Fact checking

Trump ha davvero messo fine a «sette guerre» in «sette mesi»?

Le parole del presidente Usa all’Assemblea generale Onu incrociate ai fatti (con un piccolo aiuto da cultura pop, numerologia e Cabala ebraica)

di Francesco Prisco

  Riunione plenaria dell’Onu : il discorso del presidente degli Stati Uniti Donald Trump

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Quello che ha detto all’Assemblea generale dell’Onu lo abbiamo sentito tutti: «In sette mesi ho messo fine a sette guerre che dicevano non essere terminabili. Non è avvenuto prima, sono molto onorato di averlo fatto», ha sentenziato Donald Trump aggiungendo: «Non ho mai avuto una chiamata dalle Nazioni Unite» e «nessuno mi ha ringraziato» per il lavoro svolto. Uno sforzo per il quale il presidente Usa ribadisce di essere ancora una volta più che degno del Premio Nobel per la pace. Ma Trump ha davvero fermato sette guerre in sette mesi? Proviamo a incrociare le sue parole con i fatti.

Sette nel senso di perfezione

Una considerazione preliminare va fatta sull’utilizzo del numero sette («In sette mesi ho messo fine a sette guerre») che non è certo un numero qualunque. La retorica biblica frequenta con grande assiduità il numero sette: i sette giorni della Creazione, i sette doni dello Spirito Santo, i sette peccati capitali, i sette sigilli dell’Apocalisse, il «settanta volte sette» che Cristo utilizza come sinonimo di infinito quando Pietro gli chiede quante volte sia necessario perdonare un fratello (Mt. 18, 21-22). Nella Cabala ebraica, ma anche nella numerologia medievale, sette è simbolo di completezza e perfezione, un numero così potente da aver invaso la cultura alta e bassa degli ultimi due millenni (i pirati dei sette mari, Sette spose per sette fratelli, I magnifici sette). Alla retorica biblica e alla cultura pop l’elettorato di Trump è affezionatissimo. E Trump parla sempre al suo elettorato. Che si trovi alle Nazioni Unite o a un funerale.

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La Guerra dei 12 giorni

Il primo conflitto nel quale il presidente Usa rivendica un ruolo risolutivo è la cosiddetta Guerra dei 12 giorni tra Israele e Iran, scoppiata il 13 giugno di quest’anno con l’attacco di Tel Aviv contro le infrastrutture nucleari di Teheran. Trump è intervenuto direttamente il 22 giugno con l’operazione Midnight Hammer per distruggere i laboratori iraniani grazie ad armi americane di ultima generazione. Gli analisti concordano sul fatto che l’intervento Usa abbia accelerato la fine del conflitto, ma con o senza il coinvolgimento Usa gli israeliani avevano deciso di attaccare. E non si capisce quanto Trump abbia influenzato i negoziati.

Il conflitto Congo-Ruanda

Il 27 giugno, poco dopo la fine della cosiddetta Guerra dei 12 giorni, a Washington Congo e Ruanda firmano un accordo che pone fine alla guerriglia. Qui un ruolo di mediazione da parte di Trump effettivamente c’è stato, tant’è vero che il presidente della Repubblica del Congo Félix Tshisekedi ha candidato «The Donald» al tanto agognato Nobel per la pace. Comunque andrà a finire in quel di Oslo, gli Usa in questa partita hanno portato a casa «molti diritti minerari dal Congo», come sottolineato dallo stesso Trump. Non si tratta certo del primo tentativo di pace tra i due paesi africani. E la tenuta dell’intesa andrà verificata nel tempo.

Trump: "Ho fatto cessare sette guerre, merito il Nobel per la pace"

L’escalation tra Cambogia e Thailandia

A luglio c’è stata una nuova escalation tra Cambogia e Thailandia per questioni territoriali antiche, che risalgono addirittura all’epoca coloniale. La vicenda si è conclusa con un accordo di pace dopo una manciata di giorni grazie alla mediazione della Malesia. Anche qui Trump ha rivendicato un ruolo, attribuendo peso alle sue minacce di ritorsione economica verso gli stati coinvolti. L’intesa raggiunta tra Cambogia e Thailandia, tuttavia, non risolve le questioni territoriali alla base del conflitto.

