Dieselgate, dieci anni dopo lo tsunami che travolse l’industria dell’auto e nulla fu più come prima
Il 18 settembre 2015 scoppio lo scandalo delle emissioni truccate dei motori Volkswagen, ecco perché da allora è cambiato tutto
di Pier Luigi del Viscovo
9' di lettura
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Negli ultimi giorni di settembre 2015 arrivò una bomba dall’America. Su pressioni dell’EPA (Environmental Protection Agency) che minacciava di non autorizzare la commercializzazione di modelli Volkswagen e Audi dal gennaio 2016, la Volkswagen spiegava la discrepanza tra le emissioni registrate in fase di omologazione e quelle misurate in corso di marcia, confessando di aver inserito nel software un meccanismo che in fase di test consentiva di abbattere i livelli di ossidi di azoto (NOx): avevano manomesso la centralina.
Gli accertamenti in questione erano frutto di uno studio su strada iniziato un anno prima dall’International Council for Clean Transportation (ICCT – un’organizzazione no-profit indipendente) non in America, si badi bene, ma in Europa. Sulla base delle prime evidenze, provvidero a far eseguire il medesimo test negli USA, col supporto tecnico del Center for Alternative Fuels, Engines and Emissions dell’Università della West Virginia, che disponeva dell’apparecchiatura PEMS (Portable Emission Measurement System). Così, il primo/secondo costruttore al mondo entrò in un ciclo di indagini, quantificazioni, richieste di danni sia in America che in Europa.
Tra i motori termici (ICE – internal combustion engine) il diesel per auto è quello più efficiente e con le minori emissioni climalteranti (CO2). Per questo la politica europea l’aveva spinto con la leva fiscale fin dagli anni ’70, creando una tale domanda che aveva portato l’industria europea a un livello di eccellenza mai eguagliato né dagli asiatici né dagli americani.
Eccellenza non significa solo prestazioni equivalenti ai motori a benzina, per spunto e piacevolezza di guida. Eccellenza significa anche e maggiormente riduzione delle emissioni inquinanti, tipicamente polveri sottili (PM10 e PM 2,5) e ossidi di azoto (NOx). I motori diesel del secolo scorso si facevano notare per i fumi che emettevano allo scarico. Purtroppo, grazie a una longevità media delle auto superiore al quarto di secolo (che significa che molte vetture in circolazione hanno ben più di 25 e anche 30 anni) ancora oggi quei motori si fanno notare. Non sono tantissimi, ma fanno la loro parte. Quale parte? Oh, quella di supportare la narrazione contro il diesel.
Quei motori e quei sistemi di scarico non sono più in vendita dalla fine del secolo scorso. Se quelli ancora in circolazione venissero sostituiti con motori e scarichi di oggi, nessuno noterebbe alcun fumo e anche le misurazioni scientifiche lo confermano. Rispetto a uno degli anni ’90, un diesel di oggi emette il 97% (novantasettepercento) in meno di PM e il 94% (novantaquattropercento) in meno di NOx. Tanto che Audi solo pochi anni fa, quando ancora era orgogliosa dei suoi motori diesel, diceva in pubblicità che “il suo turbodiesel 3 litri puliva l’aria”. Com’era possibile una simile affermazione? Innanzitutto, occorre allargare il focus.








