliaia risultano dispersi. Quasi due milioni di persone sarebbero sfollate in rifugi improvvisati e tende, con l’inverno che aggrava tutto: piogge torrenziali e allagamenti avrebbero distrutto tende e costretto famiglie a restare nell’acqua contaminata da liquami, aumentando il rischio di malattie; vengono citati anche casi di bambini e neonati morti per ipotermia nelle ultime settimane. Save the Children sottolinea che le Ong contribuiscono complessivamente con circa 1 miliardo di dollari in aiuti ogni anno e che gestiscono o sostengono gran parte di ospedali da campo, cure primarie, interventi di emergenza per rifugi, servizi idrici e igienico-sanitari, centri nutrizionali e bonifica da ordigni. Ahmad Alhendawi, direttore regionale per Medio Oriente, Nord Africa ed Europa dell’Est, avverte che le nuove norme avrebbero un impatto grave, soprattutto in inverno, e ribadisce che l’organizzazione continuerà a servire i bambini palestinesi. Save the Children riferisce anche dati operativi: dal 2023 ha sostenuto 1,6 milioni di persone a Gaza (812.000 bambini) e 118.000 in Cisgiordania (62.000 bambini); tra ottobre e dicembre ha consegnato 23.287 kit salvavita, inclusi 960 kit per neonati, 4.100 kit igienici e 6.000 kit igienici femminili, oltre a sei pallet di materiali medici, e dichiara di acquistare beni anche localmente a Gaza. L’organizzazione dice di aver intrapreso ricorsi legali contro il diniego e chiede alla comunità internazionale di intervenire.

Skyline di Gaza devastato, le immagini mostrano distruzione nella Striscia

Netanyahu e i 110 miliardi per l’industria bellica

Netanyahu annuncia che Israele spenderà 350 miliardi di shekel – 110 miliardi di dollari – in dieci anni per costruire «un’industria degli armamenti indipendente». Il premier parla in una cerimonia in una base aerea nel sud del Paese e rivendica la volontà di ridurre la dipendenza «persino dai nostri amici». Il contesto è quello di guerre su più fronti negli ultimi due anni e di un Paese che, pur essendo principale destinatario di aiuti militari statunitensi e rifornendosi anche in Europa, affronta restrizioni da parte di partner sulle forniture d’armi a causa della guerra devastante a Gaza.

Natale a Gaza

Nella Striscia, padre Gabriel Romanelli, parroco della Chiesa della Sacra Famiglia di Gaza, descrive ai media vaticani un Natale «difficile come non è stato mai», che rimanda a quello di duemila anni fa. Racconta che «ancora si sentono le esplosioni, la terra trema», anche se percepisce «più serenità nelle persone» e parla dell’ansia di una popolazione senza elettricità, che vive con generatori «bruciando qualsiasi cosa» e con pochi pannelli solari. Dice che «la maggior parte delle persone, più di due milioni», vive nelle tende e che Gaza City è «piena di spazzatura ovunque». Ricorda inoltre un messaggio scritto di Leone XIV: prega sempre per loro e li ringrazia per ciò che fanno.

Betlemme, la piazza torna a riempirsi ma il turismo resta un fantasma

A Betlemme, migliaia di persone si riversano in Piazza della Mangiatoia con famiglie, musica e decorazioni: dopo due anni di celebrazioni cupe segnate dalla guerra, torna anche il grande albero di Natale e sfilano centinaia di scout con le cornamuse. Il cardinale Pierbattista Pizzaballa guida la tradizionale processione da Gerusalemme a Betlemme e invoca «un Natale pieno di luce»: «Dopo due anni di buio, abbiamo bisogno di luce». Arrivato in piazza, porta i saluti della piccola comunità cristiana di Gaza, dove aveva celebrato una messa prenatalizia, e racconta di aver visto, tra la devastazione, anche un desiderio di vita e ricostruzione. Ma l’economia locale resta schiacciata: secondo il governo locale circa l’80% dei residenti dipende dal turismo, e il sindaco Maher Nicola Canawati indica che la disoccupazione è salita dal 14% al 65% durante la guerra; circa 4.000 persone avrebbero lasciato la città in cerca di lavoro. La maggior parte dei presenti è composta da residenti, con pochi stranieri, e c’è ancora paura a viaggiare.

Il presepe tra macerie e filo spinato

La tensione resta alta anche in Cisgiordania. L’esercito israeliano continua con incursioni frequenti in quella che definisce una repressione dei militanti, mentre gli attacchi dei coloni contro i palestinesi raggiungono – secondo il riferimento citato – il livello più alto da quando l’ufficio umanitario Onu ha iniziato a raccogliere dati nel 2006. La guerra e la mancanza di turismo pesano su Betlemme, aggravate dalla revoca dei permessi di lavoro per i palestinesi della Cisgiordania durante il conflitto. Sul piano simbolico, la piazza ospita anche un presepe con Gesù bambino circondato da macerie e filo spinato, omaggio alla situazione di Gaza. Il presidente palestinese Mahmoud Abbas è atteso alla messa di mezzanotte per la prima volta in due anni. E i numeri, d’altronde, raccontano la distanza dalla normalità: il ministero del Turismo israeliano stima 130.000 turisti in Israele entro fine dicembre, di cui 40.000 cristiani. Nel 2019, anno record pre-pandemia, lo stesso ministero indicava 150.000 turisti cristiani a Betlemme nella sola settimana di Natale.

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