La Convention democratica

Barack e Michelle Obama sostengono Kamala Harris e attaccano Trump: è ora di scrivere una storia migliore

Barack e Michelle Obama tornano al centro della politica americana per sostenere Kamala Harris nella sua candidatura alla Presidenza degli Stati Uniti. Nel loro appassionato intervento alla Convention democratica, criticano Donald Trump e invitano gli americani a respingere la sua politica di divisione e menzogne. Il sostegno degli Obama potrebbe essere cruciale per le chance di successo di Harris alle elezioni di novembre

di Marco Valsania

epa11557475 Former US President Barack Obama speaks during the second night of the Democratic National Convention (DNC) at the United Center in Chicago, Illinois, USA, 20 August 2024.  The 2024 Democratic National Convention is being held from 19 to 22 August 2024, during which delegates of the United States' Democratic Party will vote on the party's platform and ceremonially vote for the party's nominee for president, Vice President Kamala Harris, and for vice president, Governor Tim Walz of Minnesota, for the upcoming presidential election.  EPA/CAROLINE BREHMAN

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CHICAGO - “È ora di scrivere una storia migliore per l’America, di eleggere Kamala Harris”. Così Barack Obama è tornato al centro della politica americana, con un appassionato intervento alla Convention democratica che ha tirato la volata alla prima donna di colore a cercare la Presidenza degli Stati Uniti. E ha chiesto agli americani di respingere invece Donald Trump e la sua politica delle lamentele e recriminazioni, menzogne e divisioni, che, ha denunciato, riporterebbe il Paese indietro.

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“Abbiamo già visto quel film e i seguiti sono spesso peggiori”, ha detto. Ha invece rilanciato la necessità per l’America di superare lacerazioni e odi, di riscoprire “il meglio” della natura umana e della politica, i suoi “better angels”, gli angeli migliori. In chiusura hanno risuonato le note della canzone di Bruce Springsteen Land of Hope and Dreams, terra di speranza e sogni. Nell’insieme un discorso che ha tenuto a battesimo un messaggio di unità al di là delle differenze, ideologiche o generazionali, da sempre cuore dell’appeal dell’ex Presidente e oggi ritenuto tdal partito democratico tanto più necessario per allargare il sostegno alla Harris e alle sue politiche progressiste su scala nazionale.

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Obama aveva preparato il discorso, stando ai suoi collaboratori, sotto lo slogan «Kamala Harris è il leader giusto per i nostri tempi». Considerato forse il secondo discorso più importante della sua carriera, a vent’anni di distanza dalle parole che lanciarono la sua ascesa, per Barack Obama ha voluto essere una “forte affermazione” del sostegno a Harris. L’intervento di quello che è riconosciuto come uno dei grandi statisti e oratori del partito democratico è avvenuto alle dieci di sera sul palco dello United Center che ospita la Convention a Chicago.

Il suo appello è stato reso più pregnante perché lanciato dalla città dove lui stesso entrò in politica. E perrchè affiancato dall’intervento della ex First Lady Michelle Obama, da anni ormai icona culturale prima che partitica. E che si è confermata tale per la platea dei delegati.

“Hope is making a comeback”, la speranza è alla riscossa, ha detto la Obama. Ancora: “Kamala Harris e’ piu’ che mai pronta per quanto momento. E’ una delle persone con maggior dignità. La sua storia e’ la storia della maggioranza degli americani che vogliono costruire una vita migliore, avere opportunità. Ha vissuto una vita di servizio”. Ha rivendicato tanto “la sua onestà” come la “gioia della sua risata”.

Al miliardario Trump ha lanciato acuminate frecciate: noi e la maggioranza degli americani, ha detto, “non abbiamo il lusso dell’affirmative action della ricchezza passata da generazione in generazione. Non cambiamo le regole per vincere. Noi lavoriamo, facciamo”. E ha denunciato anni di distorsioni ai danni degli Obama da parte di Trump, “ha fatto di tutto perchè la gente ci temesse”. Accadrà anche contro Harris e lei andrà difesa. Ha scandito lo slogan: quando accade qualcosa che non va bene, “fate qualcosa”. Il “Do something” è stato ripreso dai delegati assiepati.

Dietro ai grandi discorsi di presidente ed ex Presidenti, da Joe Biden prima a Obama poi, la Convention democratica a Chicago ha messo in chiaro la sua missione: mobilitare migliaia di delegati, militanti e simpatizzanti per due mesi e mezzo di campagna elettorale fino a novembre in una dura sfida con il candidato repubblicano Trump. E’ stata una missione messa in evidenza anche dalla cosiddetta roll call delle delegazioni statali. Una formalita’, perche’ i voti erano già’ stati contati ufficialmente garantendo la nomination a Kamala Harris. Ma la roll call si e’ trasformata in un appello all’entusiasmo, con delegazione dopo delegazione che ha promesso di spezzare un nuovo tabu’, tra applausi, slogan e musica: l’elezione, appunto, della prima donna e prima donna di colore alla Casa Bianca.

