Attività venatoria

Stagione venatoria: normative, controversie e gestione della fauna selvatica

Il profilarsi all’orizzonte dell’apertura della stagione venatoria ha già provocato nelle ultime settimane le proteste di varie associazioni ambientaliste e animaliste che descrivono le misure attualmente all’esame del Senato di modifica della legge sulla caccia come una profonda deregulation.

di Giorgio Dell'Orefice

4' di lettura

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Si apre, tra le polemiche, la stagione di caccia. Perché, come sancito dalla legge 157/92, il calendario venatorio deve essere compreso tra la terza domenica di settembre e il 31 gennaio dell’anno successivo. In realtà, le regioni possono anticipare l’apertura delle operazioni fino al 1 settembre ma per specifiche specie e, nel caso, devono anticipare in proporzione anche la data di chiusura.

Il solo profilarsi all’orizzonte dell’apertura della stagione venatoria ha già provocato nelle ultime settimane le proteste di varie associazioni ambientaliste e animaliste che descrivono le misure attualmente all’esame del Senato di modifica della legge sulla caccia come una profonda deregulation.

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«Alcune modifiche importanti sono state introdotte già con l’ultima legge Finanziaria – spiega il presidente di Federcaccia, Massimo Buconi – che ha previsto alcune flessibilità oltre alla previsione del piano straordinario di gestione della fauna selvatica. E’ stato introdotto il concetto in base al quale il controllo della fauna selvatica non deve più sottostare alle norme sulla caccia ma è un’attività svolta nell’interesse pubblico».

Ma nel mondo ambientalista e animalista sono in tanti a vederla in maniera completamente diversa nella convinzione che le nuove norme stiano tratteggiando una sorta di pericoloso “liberi tutti” in ambito venatorio. «Qualcuno vede troppi film americani – aggiunge Buconi -. In Italia la caccia continua a essere – giustamente – fortemente regolamentata. Continuiamo ad avere le norme in materia più stringenti d’Europa. Per cacciare occorre una visita medica del medico di famiglia seguita da quella di un medico legale, di una Asl o del corpo militare. Visite che vanno effettuate con periodicità. Occorre poi superare un esame di caccia e avere l’idoneità di un poligono di tiro per l’uso e maneggio delle armi e ancora inoltrare la domanda alla Questura, che verifica tutti i requisiti di legge, per il rilascio di un porto d’armi. Senza dimenticare che la caccia si può fare solo nei territori adibiti, è infatti preclusa negli ambiti protetti: parchi, oasi e zone di ripopolamento. Ci sono poi i siti della rete Natura 2000 e le ZPS, zone a protezione speciali, nelle quali non c’è il divieto ma limitazioni. E poi ci sono gli istituti privati di caccia dove per operare occorre l’autorizzazione del concessionario. E sono aree che in molti casi coincidono con le aziende agricole. Tutto questo non cambia di una virgola. Insomma, non siamo negli Usa dove uno si reca con la carta d’identità in armeria e può comprare un fucile».

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Il punto è che da quando fu varata la legge 157 del ’92 a oggi le condizioni sono profondamente cambiate. I cacciatori che in Italia erano 1,4-1,5 milioni oggi sono meno di 500mila e contemporaneamente è invece cresciuta a dismisura la fauna selvatica. «E’ anche per questo che è stato modificato il titolo della legge sulla caccia – aggiunge Buconi -. Mentre nel 1992 si parlava di legge “per la gestione e la tutela delle specie selvatiche” oggi si parla solo di ‘”gestione”. In più, la legge degli anni ’90 divideva gli ambiti venatori per specie, quindi chi cacciava la fauna stanziale come faggiano o lepre non poteva effettuare quella da appostamento alle specie migratorie come tordo o merlo e viceversa. Adesso si tende a rimuovere queste limitazioni anche perché di fronte ad emergenze come la proliferazione dei cinghiali, primo vettore della peste suina africana, i cacciatori spesso non bastano per effettuare una gestione efficace».

«La sensazione è che spesso su questo tema delicato – aggiunge il responsabile ambiente di Coldiretti, Stefano Masini – si intervenga con posizioni ideologiche e spesso lontane dalla realtà. La realtà è che oggi le aziende agricole italiane subiscono danni a causa della fauna selvatica e di ungulati in particolare (cioè cinghiali, caprioli e cervi) che Coldiretti ha stimato in circa 2 miliardi di euro l’anno. Non abbiamo stime sulla proliferazione della fauna selvatica, ma siamo certi che né negli anni ’90 né nei primi anni 2000 le aziende agricole avevano questo problema oggi percepito come produttori tra le principali difficoltà per le imprese. In questa ottica, il fatto che sia oggi allo studio una legge dedicata alla natura e alle relazioni tra gli ecosistemi a distanza di 30 anni rappresenta un elemento positivo per tornare a misurare un diverso equilibrio con interventi di programmazione. Anche Bruxelles con la direttiva sul Ripristino della Natura sta avviando una riflessione in questo senso, riaffermando inoltre la matrice agroambientale dell’agricoltore. Di recente ho segnalato all’Ispra la presenza di oche selvatiche a Venezia che hanno completamente distrutto campi di cereali in primavera. Non mi risulta che le associazioni ambientaliste si siano fatte promotrici di una raccolta di fondi per indennizzare le imprese danneggiate. Gli agricoltori non possono pagare di tasca propria i danni di un ambientalismo a senso unico».

Ma Coldiretti sul tema della gestione della fauna selvatica non si concentra solo sul sottolineare i danni subiti dagli agricoltori. «Con la nostra associazione AB (aziende agrofaunistiche e biodiversità) – ha aggiunto Masini – e insieme alla fondazione Una (Uomo, natura e ambiente) stiamo lavorando per creare una filiera certificata delle carni di selvaggina che derivano dall’attività venatoria. Già la legge 157 prevedeva che all’agricoltore andasse una quota dell’output dell’attività venatoria. Noi pensiamo anche all’offerta di alloggio, pernottamento e somministrazione legati all’attività di caccia. Da qualche tempo nelle Marche abbiamo avviato un progetto come AB Coldiretti nel quale le carni di selvaggina vengono conferite a un centro mobile di raccolta, controllate dai veterinari, confezionate e poi immesse nella rete dei mercati di campagna amica. Abbiamo così immaginato un percorso nel quale la fauna selvatica da problema possa diventare per gli agricoltori un’opportunità offrendo inoltre una chiave in più nell’ottica della valorizzazione delle aree interne».

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