La storia

Dieselgate 10 anni dopo. Lo scandalo che ha cambiato la storia dell’automobile

Il 18 settembre 2015 esplode il caso dei motori diesel Vw non conformi ai limiti di emissioni di CO2 e NOx

di Mario Cianflone

Deposito a Victorville, California, di auto del gruppo Volkswagen desinate alla demolizione perché non conformi

6' di lettura

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Settembre 2015, salone di Francoforte. È la calma prima della tempesta nella massima ed eccessiva kermesse automobilistica di quegli anni, il tempio dove si celebrava il rito pagano dell’auto e della super potenza tedesca che sembrava non temere nessuno. Eppure, le nubi della prima tempesta epocale erano all’orizzonte: il dieselgate che, scatenato negli Usa, travolse a partire dal 18 settembre il gruppo Volkswagen per aver alterato con un cheating device le emissioni di NOx dei suoi motori a gasolio. Un disastro epocale con multe miliardarie nonché milioni e milioni di auto nuove negli Stati Uniti ammassate sotto il sole in parcheggi improvvisati dei deserti perché dovevano essere demolite (e di certo erano meno inquinanti delle vecchie vetture del parco circolante Usa). Il dieselgate fu un vero tsunami che travolse l’industria automobilistica mondiale e soprattutto europea e tedesca. Al di la dei danni diretti per il gruppo Vw: circa 11 milioni di veicoli diesel da demolire o aggiornare nel mondo (7,5 milioni in Europa, 500.000 negli Usa) con motori Euro 5 EA189 1.2, 1.6 e 2.0 TDI, oltre 30 miliardi di euro tra multe, cause legali e richiami (soprattutto negli Usa ed Europa). Il dieselgate fu l’Hiroshima dell’auto, con il gruppo Volkswagen travolto in un gioco geopolitico partito in America e i dieci anni successivi al 18 settembre 2015 sono quelli dove l’industria non è mai più stata come prima.

Colpo al cuore per l’industria europea

Un vero colpo al cuore dell’industria europea e tedesca che mise di fatto fuori gioco uno dei motori più efficienti e meno impattanti dal punto di vista delle emissioni di anidride carbonica. Volkswagen, il motore a gasolio e tutta l’industria automobilistica subirono uno shock, anche mediatico, senza precedenti e sul banco degli imputati (per colpa di Volkswagen) finirono tutte le Case costruttrici e questo accese la scintilla, in una confusione nei media, probabilmente dolosa, tra emissioni clima alteranti ed emissioni inquinanti, finché si decretò l’inizio della fine del motore termico. Il Dieselgate diede l’appiglio mediatico coram populo, anche per la mancanza di conoscenza tecnica in molti giornali, per sostenere in una Commissione Europea a trazione olandese l’avvio del processo che portò, due anni fa, alla storica decisione di mettere al bando il motore a combustione interna nel 2035 con una decisione del Parlamento Europeo che solo sulla carta è tecnologicamente neutrale ma, nella realtà dei fatti, impone un’unica scelta: quella dell’auto elettrica a batterie agli ioni di litio.

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Lo scandalo delle emissioni di NOx è stato enorme e tutta l’automotive è andata sul banco degli imputati: brutta, sporca, inquinante e cattiva in una confusione tra inquinanti (NOx) e climalteranti (CO2) che porta a cambiamenti tecnologici e cultural- ingegneristici di portata enorme. «Il diesel è morto, viva l’elettrico a ioni di litio», diventa il mantra di una trasformazione epocale fatta storytelling di guida autonoma, auto volanti (mai viste) e vetture elettriche che sarebbero dovute costare poco e conquistare schiere di clienti.

Le conseguenze

No, le cose sono andate diversamente, dopo una pandemia, guerre e crisi dei chip. I mega gruppi europei sono in affanno. Ma è soprattutto la Germania, patria – e simbolo – dell’auto eccellente, a patire una crisi industriale tecnologica e di strategie di marketing basate su inesistenti incroci tra domanda e offerta. La roccaforte tedesca dell’auto, locomotiva dell’Europa per tecnologia, innovazione e occupazione vacilla e rischia il crollo come Nokia. E questo due anni e mezzo dopo la decisone Ue di fermare dal 2035 le termiche e una serie infinita di cori “stop alla benzina” a partire anche da 7 o 8 anni prima della cadenza europea, con una serie di scelte (si veda Porsche) dettate più dalla voglia di compiacere le borse e gli analisti che da razionali scelte industriali e commerciali. Anche perché di fronte c’è l’arrembante avanzata delle case cinesi, forti del dominio sull’elettrico, sull’ibrido extended range e soprattutto sul software, ambito in cui l’Europa e la Germania sono storicamente deboli, nonostante i tentativi di reagire (caso di scuola è il tracollo della divisione Cariad di Vw). E così quelli che erano all’avanguardia tecnica si trovano sotto pressione da parte di colossi cinesi, fortemente sovvenzionati dal Governo di Pechino, che propongono prodotti validi, innovativi sotto il profilo digitale (in grado di sfidare Tesla), ma che devono dimostrare di essere in grado di competere a 360 gradi con auto che non siano solo degli smartphone su ruote: i cinesi sono bravissimi nel cantare eccellenze sui social network.

