Biomarketing

Diete, bellezza e fitness: i brand colonizzano le routine quotidiane

Orologi smart, anelli intelligenti e app raccolgono informazioni su sonno, movimento e livelli di stress: le marche le trasformano in consigli su misura e orientano le scelte di ogni giorno

di Giampaolo Colletti e Fabio Grattagliano

Olimpiadi su misura. Apple negli ultimi mesi ha lanciato sul canale YouTube in Australia una nuova serie di messaggi pubblicitari per presentare le funzioni fitness dell’Apple Watch, sfidando gli utenti a “chiudere gli anelli” praticando attività fisica quotidiana. Lo scorso aprile ha lanciato con questo visual il Global Close Your Rings Day, uno speciale premio in edizione limitata

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«Stai seduto di meno. Muoviti di più. Fai esercizio fisico e soprattutto chiudi gli anelli». Gli auguri di buon anno rivolti poche settimane fa alla propria community da parte di Apple suonavano come la scheda di un personal trainer. Eppure l’anello biometrico legato all’Apple Watch che trasforma movimento, battito e sonno in obiettivi quotidiani è diventato cult. Ora entra anche la dinamica della gamification: prenditi cura di te e scali le classifiche. Intanto per San Valentino l’orologio tech più popolare al mondo ha lanciato la sfida sul benessere cardiaco. Numeri che diventano stili di vita e viceversa. Routine mappate passo dopo passo, app dopo app. Le marche – di qualsiasi comparto merceologico – stanno superando le logiche del fitness per entrare in quelle più estese dell’health: smartwatch, sensori e anelli traducono segnali fisiologici in consigli. È la sfida del brand che diventa coach e delle nuove quotidianità scandite dai dati: suggerimenti contestuali con promessa di cura misurata e rassicurante. Benvenuti nell’era del biomarketing, che mappa le prestazioni dell’individuo come sonno, stress, battito, produttività e alza l’asticella verso nuove forme di «egotelling», neologismo che esalta il racconto del sé.

Brand come coach

Al bando le storie da raccontare, l’azienda entra nelle routine da misurare. Dati che danno senso alla vita o almeno ci provano. «In un mondo percepito instabile, le persone tendono a riappropriarsi del controllo partendo dal proprio spazio personale. Ed è per questo che le marche celebrano meno l’accettazione del sé segnando un declino della narrazione della body positivity, ma ci offrono l’ispirazione a superarci. Il nuovo modello di bio-fidelizzazione è un ciclo continuo di relazione. Se riesci a inserirti nella routine, la persona risulta fidelizzata perché l’organizzazione diventa architetto del suo equilibrio», afferma Stefania Siani, Presidente dell’Art Directors Club Italiano.

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Dal brand storyteller al brand coach, potremmo dire. «Mentre il primo cercava di far sentire l’individuo incluso così com’è, il secondo agisce come catalizzatore di cambiamento: offre all’individuo i mezzi per creare un ordine interno, lo aiuta a diventare l’architetto della propria vita. Non vendiamo più solo un bene o un servizio, ma seduciamo attraverso il percorso che viene intrapreso. Pensiamo alle routine beauty, alimentari, di fitness come a un nuovo customer journey personale. L’uso di sensori e misurazione biometrica crea una connessione con i dati che convalidano lo sforzo. Il brand coach trasforma il consumo in un atto di disciplina documentata, dove la gratificazione deriva dal sentirsi costantemente in controllo della propria evoluzione. Dal perché io valgo al perché io divento, è una formula che sintetizza bene il momento», argomenta Siani.

Dal prodotto al comportamento

È la prova lampante dell’individualismo estremo segnato da smartwatch, sensori e app che traducono segnali fisiologici in «spinte gentili». Una nuova forma di empowerment personale o piuttosto una delega alle piattaforme che entrano a gamba tesa nelle nostre sfere identitarie più intime? «Se puoi misurare il tuo sonno, se puoi calibrare il tuo battito, stai eliminando i difetti dal sistema, stai facendo il debugging della tua vita. Il brand coach crea una relazione uno-a-uno che appare come cura personalizzata, ma che di fatto è una forma sofisticata di fidelizzazione attraverso le branded routine. Le piattaforme usano dati sensibili per ricostruire la nostra vita secondo canoni di efficienza. La sfida sarà bilanciare questo aspetto di utilità con la salvaguardia dell’autonomia decisionale umana», precisa Siani, che guarda ai modelli di business emergenti: il valore non risiede più nel prodotto, ma nella capacità di ingegnerizzare il comportamento quotidiano dell’utente.

Insomma, il prodotto è la persona. A caccia di equilibrio tra servizio utile e sorveglianza costante. L’opportunità per le marche è capire il bisogno prima che l’utente lo esprima e farne un uso creativo. Il colosso americano di wearable Whoop, valutato 3,6 miliardi di dollari, ha reso cool il riposo. Invece di celebrare i workaholic, valorizza chi ha un recovery score alto. Nike con Why do it getta luce sulla scintilla per superare i propri limiti attraverso la pratica sportiva. Ma il fenomeno è trasversale: HelloFresh, azienda tedesca impegnata nella preparazione dei pasti, trasforma il proprio kit in routine con macronutrienti. Headspace, tech-company sulla salute mentale, con Daily Meditation trasforma la meditazione in pratica quotidiana misurabile. The Ordinary, marchio di skincare canadese ora di proprietà dell’americana Estée Lauder, segna la trasformazione dei cosmetici visti come parti di una sequenza: con il packaging minimalista richiama la classica prescrizione medica.

Dati freddi o racconti empatici?

La lezione per le aziende è duplice. Primo: data by design. Non basta promettere benessere, ma serve spiegare e accompagnare il consumatore. Secondo: ridurre l’hype. Perché il rischio over-claim è sempre dietro l’angolo, soprattutto nella personalizzazione estrema. E poi se tutto è misurabile – battito, attenzione, performance – bisogna capire che spazio vanno a occupare le emozioni. «Con l’eccesso di delega perdiamo la capacità di ascoltare il nostro istinto. Strumenti nati per ridurre lo stress finiscono per crearne di nuovo. Nasce l’ansia da “anello non chiuso” o da “streak interrotta”. Il rischio per le persone è che non essere ottimizzati e sentirsi tristi, stanchi o fuori forma venga percepito come un fallimento».

Insomma, passare dalla relazione autentica alla persuasione sofisticata e invisibile è assai pericoloso. «La creatività rischia di smettere di essere espressione e diventa manutenzione, senza nulla di sorprendente. Il creativo dovrà trasformare un dato freddo in racconto di empowerment e dovrà decidere se alimentare l’ossessione per il corpo come progetto o se utilizzare i dati per supportare una reale diversità, proteggendo identità e derive di standardizzazione. Insomma, in futuro l’emozione diventerà atto di resistenza», conclude Siani.

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