Anche se l’impatto del cosiddetto rischio Italia sul tasso del BTp decennale risulta al momento inferiore a quello dovuto al rialzo generalizzato dei rendimenti obbligazionari chiusi nella morsa inflazione-Bce, sarebbe un errore pensare che i mercati abbiano messo da parte le vicende specifiche legate al nostro Paese. In uno studio appena pubblicato, Eric Oynoyan e Lorenzo Testa di Morgan Stanley puntano l’attenzione sul voto ormai alle porte tracciando due differenti scenari a seconda del loro esito e delle politiche fiscali che saranno adottate dal nuovo esecutivo: la vera discriminante agli occhi dell’Europa e dei mercati.
Se il Governo che uscirà dalle urne il 25 settembre dovesse adottare una politica espansiva e aumentare del 2% il disavanzo primario, avvertono gli analisti, potrebbero verificarsi «ulteriori pressioni di vendita sui BTp che potrebbero spingere lo spread sul Bund temporaneamente oltre il limite superiore dell’intervallo attuale, forse a circa 260-270 punti base, prima di una successiva stabilizzazione al ribasso». Morgan Stanley cita in effetti anche alcuni fattori di supporto per i nostri titoli, che vanno dalla ridotta esposizione dei sottoscrittori esteri all’opportunità di acquisto che un tasso elevato e oltre il 4% rappresenterebbe per gli investitori, banche italiane in prima fila.
Una politica fiscale in continuità con quella attuata finora dal Governo Draghi, senza cioè ulteriori misure fiscali espansive, potrebbe invece secondo la banca d’affari favorire «un graduale spostamento verso l’estremità inferiore dell’intervallo di trading prevalente da metà giugno, ovvero 195-200 punti base». Tra le due ipotesi vi sarebbe insomma una differenza compresa fra i 60 e gli 80 punti base che non va sottovalutata, ma che rischia di essere inferiore al potenziale rincaro dei tassi determinato da politiche monetarie più aggressive per combattere l’inflazione.
«Ai premi di rischio correnti riteniamo che gli investitori siano equamente compensati dai rischi derivanti dall’elevato onere del debito pubblico italiano e dai ricorrenti episodi di incertezza politica», conferma Matteo Ramenghi, capo degli investimenti di Ubs Gw in Italia, che teme una deriva dello spread anche oltre i 300 punti solo in uno scenario peggiore «di una recessione più profonda in Europa e una conseguente ulteriore pressione fiscale, o una prolungata incertezza dopo le elezioni». In questo caso non servirebbe neanche invocare lo scudo anti-spread della Bce, probabilmente riluttante ad avviare il Tpi (Transmission protection instrument) appena varato per vicende così specifiche.
L’Eurotower si attiverebbe «solo se i rendimenti a breve termine dovessero salire a livelli di stress», segnala Ramenghi, che individua come ipotetica soglia di dolore uno spread che sulla scadenza dei due anni dovesse più che raddoppiare a 200-250 punti base rispetto agli attuali 100. Il Tesoro, da parte sua, si è già portato avanti con l’opera di rifinanziamento del debito italiano raggiungendo il 70% delle emissioni previste quest’anno. Ma da gennaio la sua strada, in salita, è necessariamente destinata a riprendere e sarebbe opportuno non aggiungere altri ostacoli oltre a quelli già piazzati dall’inerzia dei mercati globali.