Tasse e mattone

Evasione Imu per 5 mld l’anno da case fantasma e mancati pagamenti

La lotta ai buchi del Catasto rilanciata da Giorgetti ha fatto esplodere lo scontro politico, ma il fenomeno è enorme: sfugge il 20,9% dell’imposta

di Gianni Trovati

3' di lettura

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Le case sono, per natura e definizione, beni immobili. E in genere anche piuttosto visibili. Hanno, cioè, le caratteristiche che dovrebbero impedire a priori l’evasione fiscale. Eppure in Italia le tasse sul mattone si evadono, eccome.

Lo conferma l’ultima relazione sull’economia non osservata pubblicata nei giorni scorsi dal ministero dell’Economia, che fissa due dati parecchio efficaci per misurare i termini del problema: ogni anno l’evasione apre una voragine da 5 miliardi nell’Imu, che quindi lascia per strada un quinto (il 20,9% a essere precisi) del proprio gettito potenziale. E il valore fiscale degli immobili che sfuggono agli appuntamenti con la cassa cumula la cifra astronomica di 494 miliardi. Sono gli immobili «fantasma» veri e propri, che cioè esistono nella realtà ma non nelle mappe catastali, e quelli che invece diventano tali solo quando si tratta di pagare: perché nei censimenti ufficiali ci sono, ma nessuno controlla o riesce a imporre davvero il versamento.

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Questi numeri offrono una spiegazione aggiuntiva della delicatezza politica del mattone, che ha trovato l’ennesima conferma martedì scorso quando sono bastati un paio di accenni al tema da parte del ministro dell’Economia per far esplodere le tensioni nel Governo e far salire l’opposizione sulle barricate contro l’idea di «nuove tasse» sulla casa.

Giorgetti, è noto, in realtà non ha parlato di nuove tasse. Si è limitato a rilanciare due dossier tutt’altro che inediti: una norma (il comma 86) della legge di bilancio dell’anno scorso, che per gli immobili ristrutturati con il Superbonus prevedeva controlli sulle rendite catastali poi evidentemente rimasti più o meno inattuati, e la caccia (eterna) alle case fantasma. In pratica, due forme di lotta all’elusione (la prima) e all’evasione (la seconda) sul mattone.

La pratica è parecchio diffusa, come mostra la fotografia ufficiale del ministero dell’Economia. Anche se con intensità diverse a seconda dei territori, in una geografia in cui non è complicato trovare una correlazione fra i livelli medi di efficienza amministrativa e quelli di gettito perso. Perché, appunto, a differenza di un’operazione societaria o anche di un lavoro fatto in nero, la casa non è semplice da nascondere, e specularmente non sarebbe difficile da trovare a chi si metta a caccia delle tasse.

Il tax gap, che misura la distanza fra il gettito teorico e quello effettivamente realizzato, si impenna in Calabria, dove raggiunge il 39,6%, e in Campania, dove arriva al 33,5% superando di un soffio la Sicilia che si ferma (bontà sua) al 33,2%. Al capo opposto della graduatoria si incontrano Emilia-Romagna (tax gap all’11,1%), Liguria (12,9%) e Marche (13,7%). Sotto la media nazionale ci sono tutte le Regioni del Nord e l’Abruzzo, sopra quindi c’è tutto il Centro-Sud. Una divisione così netta si spiega con la malattia endemica della riscossione locale dal Lazio in giù, che concentra lì la quasi totalità dei 500 Comuni in dissesto e predissesto e il 92,5% dei 1.135 enti in disavanzo. L’emigrazione, che ha svuotato molte aree interne nel Mezzogiorno, complica ulteriormente il quadro nel caso del mattone, moltiplicando le case abbandonate e titolari di un’Imu che nei fatti rimane solo teorica. I buchi negli incassi, però, sono reali, cumulano ogni 12 mesi una cifra superiore a quella che serve a finanziare i tagli Irpef avviati da quest’anno. È un fenomeno dalle dimensioni imponenti, di fronte alle quali cedono gli argini anche dei partiti più ferocemente anti-tasse sul mattone: «Cercare le case fantasma che non pagano nulla è doveroso, e la vicenda delle case ristrutturate con bonus è oggetto di regole precise», ha riconosciuto ieri il presidente dei senatori di Forza Italia Maurizio Gasparri. Tanto rumore per nulla? Forse.

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