Settimane di riassetto

Elezioni in Israele e Usa impattano sulla crisi con l’Iran. Intanto mezzo Medioriente fa l’accordo modello Nato

La guerra a Hormuz non ha vincitori e le dinamiche di politica interna rallentano e deviano gli accordi. Pakistan, Turchia e Arabia Saudita firmano un patto storico di reciproco sostegno in caso di attacchi. Attenzione, Ankara è nella Nato

Da sinistra, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. Il principe saudita,  Mohammed bin Salman. E il primo ministro pakistano  Shehbaz Sharif in posa dopo aver firmato l’accordo trilaterale di mutuo sostegno militare  APN

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Peggio che perdere una guerra c’è solo il non riuscire a chiuderla. Donald Trump ha annunciato almeno due dozzine di volte un accordo di capitolazione che avrebbe dovuto ridurre l’Iran ad uno Stato fallito. Dall’avvio delle operazioni militari a fine febbraio, le richieste dell’amministrazione Usa sono passate dal massimo possibile, ovvero la chiusura del programma nucleare di Teheran, lo smantellamento del suo arsenale missilistico e la fine del supporto ai proxies nella regione, al minimo indispensabile, vale a dire la riapertura dello Stretto di Hormuz alla libera navigazione. E perfino su questo punto l’Iran è oggi in forte e deciso vantaggio. Qualsiasi accordo si potrà raggiungere nei prossimi mesi, l’Iran potrà utilizzare quel passaggio come un suo asset economico e strategico, introducendo qualche forma di pagamento per il transito, cosa impensabile fino a pochi mesi fa. Le conseguenze economiche sono già importanti e si faranno sentire soprattutto con l’arrivo dell’inverno. Se è vero che il prezzo del barile si mantiene attorno agli 80 dollari, il costo della benzina in America ha superato stabilmente i 4 dollari al gallone, il 35% in media in più dello scorso anno, mentre quello del diesel è superiore alla media dei quattro anni di presidenza di Joe Biden.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

La linea rossa di Washington

Da Hormuz passava circa un quinto di tutta l’energia mondiale. Oggi il numero delle navi in transito in una settimana si conta sulle dita di una mano. Ma è lo status giuridico dello Stretto a concentrare tutti gli sforzi diplomatici e la pressione militare. Nelle scorse ore, Iran e Oman hanno annunciato di essere vicini ad un accordo sulla gestione congiunta delle acque dello Stretto. Un accordo che, una volta garantito da Qatar e Pakistan, gli altri due negoziatori di questa crisi, potrà essere sottoposto al vaglio di Washington. Dai primi elementi emersi, i due vicini si dividerebbero la gestione delle rotte: ogni nave in ingresso sarebbe sottoposta al controllo di Teheran, mentre l’Oman si occuperebbe del traffico in uscita. La questione più spinosa rimane ovviamente quella del pagamento di una tariffa di transito, che gli Usa considerano una sorta di linea rossa. Ciò che sappiamo fino a questo momento è che il testo prevede una forma di contributo in denaro, utile a garantire lo sminamento futuro dell’arteria di navigazione principale e la salvaguardia ambientale dello Stretto. Qualcosa di analogo esiste già nel mondo, di fronte alla Malesia, dove una fondazione controllata al 100% dal Governo si occupa di raccogliere un pedaggio dalle compagnie di navigazione in transito dallo Stretto delle Molucche per tenere in sicurezza i traffici e proteggere flora e fauna di quei luoghi. Di fronte a questa prospettiva, Stati Uniti ed Europa sembrano più che altro spettatori, attoniti e passivi. Mentre Pechino ha già fatto sapere di guardare con interesse al dialogo con l’Oman, purché venga ripristinato al più presto il transito delle petroliere e dalle navi gasiere da e verso il Golfo Persico.

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Le campagne elettorali in arrivo

