Non è un risarcimento

Errori giudiziari, ecco come si calcola l’indennizzo all’innocente

Non è automatico ricevere un ristoro economico dopo essere stati riconosciuti non colpevoli. In Italia c’è un lungo iter giudiziario e amministrativo

di Nicoletta Cottone

Garlasco, l'impronta di Sempio e gli appunti nella spazzatura riaprono il caso

6' di lettura

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Stare dietro le sbarre per anni da innocente non basta. Come non basta essere stati scarcerati dopo una sentenza di revisione del processo, che annulla le sentenze di condanna del passato. Dopo essere usciti dal carcere la vittima dell’errore giudiziario è sola e senza risorse. E deve affrontare senza sostegno la vita spezzata che la malagiustizia gli ha riservato. In questi giorni in cui la vicenda dell’omicidio di Garlasco tiene banco, sono in molti a domandarsi cosa succederebbe se Alberto Stasi - condannato nel 2015 in via definitiva a 16 anni di carcere - fosse innocente.

Il delitto di Garlasco

Per il delitto di Chiara Poggi, uccisa nella villetta di famiglia di Garlasco (Pavia) il 13 agosto 2007, Alberto Stasi fu assolto in primo grado, nel 2009, e in secondo grado, nel 2011. La Corte di cassazione, poi, il 18 aprile 2013, annullò la sentenza di assoluzione ordinando esami del Dna sul capello trovato tra le mani della vittima e su residui di Dna sotto le unghie, repertati e mai analizzati. Al processo d’appello di rinvio il 17 dicembre 2014 Stasi venne ritenuto colpevole e condannato a 24 anni di reclusione per omicidio volontario (con l’esclusione delle aggravanti della crudeltà e della premeditazione). Pena ridotta a 16 anni grazie al rito abbreviato. Ora che sono state riaperte le indagini il ministro della Giustizia Carlo Nordio, intervistato a “Zona Bianca”, ha affermato che è «irragionevole che dopo una o due sentenze di assoluzione sia intervenuta una condanna, senza rifare l’intero processo». Vediamo che tipo di indennizzo economico spetterebbe ad Alberto Stasi se fosse dimostrato l’errore giudiziario.

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Come si ottiene l’indennizzo

Per ottenere l’indennizzo del danno è indispensabile fare ricorso alla Corte d’appello, dopo che un pool di esperti ha quantificato il danno subito. Per ottenere l’indennizzo dopo un errore giudiziario è necessario presentare domanda di riparazione alla Corte d’Appello, entro due anni dalla sentenza di proscioglimento definitivo. La riparazione è commisurata alla durata del periodo di carcerazione e alle conseguenze personali e familiari della condanna. La Corte d’Appello competente è quella che ha emesso la sentenza di revisione o, nel caso di sentenza della Corte di Cassazione, quella del distretto in cui è stato emesso il provvedimento impugnato. La domanda deve indicare tutti i pregiudizi subiti, materiali e morali, e la durata della detenzione. La Corte d’Appello, poi, dovrà esaminare la domanda e accertare l’entità del danno, considerando la durata della detenzione e le conseguenze personali e familiari. Ma non basta.

Trogu: il codice riconosce un indennizzo, non un risarcimento

«Il nostro codice riconosce non tanto un diritto al risarcimento, quanto una riparazione, che ha la natura di indennizzo», spiega l’avvocato Mauro Trogu, il legale sardo che ha difeso Beniamino Zuncheddu, riconosciuto innocente dalla Corte d’appello di Roma dopo il processo di revisione e dopo quasi 33 anni di detenzione. Il suo è il caso più grave che si è verificato in Italia. «Se si trattasse di un risarcimento in senso proprio - spiega Trogu - tutti i danni andrebbero riparati e compensati in forma patrimoniale. L’indennizzo, invece, parte sempre dalla dimostrazione dell’esistenza di un danno, ma non necessariamente lo ristora del tutto. Perché? Perché è un danno causato dall’autorità giudiziaria, quindi da un’attività lecita. Dunque non c’è un diritto vero al risarcimento che scatta, dal punto di vista tecnico, quando c’è un fatto illecito che cagiona un danno. Spetta un indennizzo a riparazione del danno procurato».

Non si può fare un calcolo meramente aritmetico

Per la cifra dell’indennizzo, spiega Trogu, «non si può fare un calcolo meramente aritmetico. Bisogna considerare il condannato che ha subito l’errore giudiziario nella sua globalità, come persona che ha dei rapporti umani, familiari, affettivi che vengono stroncati o comunque limitati dal periodo di detenzione. Bisogna considerare l’individuo come lavoratore che perde la sua capacità reddituale o come studente che perde la sua possibilità di studiare o comunque di farlo con tempi e modalità più agevoli. Lo si deve considerare anche sotto il profilo puramente morale e individuale, quindi sotto il profilo della sofferenza fisica e psichica che la detenzione gli cagiona. Perchè sappiamo che la detenzione causa delle condizioni di deprivazione sensoriale che sono fisicamente e psicologicamente dolorose. Tutti questi fattori entrano nel computo dell’indennizzo».

Le tre prestazioni riparatorie previste

Le prestazioni riparatorie previste dal Codice di procedura penale in caso di errore giudiziario sono tre. Il pagamento di una somma di denaro, che – diversamente dalla riparazione per ingiusta detenzione – è indeterminata nel massimo e deve essere commisurata alla durata dell’eventuale espiazione della pena o internamento e alle conseguenze personali e familiari derivanti dalla condanna. Oppure alla costituzione di una rendita vitalizia, tenuto conto delle condizioni dell’innocente e della natura del danno. Oppure il ricovero in un istituto a spese dello Stato.

