Il vuoto normativo

Donatori instancabili, leggi fragili: così l’Europa insegue il “super sperm donor»

Con l’aumento delle nascite da donazione di sperma, l’Europa si confronta con un vuoto normativo che permette ai “super donatori” di generare decine di figli in diversi Paesi. Senza un registro comune, il rischio di incesto e problemi genetici cresce

di Silvia Martelli

4' di lettura

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In un’Europa che invecchia e fatica a mantenere i propri tassi di natalità, la medicina riproduttiva è diventata un pilastro delle politiche demografiche e sanitarie. Ma nel cuore del sistema si nasconde un’anomalia: la proliferazione del cosiddetto “super sperm donor”, l’uomo che, tra viaggi internazionali e scarsa regolamentazione, genera decine — a volte centinaia — di figli in diversi Paesi. Un fenomeno che mette in crisi i sistemi sanitari, solleva interrogativi etici e alimenta il timore, tutt’altro che infondato, di consanguineità inconsapevoli.

Il paradosso europeo: una domanda crescente, regole disomogenee

I dati sono chiari: la domanda di gameti maschili cresce ovunque. Aumentano le coppie infertili, ma anche le richieste da parte di donne single o coppie omosessuali. In questo scenario, molti Stati si affidano a banche del seme internazionali, spesso situate in Paesi con normative meno restrittive come Danimarca o Spagna.

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Ma qui iniziano i problemi. Ogni Paese stabilisce per legge un tetto massimo di figli per ogni donatore — sei in Spagna, 10 in Italia e Francia, 12 in Grecia — ma non esiste un registro europeo né un sistema di tracciamento incrociato. Il risultato? Un donatore può raggiungere il limite legale in un Paese e ripartire da zero altrove.

L’eccezione che diventa norma: il caso italiano

In Italia, la legge 40/2004, modificata nel 2014 dalla Corte Costituzionale, consente oggi la fecondazione eterologa, ma solo per coppie eterosessuali infertili, escludendo di fatto single e coppie dello stesso sesso. Il numero massimo di bambini concepiti dallo stesso donatore è fissato a 10. Tuttavia, manca un registro nazionale che tracci le nascite da donazione — e soprattutto, nessun controllo è previsto per i gameti importati.

È proprio qui che si insinua il rischio: l’Italia importa la maggior parte del seme da banche estere, soprattutto danesi e spagnole. Se un donatore ha già raggiunto i limiti previsti in patria, nulla gli impedisce di generare altri figli tramite le cliniche italiane. Senza una banca dati centralizzata o una cooperazione sovranazionale, il rischio di una sovraesposizione genetica aumenta esponenzialmente.

L’iniziativa europea: timidi passi verso un coordinamento

Un primo tentativo di armonizzazione è arrivato il 20 giugno 2024, quando Svezia e Belgio hanno proposto una regolamentazione comune, con il sostegno di Francia, Ungheria, Paesi Bassi e Spagna. Obiettivo: imporre un tetto massimo europeo al numero di figli per donatore e creare una rete condivisa tra le autorità sanitarie dei diversi Stati membri.

Il Regolamento SoHO (Substances of Human Origin), pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’UE il 18 luglio 2024, va in questa direzione. Impone standard minimi di qualità e sicurezza per tutte le “sostanze di origine umana”, compresi gameti, embrioni, latte materno e midollo osseo. Ma lascia comunque ampio margine di manovra alle leggi nazionali. Gli Stati avranno tempo fino al 2027 per recepirlo, ma la creazione di una banca dati europea condivisa è ancora solo un’ipotesi.

La trappola dell’anonimato e il diritto all’identità

Altro punto critico è l’anonimato del donatore. Mentre la Francia ha iniziato a consentire ai figli, una volta maggiorenni, di conoscere alcune informazioni di base (tra cui età, colore della pelle, stato di salute), altri Paesi – come l’Austria o la Grecia – mantengono sistemi completamente o parzialmente anonimi.

In Grecia, ad esempio, la legge prevede dal 2022 l’opzione “ID-release”, una modalità non completamente anonima di donazione di sperma, che consente al figlio nato da donazione di accedere ai dati identificativi del donatore una volta compiuti i 18 anni. Ma pochi donatori l’hanno adottata e mancano protocolli chiari per esercitare questo diritto.

Il costo della generosità: business o altruismo?

Se in teoria la donazione dovrebbe essere altruistica, la realtà è più sfumata. In Italia non è previsto un compenso diretto, ma altrove — come in Grecia o Spagna — i donatori ricevono compensi tra i 50 e i 400 euro per donazione, come rimborso spese. In Danimarca, alcune banche del seme offrono rimborsi più consistenti e cataloghi online dove scegliere i donatori in base a caratteristiche fisiche, attitudini e persino QI.

Il rischio è che l’interesse economico possa indurre alcuni soggetti a donare ripetutamente, anche aggirando le normative locali — ed è così che nascono i cosiddetti “super donatori”, alcuni dei quali hanno ammesso di aver generato più di 100 figli in vari Paesi, spesso senza alcun controllo medico aggiornato o screening genetico trasversale.

L’Italia a un bivio: tra conservatorismo e vuoti normativi

L’Italia, per ora, resta ai margini del dibattito europeo. Non ha aderito all’iniziativa di Svezia e Belgio, e non ha proposto riforme strutturali per colmare le lacune normative. Tuttavia, alcuni esperti e giuristi hanno cominciato a sollevare l’urgenza di introdurre: un registro nazionale delle nascite da donazione; un sistema di tracciabilità per i gameti importati; e un protocollo comune per la tutela dei minori nati da queste tecniche.

Finché queste misure resteranno lettera morta, il rischio è che l’Italia — come gran parte d’Europa — si affidi alla buona fede dei donatori e alla responsabilità delle cliniche. Una strategia fragile, che nel lungo periodo potrebbe minare la fiducia in un settore delicato e centrale per il futuro demografico del continente.

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo Pulse ed è stato realizzato con il contributo di Kostas Zafeiropoulos (Efsyn, Grecia), Andrea Muñoz Marín (El Confidencial, Spagna) e Kim Son Hoang (Der Standard, Austria)

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