Ora che le opzioni di politica estera si sono pressoché esaurite, l’intera crisi mediorientale andrà guardata in ottica di politica interna. Le elezioni di mid-term negli Stati Uniti sono la variabile principale e detteranno le prossime mosse. E’ evidente che l’elettorato comincia a mostrarsi nervoso e inquieto per le scelte dell’Amministrazione e per un’inflazione che non accenna ad abbassare la testa. Il Partito repubblicano mostra le prime crepe, mentre i Democratici trovano rifugio nella polarizzazione estrema, promuovendo candidati di chiara estrazione socialista. Si è eclissato per ora il Vice Presidente JD Vance, forse il più critico di questa guerra e il meno convinto della relazione speciale con Netanyahu. Diverso, invece, è l’attivismo di Marco Rubio, presente praticamente su qualsiasi tavolo utile allo sblocco dei negoziati con Teheran. La corsa alla successione a Trump è già iniziata e i due delfini sanno che la loro convivenza sarà sempre più difficile con il passare del tempo. La chiave di politica interna è quella preponderante in questa fase anche in Iran. Se è vero che il conflitto ha spazzato via l’ala moderata e ha consegnato definitivamente le chiavi del potere ai guardiani della rivoluzione, manca ancora un assetto stabile nella piramide del potere. Le notizie non confermate di un progressivo deterioramento delle condizioni di salute della guida suprema Khamenei alterano ulteriormente i rapporti interni, in particolare in quella fetta di establishment che considera l’attuale Presidente Pezeshkian troppo morbido e inadatto a governare una fase così delicata. Nelle prossime settimane andranno verificate innanzitutto le voci sulla salute della Guida suprema e, successivamente, la sua capacità di tornare a manifestarsi in pubblico per l’esercizio diretto del consenso e del potere, ben consapevole ovviamente che qualsiasi suo spostamento può trasformarsi in una trappola mortale.

Il 27 ottobre 2026 è la data ormai fissata delle elezioni politiche in Israele. Poco più di due mesi in cui lo Stato ebraico dovrà fare i conti con la sostanziale impossibilità per gli Stati Uniti di garantire un appoggio sufficiente alla possibile ripresa delle operazioni militari. L’America ha pressoché esaurito le sue scorte di missili Patriot e THAAD e ha bloccato i trasferimenti di queste tecnologie verso Israele. Lo stanziamento richiesto dalla Casa Bianca al Congresso di quasi 100 miliardi di dollari potrà servire a ricostruirne una metà circa ma con tempi di produzione che, se accelerati al massimo, saranno comunque di quattro – sei mesi. Più probabile dunque che Netanyahu vorrà concentrare gli sforzi nel tenere le posizioni nel sud del Libano e a Gaza, presentandosi agli elettori come l’unico baluardo dal ritorno dell’islamismo, della aggressività iraniana, dell’antisemitismo in giro per il mondo, soprattutto adesso che i candidati democratici al Congresso degli Stati Uniti sono per la maggior parte dichiaratamente pro-Palestina.

La chiave interna sarà quella dominante anche in Europa, dove i governi non sanno più come gestire l’aumento dei prezzi dell’energia e la ripresa dell’inflazione. Nell’impossibilità di svolgere qualsiasi ruolo diplomatico o militare, al netto della disponibilità per un’eventuale operazione di sminamento di Hormuz, che comunque gli iraniani non accetterebbero di buon grado, l’Europa può solo continuare a diversificare le fonti di approvvigionamento esterne, ormai concentrate su quattro rotte (Norvegia, Nord Africa, Caucaso e gas liquefatto dagli Stati Uniti) ed interne, con una spinta crescente su rinnovabili e nucleare.

Da ultima e non certo per importanza, la Cina. L’inverno sarà un momento particolarmente delicato per il Partito comunista, che teme le conseguenze della fine del commercio globalizzato su una crescita del prodotto interno lordo già ridimensionata e, soprattutto, sulla condizione asfittica dei consumi interni. Anche Pechino sta cercando di accelerare sulla strada della elettrificazione verde per smarcarsi dal consumo di petrolio e carbone, di cui però non potrà fare a meno per i prossimi due decenni.

Tutto passa dal Medioriente

E’ per tutte queste ragioni che il Golfo Persico è oggi l’area centrale del pianeta a cui guardare. Un vero e proprio baricentro geopolitico nel quale l’America pensava di poter giocare una partita egemonica e si è invece trovata bloccata in un pantano. Oggi la scelta per l’Amministrazione Trump è tra una guerra impossibile da vincere o un accordo impossibile da digerire e, soprattutto, da far digerire agli elettori.

Nel frattempo, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha incontrato il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, alla Mecca. Il colloquio ha preceduto la firma di un’intesa sulla Difesa tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan, che secondo la televisione di Stato turca si chiamerà ufficialmente “il patto della Mecca”, è che vede la partecipazione di Erdogan, Bin Salman e il premier pachistano Shabbaz Sharif. L’intesa «intende rafforzare la deterrenza collettiva contro ogni forma di aggressione e prevede che qualunque attacco armato contro qualunque dei tre Stati sarà considerato come un attacco a tutti loro», ha scritto il ministero degli Esteri di Islamabad sul proprio profilo X. Un salto di qualità notevole per le implicazioni verso gli Usa e verso la Nato, dal momento che Ankara ne è Paese membro.

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