È proprio in questi giorni, dieci anni dopo, che iniziamo a vedere le prime fasi del disastro industriale che la scelta dell’ Ice Ban ha contribuito a portare. Sotto gli occhi di tutti in questi giorni ci sono le fabbriche che verranno chiuse del gruppo Volkswagen e presto assisteremo ad altre tragedie occupazionali ed industriali, anche a causa delle norme Cafe del 2025. Una situazione che tragicamente ricorda la crisi della Repubblica di Weimar o il terribile periodo di crisi dell’automotive degli anni ‘70 in Germania e soprattutto in Inghilterra.

Scelte discutibili

Tuttavia, questa crisi epocale che vede alle porte la pressione dei nuovi competitor cinesi, non è solo colpa di una politica ambientalista ciecamente ideologica ma è anche e forse soprattutto il frutto dell’incapacità di molte Case automobilistiche di reagire all’assalto del partito anti-auto trasversale in tutta Europa. Ma non solo, in questi ultimi 10 anni le Case costruttrici europee e soprattutto tedesche ci hanno abituato a una serie di scelte scellerate e sbagliate con prodotti, soprattutto elettrici, che non erano adeguati per tecnologie, per stile e per posizionamento, a competere con quella Tesla di Elon Musk, sempre sugli scudi dei media mondiali. In pratica, negli ultimi anni le Case, soprattutto tedesche, si stanno comportando come si comportò Nokia di fronte all’arrivo degli smartphone di Apple e del mondo Android: senza una capacità di reazione. E ora ci si chiede come mai in questi dieci anni non si sia potuto fare di meglio. Magari innovare in modo efficace senza buttare miliardi in fughe in avanti come la guida autonoma.

Infatti, sono più di 10 anni che le Case automobilistiche hanno fatto annunci su improbabili sistemi di guida totalmente automatizzata - il famoso Livello 5 della scala Sae - senza poi arrivare a nulla di effettivamente commerciabile, perché fondamentalmente ci si è fermati al livello 2, che poi è quello che serve e che probabilmente l’automobilista richiede. La macchina che guida da sola faceva parte di una strategia di annunci ad alto effetto wow, tesi a sostenere il valore di borsa delle Case automobilistiche e il valore del titolo negli ultimi anni è diventato totemico, probabilmente per inseguire Tesla sullo stesso piano.

Una bussola smarrita

Le Case automobilistiche, soprattutto di passaporto tedesco, si sono dimenticate che il loro business non era fare annunci su auto che guidavano da sole, o addirittura volanti, come faceva Uber, inseguendo hype mediatiche quali i droni di Amazon, tanto decantati ma che nessuno ha mai visto. I costruttori si sono dimenticati del loro ruolo di fabbricanti di automobili. Abbiamo, negli ultimi anni, sentito eresie da parte del marketing di Case automobilistiche premium tedesche che sostenevano che il loro ruolo era quello di fare, non ben definiti, mobility device. Perdendo l’orgoglio di fare automobili e smarrendo la bussola sul mercato, si sono gettati nel “all in” sull’elettrico, senza una strategia industriale supportata da una politica energetica. Decidere, come è stato deciso, di fare una scelta anticipata per proporre gamme di vetture esclusivamente elettriche è stato un errore epocale che contraddistingue questo decennio, ma non è stato l’unico, perché dall’altra parte c’è un altro errore clamoroso: quello di aver regalato competenze specifiche ai concorrenti cinesi che dieci anni fa facevano sorridere e venivano dileggiati nei saloni dell’auto e di Pechino da parte di manager e osservatori. Ora, invece, fanno paura per livello di tecnologia, posizionamento di mercato e design, senza dimenticare la loro capacità di costituire un ecosistema industriale.

L’incredibile miopia di voler accettare le scellerate joint venture al 51% con i player locali cinesi, per poter vendere in loco senza pagare enormi dazi all’importazione, ha portato alla cessione generalizzata di tecnologie e chiavi a quelli che sarebbero diventati i più temibili concorrenti.

Ma non solo: le case automobilistiche nel cercare di dominare lo strategico mercato cinese che poi, si veda il caso di Volkswagen, hanno perso, sono state anche incapaci di puntare sul dominio delle tecnologie. E questo è, oltretutto, un fatto squisitamente europeo- Negli ultimi dieci anni la già poco potente industria elettronica digitale e del software del vecchio continente è stata travolta, sostanzialmente annichilita. Basti pensare all’emblematico e sopracitato caso Nokia. E ora, nel 2025, 10 anni dopo il Dieselgate, e dopo 10 anni di proclami su auto elettriche che sconfiggeranno Tesla, ci si chiede quale sarà il primo grande gruppo europeo a fare la fine ingloriosa di Nokia. Ma qui ci sono in ballo non qualche migliaia di posti di lavoro ma milioni, nonché la tenuta dell’intero sistema industriale europeo.

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