Energia, dalla chimica all’acciaio è allarme costi nell’industria
Nei settori energivori si diffonde la preoccupazione di rialzo dei prezzi, nuove speculazioni e impatti sociali dopo lo stop del gas russo attraverso l’Ucraina
di Cristina Casadei, Matteo Meneghello, Sara Monaci, Luca Orlando, Ilaria Vesentini
6' di lettura
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Dalla chimica all’acciaio, passando per le fonderie, le ceramiche e le cartiere. Nell’industria il nuovo anno si apre tra molte preoccupazioni per il caro energia, alimentate anche dallo stop del gas russo attraverso l’Ucraina, dopo la rottura dei contratti tra la russa Gazprom e l’ucraina Naftogaz. E si rievoca lo spettro dell’anno più nero, il 2022.
La chimica è senz’altro tra i settori più sensibili in quanto utilizza le fonti fossili, petrolio e gas naturale, sia a fini energetici sia come materie prime e, «alla luce delle tecnologie disponibili attualmente, la loro integrale sostituzione non è praticabile», riflette il presidente di Federchimica, Francesco Buzzella, preoccupato dalla situazione che sta venendo avanti sul piano geopolitico.
La questione dei prezzi e della filiera
La situazione appare «critica non per i quantitativi - osserva Buzzella - perché siamo più attrezzati rispetto al passato, ma per i prezzi. Già 50 euro al megawattora sono un prezzo carissimo, un aumento fino a 60 70 80 euro per un’industria così energivora come la chimica diventa un grande problema che si trasferirebbe a tutta la manifattura a valle. L’energia è alla base di tutto, anche della nostra crescita economica. Come ci mostrano gli Stati Uniti la cui crescita degli ultimi 20 anni si deve in larga misura alle politiche sull’energia». E non ci si può dimenticare che anche la chimica è alla base della pressoché totalità dei manufatti. Il vero rischio è quello di «vedere una nuova fiammata dell’inflazione». Buzzella in particolare critica «la scelta della Ue di bandire le fonti fossili per una scelta ideologica e politica quando ne abbiamo evidentemente bisogno. La sensazione è che siamo in balia dei venti, non abbiamo una linea chiara. Semmai ne abbiamo una teorica di puntare sulle rinnovabili che, però, non bastano. Ecco perché dobbiamo continuare a sfruttare le fonti fossili e investire nel contempo sulle nuove materie prime alternative che però ancora bastano. E la bolletta dobbiamo pagarla a gennaio e febbraio di quest’anno, non nel 2036, a cui auspichiamo di arrivare vivi». I nostri prezzi del gas si mantengono su livelli pari a oltre il quadruplo di quelli statunitensi e rimangono soggetti a rischi al rialzo alla luce delle persistenti tensioni geopolitiche e della «speculazione che è già iniziata lo scorso dicembre - rileva Buzzella -. Quello che temiamo è che fino alla fine del freddo si possa innescare una speculazione, come accaduto nel 2022. E se è vero che gli stoccaggi sono pieni, questo non basta perché vanno reintegrati giorno dopo giorno».
Le alternative ancora da creare
È difficile uscire da questa situazione, «la chimica ha fatto molti sforzi per rendersi più indipendente dal gas ma non è facile - continua Buzzella -. Peraltro tutte le tecnologie che vengono già date per affermate sono in fase sperimentale e molto costose. Ad oggi non ci sono vere alternative. Per di più sarebbe anche il momento di rivedere a livello europeo il sistema degli Ets, nato 20 anni fa quando c’era una situazione ben diversa, e che ci costringe a pagare per il gas in entrata, ma anche per il gas combusto in uscita». Servirebbe anche una maggiore coerenza. «In Europa c’è il bando assoluto sullo shale gas, che ha dato le ali agli Stati Uniti, sia come fonte energetica nazionale che per le esportazioni, ma poi però noi acquistiamo centinaia e centinaia di gasiere che arrivano dagli Stati Uniti. Dov’è la coerenza?», chiede Buzzella.
L’impatto sociale
Grande preoccupazione sui prezzi anche per «le acciaierie che dovrebbero applicare aumenti ai clienti per fare fronte all’incremento del costo energetico, ma questo farà perdere competitività e produzione a tutta la filiera», spiega Giovanni Marinoni Martin, presidente del settore metallurgico di Confindustria Brescia e vicepresidente di Ori Martin, acciaieria a forno elettrico per acciai speciali destinati ad automotive e meccanica. «Questo significa – aggiunge - che vedremo un incremento della cassa integrazione, sia per noi produttori che per i nostri clienti, e anche licenziamenti, chiusure di aziende. Il problema a valle riguarda il Green deal europeo, che va ripensato. Mi aspetto problemi sociali nel breve: i sindacati si stanno muovendo per organizzare una protesta a Bruxelles il 5 febbraio, mi auguro che anche la politica reagisca velocemente».











