Intervento

Come i Money Market Fund potrebbero rivoluzionare la gestione del debito pubblico italiano

Il modello Usa di finanziamento tramite fondi monetari offre rendimenti migliori e stabilità, riducendo la speculazione. L’Italia ha gli strumenti per replicarlo, ma serve volontà politica

di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi

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C’è un meccanismo finanziario che gli Stati Uniti utilizzano da decenni, che tiene in piedi quasi metà del loro finanziamento a breve termine, e di cui in Italia praticamente nessuno parla. Si chiama Money Market Fund, e potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui il nostro Paese gestisce il proprio debito pubblico riducendo molto il ricorso al mercato internazionale e convogliando il risparmio italiano. Basterebbe imitare il meccanismo che gli USA utilizzano sempre di più per finanziare il loro enorme debito di 39.000 miliardi di dollari.

Da almeno due anni, il Tesoro americano ha spostato massicciamente il proprio finanziamento verso i Treasury Bills (T-Bills), titoli a brevissima scadenza (da 4 settimane a 12 mesi), a scapito dei Treasury Notes e dei cosiddetti “coupons”, cioè i titoli a medio-lungo termine con cedola. Come se in Italia finanziassimo il nuovo deficit annuale solo con BOT e non con BTP. La strategia, avviata sotto la gestione di Janet Yellen e proseguita con Scott Bessent, ha portato lo stock di T-Bills a 6.800 miliardi di dollari — quasi il 22% dell’intero debito pubblico americano — a fronte di un deficit federale che nel 2025 ha toccato i 1.800 miliardi e che per il 2026 è proiettato a 1.900 miliardi.

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Ma chi compra tutti questi T-Bills? Non certo le famiglie americane, che non hanno né il tempo né la competenza per gestire un portafoglio di titoli a brevissima scadenza in continuo rinnovo. Eppure, indirettamente, sono proprio le famiglie — insieme a imprese, enti e istituzioni — a finanziare questa montagna di debito a breve. Come? Attraverso i Money Market Fund. Cosa sono?

I Money Market Fund: 7.600 miliardi che finanziano il deficit.

I Money Market Fund (MMF) sono fondi comuni di investimento del mercato monetario che oggi gestiscono circa 7.600 miliardi di dollari di asset negli Stati Uniti. Per dare un’idea, tutto il debito pubblico dell’eurozona è sui 15.000 miliardi.

La grande maggioranza di questa massa è investita in titoli governativi americani — Treasury Bills, titoli di agenzia e pronti contro termine garantiti da titoli del Tesoro — attraverso i cosiddetti “government money market fund”, che da soli gestiscono circa 5.900

miliardi. In pratica, i MMF fanno da intermediari tra il risparmio diffuso e il Tesoro americano: raccolgono denaro da milioni di risparmiatori e lo investono in titoli di Stato a breve termine.

Il meccanismo funziona così: una famiglia americana apre un conto presso Fidelity, Vanguard o Schwab e deposita i propri risparmi. Questi soldi confluiscono automaticamente in un Money Market Fund — ad esempio il Fidelity Government Money Market Fund (SPAXX) — che li investe in T-Bills e altri strumenti a brevissimo termine. Il risparmiatore riceve un rendimento che oggi si aggira intorno al 3,5-4% annuo (in linea con il tasso dei federal funds, attualmente tra il 3,50% e il 3,75%), molto superiore a quello di un conto corrente bancario tradizionale (spesso sotto l’1%). Ma ecco il punto cruciale: quei soldi non sono “bloccati” come in un investimento tradizionale.

Quasi un conto corrente, ma con il rendimento di un investimento

I MMF americani non sono tecnicamente conti correnti. Sono fondi di investimento, e per prelevare denaro occorre formalmente “riscattare” le proprie quote. In teoria, dunque, c’è un passaggio in più rispetto a un semplice prelievo bancario. In pratica, però, i grandi broker hanno reso questo passaggio completamente invisibile. Ecco come funziona concretamente:

Fidelity Cash Management Account. Il risparmiatore riceve una carta di debito e un libretto di assegni collegati direttamente al suo MMF. Quando paga al ristorante con la carta o usa un assegno per l’affitto, Fidelity riscatta automaticamente il numero esatto di quote necessarie per coprire la transazione. Il risparmiatore non deve fare nulla: dal suo punto di vista, è identico a usare una carta di debito bancaria. Nel frattempo, tutto il denaro non speso continua a fruttare il rendimento del fondo. Vanguard. I suoi MMF permettono di emettere assegni, generalmente con un minimo di 250-500 dollari per assegno. Schwab. I conti brokerage supportano assegni e carte di debito, con la possibilità di far confluire la liquidità negli MMF.