La riparazione per ingiusta detenzione ha un tetto

Per i casi di ingiusta detenzione, invece, la riparazione può essere effettuata tramite il pagamento di una somma in denaro o con la costituzione di una rendita vitalizia. L’importo massimo del risarcimento per ingiusta detenzione è di 516.456,90 euro, calcolato in base alla durata massima della custodia cautelare in carcere (6 anni) e a una somma giornaliera di 235,82 euro.

I casi in cui si può chiedere la revisione

Prima di poter presentare la richiesta di indennizzo, per dimostrare la sua innocenza Zuncheddu ha dovuto affrontare la revisione del processo. Si tratta di un rimedio straordinario che consente di ridiscutere in Corte d’appello una sentenza penale definitiva, a seguito di circostanze che non erano note al momento del processo originario. Ci sono però solo specifici casi in cui è possibile.

1) Nuove prove decisive. Si può ottenere la revisione se emergono nuove prove che, se conosciute al momento del processo, avrebbero portato all’assoluzione.

2) Incongruenze probatorie. Bisogna dimostrare che le prove utilizzate per la condanna erano false o gravemente erronee.

3) Condanna di un altro soggetto. Se viene accertato che il reato è stato commesso da un’altra persona.

Beniamino in carcere quasi 33 anni da innocente

Il caso più eclatante in Italia è quello di Beniamino Zuncheddu, il pastore sardo condannato all’ergastolo per la strage di Sinnai, nel sud Sardegna, avvenuta nel 1991. In quella strage furono uccisi a fucilate Gesuino Fadda, il figlio Giuseppe e il dipendente Ignazio Pusceddu. Nell’agguato si salvò solo Luigi Pinna, che è stato il principale accusatore di Beniamino, salvo poi ammettere nel processo di revisione di essere stato indotto ad accusare il pastore sardo da un sovrintendente della Criminalpol, Mario Uda, oggi indagato per i depistaggi nella strage compiuta nell’ovile di Cuile is Coccus, sulle montagne tra Sinnai e Burcei.

I 30mila euro per le celle strette

Beniamino è stato in carcere da innocente per quasi 33 anni. A poco più di un anno dall’assoluzione non ha ancora ricevuto alcun indennizzo per il danno materiale ed esistenziale avuto. Ha avuto solo dallo Stato circa 30mila euro - esattamente 30.187 euro - per aver trascorso anni in celle piccole e sovraffollate, come stabilito dal Tribunale di Sorveglianza di Cagliari, per il trattamento subito dal 28 febbraio 1990 nel carcere di Buoncammino, a Cagliari (attualmente chiuso) e in quello di Badu ’e Carros, nel nuorese. Il ministero della Giustizia si era opposto a questo provvedimento, ma il collegio presieduto da Cristina Ornano ha dato ragione a Zuncheddu, che ha subito «una carcerazione inumana e degradante, in violazione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo». Per i quasi 33 anni trascorsi in carcere da innocente Beniamino non ha ancora avuto ristoro. L’avvocato Trogu, con un pool di esperti, sta preparando la richiesta di indennizzo da presentare alla Corte d’appello di Roma. La sua storia è raccontata dal podcast Innocente del Sole 24 Ore e di Radio 24.

Oltre 86 milioni di indennizzi

Secondo i dati elaborati dal sito errorigiudiziari.com in Italia dal 1991 al 31 dicembre 2024 ci sono stati 31.949 casi complessivi di errori giudiziari e ingiuste detenzioni, con un costo di quasi un miliardo di euro in indennizzi. In media 29 milioni e 49mila euro l’anno. Di questi, ben 31.727 riguardano casi di ingiusta detenzione (persone finite in custodia cautelare e poi risultate innocenti). I veri e propri errori giudiziari (condanne definitive annullate da un processo di revisione) sono stati invece 222 fino al 31 dicembre 2022 (i dati sono fermi). In media quasi 7 l’anno. La spesa in indennizzi è salita a 86.206.214 euro (pari a una media appena inferiore ai 2 milioni e 694 mila euro l’anno).

La legge di iniziativa popolare per l’assegno in attesa dell’indennizzo

Per ottenere l’indennizzo ci sono tempi lunghissimi sia per il procedimento giudiziario, sia per il successivo procedimento amministrativo. «Da un lato è laborioso istruire la pratica - ricorda Trogu - dall’altro l’esperienza ci dice che sono molto lunghi anche i tempi del procedimento giudiziario e il successivo procedimento amministrativo per la concreta liquidazione. La proposta di legge Zuncheddu di iniziativa popolare tende ad arginare gli inconvenienti di queste lungaggini, riconoscendo una pensione minima di accompagnamento automatica alla fine del processo, proprio per evitare che chi ha subito l’errore rimanga anni privo di strumenti economici». Proprio per perorare l’approvazione di questo disegno di legge di iniziativa popolare Beniamino Zuncheddu è rientrato lo scorso anno in carcere, ma questa volta da uomo libero. Accompagnato da Irene Testa, garante dei detenuti della Sardegna e tesoriera del Partito radicale, che ha portato alla ribalta nazionale la vicenda dell’Ex pastore sardo, nel teatro del carcere di Rebibbia, Beniamino ha ricordato a tutti quanto sia importante firmare a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare che vuole concedere un assegno mensile al detenuto ingiustamente condannato fino alla corresponsione dell’indennizzo. Perchè chi esce dopo aver passato anni dietro le sbarre ingiustamente si trova ad essere solo, senza lavoro, senza pensione, senza aver potuto avere una famiglia, senza mezzi di sostentamento. Solo, con le conseguenze della malagiustizia.

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