L’ultimo stato a pronunciarsi, la sua California - con il governatore Gavin Newsom che ha descritta Harris come infaticabile guerriera per la giustizia economica e sociale, i diritti delle donne, le libertà di tutti. Harris accompagnata dal suo candidato alla vicepresidenza Tim Walz si e’ collegata e ha ringraziato da Milwaukee, dove e’ volata per un comizio anche durante la Convention. In attesa di rivolgersi ai delegati affollati nello Union Center e al Paese giovedì notte, nel formale discorso di accettazione della sua nomination e di vero lancio dello sprint verso le elezioni.

Obama è stato tuttavia figura cruciale nell’intera parabola politica di Harris e potrebbe tuttora rivelarsi essenziale alle sue chance di successo alle urne di novembre per la Casa Bianca contro Trump. A dare corpo alle ragioni della sua candidatura: alla sua capacità di ricreare un’ampia coalizione trasformatrice che fu di Obama presidente. Di dare nuovamente fiato all’ottimismo del «Yes, we can». O al messaggio con il quale prima ancora, appunto vent’anni or sono nel 2004, un Obama giovane aspirante senatore scioccò la Convention di Boston, la “politica della speranza” e di “una sola America” non limitata dalle sue differenze.

Fu così efficace nel sostenere l’allora candidato presidenziale democratico, John Kerry, che la sua stella non venne appannata dalla sconfitta di Kerry. Anzi quattro anni dopo, a sorpresa, conquistò lui la nomination diventando poi il primo presidente afroamericano degli Usa. Adesso è pronto ad aprire la strada alla prima donna di colore alla Casa Bianca.

Il governatore dell’Illinois JB Pritzker non ha nascosto i paralleli con Harris. «È una candidata che ha mobilitato il partito come non vedevo del 2008. Non coglievo una simile energia ad una Convention dagli anni di Obama». La Convention che nominò Obama nel 2008 a Denver radunò 84.000 persone.

I legami tra Obama e Harris sono però più profondi di immagini e stereotipi. Si erano conosciuti quando le rispettive ambizioni erano quasi tutte da realizzare. Lei era ancora una trentanovenne procuratrice a San Francisco. Fu, in un segno di coraggio politico, tra i primissimi funzionari del partito a schierarsi con Obama nelle primarie del 2007/2008, invece che con l’iniziale favorita dall’establishment, Hillary Clinton. Di più: volò a Springfield in Illinois per l’annunciò ufficiale della improbabile candidatura di Obama e poi si recò in Iowa a Capodanno per aiutarlo nei primi caucus. Obama non ha dimenticato. Stando a indiscrezioni, le offrì durante la sua amministrazione la poltrona di segretario alla Giustizia.

Certo è che da presidente fu strumentale all’elezione di Harris procuratore generale della California nel 2010, orchestrando per lei un comizio a Los Angeles in chiusura di campagna. «È una mia grande amica, chiedo che la appoggiate», disse. Harris da parte sua rimase attiva al fianco di Obama a caccia di rielezione nel 2012 contro il repubblicano Mitt Romney: «Abbiamo bisogno che resti alla Casa Bianca per altri quattro anni», affermò alla Convention di Charlotte.

Usa: gli Obama sul palco della convention dem di Chicago, abbraccio tra Barack e Michelle

Obama oggi è considerato tra i grandi artefici della candidatura di Harris alla presidenza. Tanto da aver sollevato almeno gli iniziali risentimenti di Joe Biden, che in privato l’avrebbe paragonato ad un «burattinaio» che ha spinto per il suo ritiro. Pur con cautela e attenzione ad apparire imparziale, Obama avrebbe dato via libera quando non incoraggiato le fughe da un compromesso Biden di esponenti e celebrità democratiche: tra queste la stella di Hollywood George Clooney, che in un influente articolo descrisse come in privato - e non solo in pubblico - l’81enne presidente non fosse più lo stesso, invitandolo a passare il testimone.

Biden ha altre ragioni di tensione con Obama. Soffrì le sue pressioni nel 2016 affinchè non si candidasse alla Casa Bianca lasciando il campo libero a Hillary Clinton. Ma allo stesso tempo deve molto a Obama, che lo ripescò quale vicepresidente da precedenti tentativi fallimentari di correre per la Casa Bianca. E gli screzi paiono oggi superati. Biden ritiene che Harris si sia sempre comportata correttamente e ne ha fatto la propria erede. Tanto quanto di Obama. Entrambi hanno detto che faranno tutto ciò che è in loro potere perché, al termine di una campagna che durerà ancora più di due mesi, sia eletta 47esima presidente degli Stati Uniti.

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