In sostanza, il risparmiatore americano gode di un doppio vantaggio: guadagna un rendimento significativo sulla liquidità (3,5-4% annuo) e mantiene la possibilità di utilizzare quei soldi per i pagamenti quotidiani in modo praticamente istantaneo. Non è esattamente un conto corrente — le quote del fondo mirano a mantenere un valore stabile di 1,00 dollaro, ma tecnicamente non sono garantite dalla FDIC come i depositi bancari — ma nella pratica quotidiana la differenza è quasi impercettibile.

Il risultato è un circolo virtuoso di straordinaria efficacia. Il Tesoro americano emette T-Bills a breve termine, che costano meno in termini di interessi e non sono soggetti alla speculazione sui futures che affligge i titoli a lungo termine. I Money Market Fund raccolgono il risparmio diffuso e lo investono massicciamente in T-Bills, creando una domanda stabile e prevedibile. I risparmiatori ottengono rendimenti superiori a quelli bancari mantenendo piena flessibilità nell’uso del denaro. Le banche perdono una parte dei depositi a vista (che remunerano poco o nulla) ma il sistema nel suo complesso è più efficiente. Il Tesoro, in pratica, si finanzia a costi contenuti perché può contare su una base di acquirenti enormi, stabili e in costante crescita. I 7.600 miliardi dei MMF rappresentano un bacino di domanda che rende le aste dei T-Bills prevedibili ed efficienti.

E l’Italia? BOT invece di BTP

Ora trasferiamo questo ragionamento al contesto italiano. L’Italia ha un debito pubblico che ha superato i 3.100 miliardi di euro, finanziato in larga parte con BTP — Buoni del Tesoro Poliennali — a scadenze che vanno dai 3 ai 30 anni, che rappresentano oltre il 90% dello stock. I BTP sono strumenti con cedola, negoziati su mercati secondari profondi e, soprattutto, soggetti alla speculazione attraverso i contratti futures.

Quando lo spread BTP-Bund si allarga, non è necessariamente perché i fondamentali dell’economia italiana sono peggiorati: spesso è il risultato di movimenti speculativi sui futures dei BTP, che amplificano la volatilità e fanno lievitare il costo del debito per lo Stato italiano. Lo abbiamo visto nel 2011, nel 2018 e in diverse altre occasioni.

I BOT — Buoni Ordinari del Tesoro — sono l’equivalente italiano dei T-Bills americani: titoli a breve termine (3, 6 o 12 mesi) senza cedola, emessi sotto la pari. Oggi rappresentano una quota modesta del debito pubblico italiano, circa 135 miliardi di euro su oltre 3.100 totali — poco più del 4%, contro il quasi 22% che i T-Bills rappresentano negli USA.

La direzione attuale del Tesoro italiano va nel senso opposto a quello che qui si propone: le Linee guida del MEF per il 2026 prevedono esplicitamente una “graduale riduzione del peso dei comparti a breve termine sul totale delle emissioni”. Nel 2025, le emissioni BOT sono state di poco inferiori a 170 miliardi, contro 380 miliardi di titoli a medio-lungo termine. L’Italia, insomma, sta deliberatamente allungando la vita media del debito. La tesi di questo articolo è che questa strategia, pur comprensibile in chiave di prudenza, rinunci a un’opportunità significativa.

E se l’Italia facesse come gli Stati Uniti? Se spostasse una quota significativa del proprio finanziamento dai BTP ai BOT? I vantaggi sarebbero molteplici. I BOT costano meno: i tassi a breve sono generalmente inferiori a quelli a lungo termine, soprattutto in fasi di curva dei rendimenti ripida. I BOT non sono soggetti alla speculazione sui futures: non esistono contratti futures significativi sui BOT, il che elimina un importante canale di amplificazione delle crisi. Il rinnovo frequente, che è spesso citato come un rischio, diventa gestibile se la domanda è stabile e istituzionalizzata — esattamente come accade negli USA.

Il tassello mancante: i Money Market Fund italiani

Ma perché l’Italia non lo fa? Il problema non è tecnico, è infrastrutturale. Manca il tassello chiave: un ecosistema di Money Market Fund dedicato ai titoli di Stato italiani a breve termine. Le famiglie italiane non comprerebbero direttamente i BOT in quantità sufficiente. Non hanno voglia di gestire rinnovi trimestrali o semestrali, non vogliono immobilizzare liquidità senza poterla usare, e i tagli minimi (anche quando ridotti) restano un ostacolo. Ma se esistessero MMF italiani che investissero prevalentemente in BOT, e se questi fondi offrissero funzionalità simili a quelle americane, il quadro cambierebbe completamente.

