La lettera

Debito pubblico e risparmio: perché all’Italia serve il modello dei Money Market Fund

L’acquisto dei titoli del debito pubblico da parte dei nostri risparmiatori appare una prospettiva ottimale che consentirebbe di ridurre le ansie sul tema da parte dei responsabili della gestione di esso

di Antonino Galloni

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Gentile direttore,

ho letto con molto interesse l’articolo di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi, pubblicato dal vostro quotidiano il 28 aprile 2026 sulla gestione del debito pubblico.

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In esso si suggerisce di imitare, anche in Italia, il modello americano di raccolta del risparmio – da parte di un ente finanziario, il Money Market Fund (MMF) – per convogliarlo su titoli pubblici a breve e brevissimo termine; ovviamente l’MMF ci acquista titoli a medio e lungo termine con più alto tasso di rendimento.

Così tutti e tre i soggetti coinvolti rimangono soddisfatti: i risparmiatori hanno una remunerazione “sicura” e superiore al rendimento dei depositi o dei conti correnti (ma possono recuperare liquidità quando vogliono); lo Stato piazza i suoi titoli agli interessi correnti; l’intermediario guadagna la differenza tra i rendimenti a breve e a lungo termine.

Una cosa del genere sarebbe possibile ed auspicabile anche in Italia, dove gli operatori che già possono agire in tal senso esistono e sono le banche stesse che, storicamente, fin dal lontano Medioevo, si giostrano tra esaudire le richieste di liquidità immediata dei loro clienti e garantire fiducia nella futura realizzazione dei crediti a più lungo termine.

Ma insorgono due problemi: lo Stato, ovvero la gestione del Debito pubblico, è restio a cercare l’equilibrio tra i tassi offerti e la saturazione della domanda (quest’ultima è quasi sempre superiore all’offerta), il che fa stare tranquille le autorità politiche e monetarie, ma comporta un peso maggiore per i contribuenti; le banche – che svolgono soprattutto funzioni di intermediarie tra liquidità disponibili e titoli finanziari – non sono molto propense ad occuparsi dei titoli del Debito pubblico e tendono a suggerire ben altri impieghi, così tendendo ad accentuare il rischio dei clienti (addirittura, troppe volte, a parità di redditività promessa).

Comunque sia, l’acquisto dei titoli del debito pubblico da parte dei nostri risparmiatori appare una prospettiva ottimale che consentirebbe di ridurre le ansie sul tema da parte dei responsabili della gestione di esso; anche in caso di eventuali azioni speculative, l’intervento sul mercato secondario consentirebbe ai compratori di fare affari d’oro: a patto che un’adeguata agenzia di rating contribuisca a mantenere nei bilanci delle aziende (e delle banche) i titoli pubblici eventualmente oggetto di speculazioni ostili, motivate da antipatie politiche e non dai “fondamentali” della nostra economia che risultano, certamente, sani.

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