Su questo siamo tutti d’accordo. Ma dire che questo possa contribuire ad abbassare l’inflazione è un po' ardito...
Nel medio termine sì. Se le politiche fiscali sono ben calibrate, possono farlo. Faccio qualche esempio. Una politica energetica, che parta dal price cap e vada a veri e propri investimenti nelle rinnovabili, nel medio termine può abbassare il costo dell’energia e dunque l’inflazione. Ma lo Stato può usare soldi pubblici anche per abbassare i prezzi degli affitti o per calmare il mercato immobiliare, oppure per investire in educazione e sanità. Quello che voglio dire è che gli investimenti pubblici non sono sinonimo di maggiore inflazione, ma se fatti bene possono anzi abbassarla nel medio termine senza causare una crisi. Negli Stati Uniti, per fare un altro esempio, c’è una situazione di piena occupazione con i salari che salgono e creano inflazione. In quel caso una politica che aiuti a far rientrare nel mercato del lavoro chi è fuori da anni creerebbe più concorrenza tra lavoratori, contribuendo a tenere più bassi i salari. Ovviamente ogni economia è diversa, ma il principio vale per tutti gli Stati: un mix ben calibrato di politiche fiscali può combattere l’inflazione meglio della tradizionale politica monetaria restrittiva.
Ma la politica monetaria è più immediata.
Ma il rischio è che alzando i tassi si crei una crisi dei debiti. In Europa il pericolo è concreto. L’obiettivo della politica monetaria deve essere quello di evitare le crisi, non di causarle. Nei Paesi dove c’è una banca centrale per uno Stato è più facile, mentre in Europa dove c’è una banca centrale per tanti Paesi è più difficile. Per questo la Bce deve stare bene attenta a evitare che salgano gli spread.
Proprio per questo la Bce ha varato due strumenti, cioè i reinvestimenti flessibili e il Tpi, per evitare che gli spread salgano troppo. Con una mano alza i tassi, ma con l’altra ha già preparato due scudi anti-spread. Non bastano?