Immaginiamo un sistema così strutturato: una famiglia italiana investe i propri risparmi in un fondo monetario che compra BOT e altri titoli di Stato a breve. Il fondo offre un rendimento, diciamo, del 2,5-3% annuo — enormemente superiore allo 0,28% che le banche italiane

pagano in media sui conti correnti (dato ABI, marzo 2026). Al contempo, il fondo è collegato a una carta di debito e a un sistema di pagamento che permette alla famiglia di utilizzare quei soldi per pagamenti quotidiani, bollette, acquisti, esattamente come farebbe con un conto corrente. Il riscatto delle quote avverrebbe automaticamente, dietro le quinte, senza che il risparmiatore debba preoccuparsi di vendere manualmente i suoi BOT. Dal punto di vista dell’utente, sarebbe come avere un conto corrente che paga il 2,5-3% invece dello 0,28%.

I numeri: un esercizio realistico

Facciamo un esercizio. La liquidità complessiva detenuta da famiglie, imprese e altri soggetti nei conti bancari italiani ha raggiunto i 2.084 miliardi di euro a febbraio 2026, di cui 1.410 miliardi nei soli conti correnti, remunerati in media allo 0,28%. Per le sole famiglie, i depositi bancari ammontano a circa 1.150 miliardi. Se anche solo il 20-25% della liquidità complessiva — circa 400-500 miliardi — confluisse in MMF dedicati ai BOT, l’Italia potrebbe finanziare una quota molto significativa del proprio fabbisogno annuo attraverso strumenti a breve termine, a costi inferiori e con minore esposizione alla speculazione. Per i risparmiatori, significherebbe passare dallo 0,28% di remunerazione sui conti correnti a un 2,5-3% sui fondi monetari. Per il Tesoro, significherebbe una base di domanda stabile e domestica, meno sensibile alle turbolenze dei mercati internazionali.

Possibili obiezioni e risposte. “Il rischio di rinnovo è troppo alto.” È vero che finanziare il debito a breve termine espone al rischio di dover rinnovare frequentemente. Ma se la domanda è istituzionalizzata attraverso i MMF, il rinnovo diventa automatico: i fondi reinvestono continuamente la liquidità in arrivo. Negli USA, i T-Bills vengono rinnovati senza difficoltà asta dopo asta perché la domanda dei MMF è strutturale, non speculativa. “I BOT non proteggono dall’aumento dei tassi.” Al contrario: i BOT si adeguano rapidamente ai nuovi tassi di mercato, perché scadono e vengono rinnovati ogni 3-12 mesi. Sono i BTP a lungo termine che espongono lo Stato al rischio di aver bloccato tassi elevati per decenni. “Le banche si opporrebbero.” Certamente le banche vedrebbero una riduzione dei depositi a vista, che oggi rappresentano una fonte di finanziamento quasi gratuita. Ma le banche potrebbero a loro volta offrire MMF attraverso le proprie reti, compensando la perdita di depositi con commissioni di gestione. Inoltre, un sistema finanziario più efficiente giova a tutti nel lungo periodo. Senza contare che hanno ora utili record per 41-43 miliardi l’anno e sono il comparto dell’economia italiana con meno problemi in assoluto.

Una via concreta: il MMF Sovrano e i bonifici istantanei

L’obiezione normativa è ovviamente quella che conta, ma è anche quella che ha le soluzioni più a portata di mano. Non serve aspettare una riforma del regolamento europeo sui fondi monetari (MMFR). L’Italia può muoversi subito, sfruttando due leve già disponibili.

Prima leva: un “MMF Sovrano” attraverso Cassa Depositi e Prestiti. L’Italia possiede già un’infrastruttura unica in Europa per canalizzare il risparmio delle famiglie verso strumenti pubblici: Cassa Depositi e Prestiti, che attraverso Poste Italiane raccoglie il risparmio postale

