Norme Ue

Deforestazione, l’impatto dell’Eudr sugli importatori

Effetti del regolamento limitati ai primi operatori delle filiere interessate. Attesi vantaggi per le produzioni Ue per arginare l’invasione di beni cinesi

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È stata una trattativa lunga e complessa quella sull’Eudr (il Regolamento europeo sulla deforestazione entrato in vigore due anni fa e che sarà applicativo a quest’anno), ma alla fine le aziende europee dei settori interessati (dall’agroalimentare al legno-arredo, al tessile), possono tirare un sospiro di sollievo.

Le Faq pubblicate dalla Commissione alcune settimane fa (che hanno valore giuridico a tutti gli effetti) hanno infatti recepito molte delle richieste avanzate in questi anni dall’industria, che criticava l’aggravio di costi e complessità burocratiche derivanti da questo regolamento, nato con l’obiettivo condivisibile di garantire la legalità, la trasparenza e la sostenibilità dei prodotti derivati dal legno commerciati nella Ue.

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Ebbene, la Commissione ha chiarito che la responsabilità e l’obbligo di due diligence (prima estesi a tutti gli operatori delle filiere interessate, compresi i produttori dei prodotti finiti destinati all’esportazione) sono limitati i primi operatori, ovvero quelli che generano l’esbosco o l’importazione del legname.

Restano invece variate le date di applicazione: 30 dicembre 2026 per grandi e medie imprese e 30 giugno 2027 per micro e piccole, ad eccezione dei prodotti già inclusi nel precedente regolamento sulla deforestazione, l’Eutr.

«È una buona notizia per gran parte della filiera, che è stata così sollevata dall’impatto del regolamento, ma rimane il problema per gli operatori interessati», osserva Paolo Fantoni, presidente di Assopannelli e vice-presidente di FederlegnoArredo per la sezione legno. Secondo i dati riferiti da FederlegnoArredo, infatti, «il complesso delle misure adottate riduce i costi annuali di conformità delle imprese di circa il 75%, dai circa 8,1 miliardi di euro stimati all’entrata in vigore del 2023 ai circa 2 miliardi attuali. A questi costi si contrappongono benefici ambientali stimati in circa 7 miliardi di euro l’anno, corrispondenti a 208mila ettari di deforestazione evitata e 49 milioni di tonnellate di emissioni risparmiate annualmente».

Tuttavia, rimangono alcune ombre: «Tutti i prodotti importati da Paesi extra Europa dovranno offrire agli importatori la due diligence sulla provenienza dei manufatti, siano questi mobili, componenti, tavole o prodotti trasformati - osserva Fantoni -. E questo è una grave difficoltà, perché per molti Paesi la due diligence non esiste e, di conseguenza, dotarsi di questa documentazione sull’origine del legno di provenienza, con addirittura i dati di geolocalizzazione quando disponibili, creerà un danno agli operatori che oggi importano da nazioni non Ue».

La norma potrebbe tuttavia portare dei vantaggi anche alle aziende delle filiere interessate, in una fase di mercato complessa in cui le produzioni europee sono minacciate dall’invasione di prodotti asiatici (cinesi in particolare) che non rispettano le rigide regole imposte dall’Eudr. Dovrebbe infatti - se saranno applicati reali e severi controlli alle dogane - arginare l’importazione di prodotti non conformi.

«Ci aspettiamo che l’Eudr porrà un freno all’aggressività e alla competitività degli esportatori cinesi, vietnamiti e di altri Paesi extra europei, premiando le produzioni a valore aggiunto. Ma rimane il problema per chi deve invece importare la materia prima».

Un aiuto per la filiera che, come hanno evidenziato i dati diffusi da FederlegnoArredo sul mese di marzo, sta risentendo in modo significativo della doppia crisi generata dall’imposizione dei dazi sul mercato statunitense e dalla guerra in Iran, con perdite pesanti sul fronte delle esportazioni extra Ue (-17,4% rispetto a marzo 2025). Un po’ meglio va per il settore dei pannelli, spiega Fantoni, che ha chiuso il 2025 con un aumento del 2,2% del fatturato alla produzione, mentre l’export a gennaio ha segnato un +1,1%, mentre quello complessivo della filiera è crollato del 13% nello stesso mese.

«Il settore sta lavorando un po’ sottotono, ma meno di quanto si potrebbe immaginare - spiega Fantoni -. Il paradosso è che la chiusura di Hormuz, pur creando aggravi di costi e scarsità di materie prime, sta favorendo le nostre esportazioni verso alcuni mercati, come il Nord Africa, tradizionalmente serviti da produttori come la Turchia, oggi in difficolt a competere sul mercato mediterraneo». Questo aumento sta parzialmente compensando, con volumi rilevanti, il calo delle vendite che si registra invece sul mercato nazionale.

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