La tregua India-Pakistan

In primavera si è registrata l’ennesima escalation tra India e Pakistan, paesi confinanti l’un contro l’altro armati da qualcosa come 80 anni. A maggio si è arrivati all’ennesima tregua, per la quale Trump sostiene di essere stato decisivo. Il Pakistan, infatti, si è accodato a quanti hanno proposto «The Donald» per il Nobel, ma l’India sostiene che alla tregua i due stati ci sono arrivati da soli, senza mediazione americana. Insomma: tra i due litiganti non c’è accordo neanche sull’accordo.

L’accordo sul Nagorno-Karabakh

Ad agosto scorso, alla Casa Bianca, Armenia e Azerbaigian hanno firmato un accordo preliminare di pace sulla questione del Nagorno-Karabakh, frutto stavolta della diretta mediazione di Trump. Nell’intesa c’è anche il progetto di creazione di un importante corridoio di transito nella regione che sarà chiamato «Trump Route for International Peace and Prosperity», ossia Rotta Trump per la Pace e la Prosperità Internazionale. Tutto da verificare se l’accordo reggerà nel tempo.

La questione Kosovo

Trump ascrive ai suoi successi diplomatici di questi ultimi sette mesi anche l’aver fermato una nuova escalation tra Serbia e Kosovo, grazie alla minaccia di ritorsioni commerciali. Eppure non ci sono prove di un conflitto imminente tra i due stati e lo stesso presidente serbo Aleksandar Vučić, pur non riconoscendo il Kosovo, nega di avere mire belliche.

Etiopia, Egitto e la diga sul Nilo

Il settimo scenario sul quale Trump rivendica un ruolo di mediazione è il contenzioso sorto tra Etiopia ed Egitto per la maxi-diga sul Nilo Azzurro. La vicenda ha indubbiamente esacerbato i rapporti tra i due stati africani che, per il momento, non hanno raggiunto alcun accordo. Con Trump o senza. Ma lì una vera guerra neanche c’è mai stata.

Tirando le somme

In sintesi, rispetto alle sette guerre che Trump avrebbe risolto, due non esistono (Kosovo e Nilo), in altre due è dubbio il reale contributo degli americani alle trattative di pace (Israele-Iran e India-Pakistan) e nelle rimanenti tre l’apporto Usa c’è stato ma l’effetto degli accordi sarà tutto da verificare nel tempo. Quanto all’utilizzo del numero sette, come abbiamo visto, è più un espediente retorico e non va inteso alla lettera.

Niente di nuovo sui fronti di Ucraina e Israele

Restano purtroppo senza soluzione la guerra in Ucraina e la campagna di devastazione che sta portando avanti Israele contro la popolazione palestinese, in risposta all’azione terroristica di Hamas del 7 ottobre 2023. Sulla prima Trump in campagna elettorale aveva promesso che, in virtù dei suoi ottimi rapporti con il presidente russo Vladimir Putin, avrebbe ottenuto la fine delle ostilità in 24 ore. A quasi un anno dalla sua elezione, dopo il tappeto rosso srotolato sotto i piedi di Putin ad Anchorage, «The Donald» spiega all’Onu che la guerra «sarà ancora molto lunga». E intanto jet e droni russi svolazzano macabri sui paesi del fianco est della Nato, linea rossa che non sembra sia stata oltrepassata molto spesso in precedenza. Evidentemente Trump sopravvalutava il suo rapporto con Putin. Al contrario, l’inquilino della Casa Bianca potrebbe risultare molto più persuasivo con il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il suo governo di estremisti. Ma lo abbiamo detto e lo ripetiamo: Trump parla sempre al suo elettorato. Che si tratti di politica interna o di politica estera.

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