L’addio di Cingolani: «Nato difficile da smantellare, ma l’Europa si rafforzi»
di Celestina Dominelli
di Valentina Melis
3' di lettura
3' di lettura
L’occupazione femminile dopo il Covid è in ripresa ma non ha eliminato i forti divari territoriali tra Nord-Centro da un lato, Sud e Isole dall’altro. Né la polarizzazione degli impieghi femminili su settori “tradizionali”: le donne continuano a essere, in prevalenza, insegnanti, medici e operatrici della sanità, impiegate, commesse.
I dati Istat relativi ai primi nove mesi del 2022, rivelano che dopo la perdita di 376mila posti di lavoro femminili nel 2020 per effetto della pandemia, il numero di donne al lavoro è tornato ai livelli precrisi. Anzi, se si estende lo sguardo ai dati provvisori di gennaio 2023 appena diffusi dall’Istat, le donne occupate sono 9,87 milioni, quindi più di quelle occupate nel 2019 (9,7 milioni).
Il tasso di occupazione femminile medio (sempre in riferimento ai primi nove mesi del 2022) è del 50,8%: lavora una donna su due. Mentre raggiunge il 51,9% in base ai dati provvisori di gennaio.
Le Regioni del Nord e del Centro però si piazzano tutte sopra questo livello, con la punta di eccellenza del Trentino Alto Adige (66,3%), e un tasso medio intorno al 60% in Emilia Romagna, Toscana, Friuli-Venezia Giulia e Lombardia (si veda la cartina in pagina). Si piazzano sotto la media, invece, le Regioni meridionali e le Isole, con la maglia nera della Sicilia (30,3%) e della Campania (30,4%).
Al di là della quota di lavoro irregolare presente in tutte le Regioni e quindi non registrato dalle statistiche, resta sicuramente la fotografia di un’Italia con scenari territoriali molto distanti tra loro.