— libretti e buoni fruttiferi — da oltre 160 anni. CDP potrebbe istituire un fondo dedicato, investito esclusivamente o prevalentemente in BOT, che non sarebbe tecnicamente un “fondo monetario” ai sensi del regolamento europeo MMFR, ma uno strumento di risparmio pubblico a sé stante, costruito sulla stessa architettura giuridica che già regola il risparmio postale. In altre parole: non un prodotto finanziario soggetto alla regolamentazione dei fondi comuni, ma un veicolo sovrano di raccolta, garantito dallo Stato, collocato attraverso la rete degli uffici postali e dell’app BancoPosta, e investito in BOT. Il vantaggio è duplice. Dal lato del risparmiatore, sarebbe un prodotto familiare — un’evoluzione del libretto postale — che offre rendimenti superiori (il rendimento dei BOT a 12 mesi si è attestato in media al 2,13% nel 2025) rispetto ai depositi bancari (0,28%) e ai libretti postali stessi. Dal lato del Tesoro, creerebbe una domanda strutturale e domestica di BOT, sottratta alle dinamiche speculative dei mercati internazionali.

Seconda leva: i bonifici istantanei SEPA, ora obbligatori. Il vero ostacolo pratico che ha sempre frenato strumenti simili in Europa era il tempo di liquidazione: vendere un titolo e ottenere il contante richiedeva almeno un giorno lavorativo (T+1), rendendo impossibile l’esperienza “simil-conto corrente” che i broker americani offrono con i loro MMF. Questo ostacolo non esiste più. Dal 9 ottobre 2025, il Regolamento europeo sui Pagamenti Istantanei (IPR) ha reso obbligatorio per tutte le banche dell’Eurozona offrire bonifici istantanei SEPA — trasferimenti in euro accreditati entro 10 secondi, 24 ore su 24, 365 giorni l’anno, senza costi aggiuntivi rispetto ai bonifici ordinari. L’infrastruttura tecnica per liquidare quasi in tempo reale il riscatto di un BOT o di una quota di fondo monetario è dunque già operativa su scala europea.

In concreto, il meccanismo funzionerebbe così: il risparmiatore tiene i propri fondi nel “MMF Sovrano” di CDP, investiti in BOT. Quando ha bisogno di liquidità — per pagare una bolletta, fare un acquisto, trasferire denaro — impartisce un ordine (via app, carta di debito o domiciliazione) che riscatta automaticamente le quote necessarie. Il controvalore viene trasferito sul suo conto corrente (o direttamente al beneficiario) tramite un bonifico istantaneo SEPA, che arriva in meno di 10 secondi. È esattamente lo schema americano, ma costruito sull’infrastruttura di pagamento europea, che su questo punto è oggi tecnicamente superiore a quella statunitense (dove i pagamenti istantanei non sono ancora obbligatori per tutte le banche).

Un operatore privato — una fintech, o la stessa Poste Italiane — potrebbe oggi creare un’interfaccia che automatizza l’intero processo: investimento automatico della liquidità in BOT, riscatto on-demand, e invio del contante al beneficiario via bonifico istantaneo. Nessuna delle tecnologie necessarie è sperimentale: sono tutte standard di mercato già operativi.

L’aspetto più significativo di questa proposta è che non richiede nuove leggi europee. Il veicolo di raccolta già esiste (il modello CDP/risparmio postale). I titoli da acquistare già esistono (i BOT). L’infrastruttura di pagamento istantaneo già esiste (SEPA Instant, obbligatorio). Serve solo la volontà politica di mettere insieme i pezzi.

Conclusione. Un cambio di paradigma possibile

Gli Stati Uniti hanno dimostrato che è possibile finanziare migliaia di miliardi di deficit attraverso titoli a breve termine, a patto di costruire l’infrastruttura giusta. I Money Market Fund sono questa infrastruttura: trasformano il risparmio diffuso in domanda stabile di titoli di Stato, offrendo ai risparmiatori rendimenti superiori e liquidità quasi totale. L’Italia ha tutti gli strumenti per replicare questo modello — e non deve nemmeno partire da zero. Ha i BOT, ha un risparmio privato enorme (oltre 2.000 miliardi parcheggiati in conti correnti a rendimento quasi nullo), ha Cassa Depositi e Prestiti con la sua rete capillare di raccolta, e ha un’infrastruttura di pagamenti istantanei che dal 2025 è obbligatoria e operativa. Non manca la tecnologia, non mancano gli strumenti giuridici, non manca il risparmio da mobilitare. Manca la volontà politica di mettere insieme i pezzi. Sarebbe un modo per ridurre il costo del debito, limitare l’esposizione alla speculazione, restituire rendimento ai risparmiatori e rafforzare la sovranità finanziaria del Paese. Non è un’utopia. È quello che fanno già gli americani con 7.600 miliardi di dollari — e l’Italia, oggi, ha tutto ciò che serve per farlo meglio.

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