Errori giudiziari, ecco come si calcola l’indennizzo all’innocente
Non è automatico ricevere un ristoro economico dopo essere stati riconosciuti non colpevoli. In Italia c’è un lungo iter giudiziario e amministrativo
6' di lettura
I punti chiave
- Il delitto di Garlasco
- Come si ottiene l’indennizzo
- Trogu: il codice riconosce un indennizzo, non un risarcimento
- Non si può fare un calcolo meramente aritmetico
- Le tre prestazioni riparatorie previste
- La riparazione per ingiusta detenzione ha un tetto
- I casi in cui si può chiedere la revisione
- Beniamino in carcere quasi 33 anni da innocente
- I 30mila euro per le celle strette
- Oltre 86 milioni di indennizzi
- La legge di iniziativa popolare per l’assegno in attesa dell’indennizzo
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Stare dietro le sbarre per anni da innocente non basta. Come non basta essere stati scarcerati dopo una sentenza di revisione del processo, che annulla le sentenze di condanna del passato. Dopo essere usciti dal carcere la vittima dell’errore giudiziario è sola e senza risorse. E deve affrontare senza sostegno la vita spezzata che la malagiustizia gli ha riservato. In questi giorni in cui la vicenda dell’omicidio di Garlasco tiene banco, sono in molti a domandarsi cosa succederebbe se Alberto Stasi - condannato nel 2015 in via definitiva a 16 anni di carcere - fosse innocente.
Il delitto di Garlasco
Per il delitto di Chiara Poggi, uccisa nella villetta di famiglia di Garlasco (Pavia) il 13 agosto 2007, Alberto Stasi fu assolto in primo grado, nel 2009, e in secondo grado, nel 2011. La Corte di cassazione, poi, il 18 aprile 2013, annullò la sentenza di assoluzione ordinando esami del Dna sul capello trovato tra le mani della vittima e su residui di Dna sotto le unghie, repertati e mai analizzati. Al processo d’appello di rinvio il 17 dicembre 2014 Stasi venne ritenuto colpevole e condannato a 24 anni di reclusione per omicidio volontario (con l’esclusione delle aggravanti della crudeltà e della premeditazione). Pena ridotta a 16 anni grazie al rito abbreviato. Ora che sono state riaperte le indagini il ministro della Giustizia Carlo Nordio, intervistato a “Zona Bianca”, ha affermato che è «irragionevole che dopo una o due sentenze di assoluzione sia intervenuta una condanna, senza rifare l’intero processo». Vediamo che tipo di indennizzo economico spetterebbe ad Alberto Stasi se fosse dimostrato l’errore giudiziario.
Come si ottiene l’indennizzo
Per ottenere l’indennizzo del danno è indispensabile fare ricorso alla Corte d’appello, dopo che un pool di esperti ha quantificato il danno subito. Per ottenere l’indennizzo dopo un errore giudiziario è necessario presentare domanda di riparazione alla Corte d’Appello, entro due anni dalla sentenza di proscioglimento definitivo. La riparazione è commisurata alla durata del periodo di carcerazione e alle conseguenze personali e familiari della condanna. La Corte d’Appello competente è quella che ha emesso la sentenza di revisione o, nel caso di sentenza della Corte di Cassazione, quella del distretto in cui è stato emesso il provvedimento impugnato. La domanda deve indicare tutti i pregiudizi subiti, materiali e morali, e la durata della detenzione. La Corte d’Appello, poi, dovrà esaminare la domanda e accertare l’entità del danno, considerando la durata della detenzione e le conseguenze personali e familiari. Ma non basta.
Trogu: il codice riconosce un indennizzo, non un risarcimento
«Il nostro codice riconosce non tanto un diritto al risarcimento, quanto una riparazione, che ha la natura di indennizzo», spiega l’avvocato Mauro Trogu, il legale sardo che ha difeso Beniamino Zuncheddu, riconosciuto innocente dalla Corte d’appello di Roma dopo il processo di revisione e dopo quasi 33 anni di detenzione. Il suo è il caso più grave che si è verificato in Italia. «Se si trattasse di un risarcimento in senso proprio - spiega Trogu - tutti i danni andrebbero riparati e compensati in forma patrimoniale. L’indennizzo, invece, parte sempre dalla dimostrazione dell’esistenza di un danno, ma non necessariamente lo ristora del tutto. Perché? Perché è un danno causato dall’autorità giudiziaria, quindi da un’attività lecita. Dunque non c’è un diritto vero al risarcimento che scatta, dal punto di vista tecnico, quando c’è un fatto illecito che cagiona un danno. Spetta un indennizzo a riparazione del danno procurato».
Non si può fare un calcolo meramente aritmetico
Per la cifra dell’indennizzo, spiega Trogu, «non si può fare un calcolo meramente aritmetico. Bisogna considerare il condannato che ha subito l’errore giudiziario nella sua globalità, come persona che ha dei rapporti umani, familiari, affettivi che vengono stroncati o comunque limitati dal periodo di detenzione. Bisogna considerare l’individuo come lavoratore che perde la sua capacità reddituale o come studente che perde la sua possibilità di studiare o comunque di farlo con tempi e modalità più agevoli. Lo si deve considerare anche sotto il profilo puramente morale e individuale, quindi sotto il profilo della sofferenza fisica e psichica che la detenzione gli cagiona. Perchè sappiamo che la detenzione causa delle condizioni di deprivazione sensoriale che sono fisicamente e psicologicamente dolorose. Tutti questi fattori entrano nel computo dell’indennizzo».








