La crisi in Germania

Merz, bene la seconda: fiducia al Bundestag per il leader dei conservatori dopo aver sfiorato la debacle

Il candidato premier ha ottenuto la maggioranza necessaria alla Camera per il suo Governo di coalizione tra Cdu-Csu e Spd. Nel mattino non ce l’aveva fatta

dal nostro inviato Gianluca Di Donfrancesco

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz (a sinistra) presta giuramento davanti alla presidente del Parlamento tedesco Julia Kloeckner (a destra) al Bundestag di Berlino.  EPA/CLEMENS BILAN

4' di lettura

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Friedrich Merz ce l’ha fatta, al secondo tentativo, ma ce l’ha fatta: sarà il prossimo cancelliere tedesco. Al primo tentativo non ha ottenuto la fiducia al Bundestag per sei voti, fermandosi a 310 sui 316 necessari. Ore di trattative e nel pomeriggio del 6 maggio nuovo tentativo: maggioranza assoluta superata con 325 voti per il suo Governo di coalizione tra l’Unione dei conservatori Cdu-Csu e i socialdemocratici. Comunque una situazione impensabile alla vigilia. Per la prima volta dalla seconda guerra mondiale un candidato cancelliere fallisce la fiducia al primo tentativo.

Il colpo di scena

Nella seduta del mattino, la chiamata al voto procede veloce e si chiude alle 9:35. Il risultato, circa trenta minuti dopo, viene accolto da un silenzio carico di incredulità. Sulla carta, la coalizione nero-rossa poteva contare su una maggioranza ridotta: 328 seggi (208 la Cdu-Csu e 120 la Spd) rispetto alla soglia dei 316 voti necessari. Merz ne ha ottenuti solo 310 mentre 307 deputati hanno detto no. Sono stati espressi 621 voti su 630, uno è stato annullato e tre deputati si sono astenuti.

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Immediata la caccia ai franchi tiratori, coperti dallo scrutinio segreto. Nell’Unione quasi tutti guardano nel campo dei socialdemocratici. Nella Spd quasi tutti sono convinti del contrario e puntano il dito sulla Cdu-Csu. Merz però tiene la calma e con lui i vertici del suo partito. Non si perde un secondo e ci si tuffa al lavoro per organizzare una seconda votazione nel pomeriggio. Per farlo, serve la maggioranza dei due terzi della Camera: tutti i gruppi acconsentono. Ma non basta l’opposizione dell’ultradestra.

Poco dopo le 15:30, va in atto il secondo tempo di una partita alla quale nessuno in Germania pensava di dover assistere. L’ormai ex cancelliere della Spd, Olaf Scholz, va a stringere la mano al rivale. Lo scontro aspro della campagna elettorale e della passata legislatura è alle spalle. Scholz è il primo a congratularsi quando Merz ribalta il risultato: sono le 16:17, l’esito dello scrutinio segreto viene accolto da un applauso carico di sollievo.

Il percorso

Dalle elezioni del 23 febbraio alla fiducia al Bundestag sono passati circa 70 giorni, per la firma del patto di coalizione tra l’Unione dei conservatori Cdu-Csu e la Spd ne sono bastati 45. E prima ancora che il vecchio Bundestag fosse sciolto, a fine marzo, Merz aveva già incassato un risultato storico, la riforma del freno al debito, il tabù incastonato nella Costituzione tedesca. Una svolta in primo luogo rispetto alle proprie posizioni e a quelle dell’Unione, da sempre schierati sulla difesa del vincolo, che consegna al Governo nascente una dote enorme da gestire: 500 miliardi di euro da investire nelle trascurate infrastrutture tedesche in 12 anni e il via libera alla spesa potenzialmente senza limiti sulla difesa.

Il momento più difficile

È il momento più difficile per la Germania. La crisi economica si allunga: dopo aver registrato una contrazione del Pil sia nel 2023 che nel 2024, seppure di pochi decimali di punto, il Paese sembra poter aspirare al massimo a un anno di crescita zero nel 2025, secondo le previsioni del Governo uscente. Il modello di sviluppo orientato all’export non funziona più come un tempo, soprattutto perché è cambiato il ruolo della Cina nel mercato globale. Parlare di deindustrializzazione, secondo la gran parte degli analisti, è esagerato, ma comparti strategici vanno verso il ridimensionamento, a cominciare dall’auto, vittima anche dei ritardi accumulati sulla mobilità elettrica.

In un mondo già frammentato si è poi abbattuto il ciclone Donald Trump, con la sua guerra dei dazi: l’impatto sul Pil tedesco è stimato in pochi decimali, appunto quanto basta per trasformare una crescita asfittica in una stagnazione. Per vedere gli effetti della spesa pubblica in infrastrutture e difesa e della ricetta del prossimo Esecutivo, bisognerà aspettare fino al 2026.

La sfida di Afd

La crisi industriale ed economica si trascina dietro quella politica. È soprattutto per l’incapacità di trovare soluzioni, che il precedente Governo a trazione Spd (con Verdi e Liberali in una coalizione a tre) è caduto prematuramente a novembre, proprio in concomitanza con la vittoria di Trump negli Usa. Nel frattempo la corsa dell’ultradestra tedesca Alternative für Deutschland sembra inarrestabile: alle elezioni di febbraio ha sfiorato il 21%, seconda solo alla Cdu (28%), che ora affianca nei sondaggi. Nell’ottantesimo anniversario della resa che segnò la liberazione dal nazionalsocialismo, un partito classificato come estremista e incompatibile con la democrazia, dall’Ufficio federale per la difesa della Costituzione per le derive xenofobe e neonaziste, è a un soffio dal diventare la prima forza del Paese.

E il dibattito sulla sua messa al bando è sempre più acceso: serve però una pronuncia della Corte costituzionale, che può intervenire se chiamata in causa da Bundestag, Budesrat o Governo federale. Diversi parlamentari preparano questo passo. Nella scorsa legilsatura, oltre 110 deputati avevano sottoscritto una mozione, decaduta per lo scioglimento anticipato della camera. Afd ha presentato ricorso contro la decisione dell’intelligence interna.


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