Donatori instancabili, leggi fragili: così l’Europa insegue il “super sperm donor»
Con l’aumento delle nascite da donazione di sperma, l’Europa si confronta con un vuoto normativo che permette ai “super donatori” di generare decine di figli in diversi Paesi. Senza un registro comune, il rischio di incesto e problemi genetici cresce
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In un’Europa che invecchia e fatica a mantenere i propri tassi di natalità, la medicina riproduttiva è diventata un pilastro delle politiche demografiche e sanitarie. Ma nel cuore del sistema si nasconde un’anomalia: la proliferazione del cosiddetto “super sperm donor”, l’uomo che, tra viaggi internazionali e scarsa regolamentazione, genera decine — a volte centinaia — di figli in diversi Paesi. Un fenomeno che mette in crisi i sistemi sanitari, solleva interrogativi etici e alimenta il timore, tutt’altro che infondato, di consanguineità inconsapevoli.
Il paradosso europeo: una domanda crescente, regole disomogenee
I dati sono chiari: la domanda di gameti maschili cresce ovunque. Aumentano le coppie infertili, ma anche le richieste da parte di donne single o coppie omosessuali. In questo scenario, molti Stati si affidano a banche del seme internazionali, spesso situate in Paesi con normative meno restrittive come Danimarca o Spagna.
Ma qui iniziano i problemi. Ogni Paese stabilisce per legge un tetto massimo di figli per ogni donatore — sei in Spagna, 10 in Italia e Francia, 12 in Grecia — ma non esiste un registro europeo né un sistema di tracciamento incrociato. Il risultato? Un donatore può raggiungere il limite legale in un Paese e ripartire da zero altrove.
L’eccezione che diventa norma: il caso italiano
In Italia, la legge 40/2004, modificata nel 2014 dalla Corte Costituzionale, consente oggi la fecondazione eterologa, ma solo per coppie eterosessuali infertili, escludendo di fatto single e coppie dello stesso sesso. Il numero massimo di bambini concepiti dallo stesso donatore è fissato a 10. Tuttavia, manca un registro nazionale che tracci le nascite da donazione — e soprattutto, nessun controllo è previsto per i gameti importati.
È proprio qui che si insinua il rischio: l’Italia importa la maggior parte del seme da banche estere, soprattutto danesi e spagnole. Se un donatore ha già raggiunto i limiti previsti in patria, nulla gli impedisce di generare altri figli tramite le cliniche italiane. Senza una banca dati centralizzata o una cooperazione sovranazionale, il rischio di una sovraesposizione genetica aumenta esponenzialmente.


