Ecco come si producono i dealcolati: si possono ancora considerare vero vino?
I vini no alcol sono una risposta industriale a una domanda globale, spinta da nuove sensibilità e mode salutistiche. Ma sono anche l’opposto di tutto ciò che di buono è stato ha costruito negli ultimi 30 anni
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Nel mondo del vino, ancorato a tradizioni, terroir e gesti antichi, l’ultima moda sposa solo il laboratorio e la tecnologia che dealcolizza. Si chiama vino dealcolato ed è - nella sostanza - un vino a cui l’alcol viene rimosso dopo la fermentazione. Attenzione però: non è un analcolico (termine che da ultimo si sporge senza la minima cautela). È un vino che ha avuto alcol, ma poi è stato letteralmente “svuotato”. Un’operazione tecnologica complessa e costosa, accessibile solo alle grandi aziende dotate di impianti industriali avanzati (o anche a chi si può permettere di farselo produrre da altri).
Faccio una premessa: sono esperta di vini ma non di dealcolati che, a dirla tutta, nemmeno considero appartenenti alla categoria. Tuttavia proverò in poche parole a spiegare come funziona questa vicenda, a dir poco minacciosa.
Per dealcolizzare il vino si possono usare tre tecniche: la distillazione, l’osmosi inversa e l’evaporazione sotto vuoto.
La distillazione prevede una prima fase nella quale il vino passa in una colonna di distillazione alla temperatura di 30 gradi che permette di estrarre con delicatezza dei composti molto volatili. In una seconda fase si ripete la stessa procedura per la rimozione della parte alcolica (l’utilizzo di questa tecnica fa sì che alcuni composti aromatici evaporino insieme all’alcol).








