Imprese

Dazi Usa, con tariffe al 30% azzerata la crescita dell’Italia nel 2025

Secondo l’EY Parthenon Bulletin, con dazi al 30% calo dell’1,4%, con dazi al 20% calo dello 0,9%. Tengono investimenti esteri e operazioni di M&A

di Giovanna Mancini

3' di lettura

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Sul medio-lungo periodo, la capacità di resilienza tipica delle imprese italiane riuscirà ad assorbire il colpo dei dazi americani. «Il problema è da qui a un anno, soprattutto per settori più esposti verso gli Stati Uniti, come la farmaceutica, l’agroalimentare o alcuni comparti della meccanica», osserva Marco Daviddi, managing partner di EY, che ha appena pubblicato la seconda edizione dell’EY Parthenon Bulletin, all’interno del quale viene anche stimato il possibile impatto delle misure protezionistiche sull’economia del nostro Paese.

L’impatto sul Pil nazionale

L’eventuale conferma di dazi al 30% a partire dal 1° agosto prossimo porterebbe, secondo le stime EY, a una riduzione cumulata del Pil dell’1,4%, azzerando di fatto la crescita prevista dello 0.6% (destinata a salire al +0,8% nel 2026), con un impatto negativo stimato poco sotto i 30 miliardi tra il 2025 e il 2026. Se invece le tariffe venissero confermate al 20%, in linea con quanto comunicato agli inizi del mese di aprile, l’impatto economico è stimato intorno ai 20 miliardi di euro, con una contrazione del 65% rispetto alle attese di crescita (-0,9% cumulato tra il 2025 e il 2026). L’analisi non prevede una stiam dell’impatto di eventuali dazi al 10% perché, secondo le previsioni di EY, difficilmente l’ammontare delle tariffe scenderà sotto il 20%.

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I settori più colpiti

«Alcuni settori saranno impattati in modo diretto - aggiunge Daviddi -. Penso a quelli che hanno maggiori volumi di export verso gli Usa, come il farmaceutico, il food&beverage e alcuni comparti della meccanica. Ma è evidente che, nel momento in cui si dovesse innescare una dinamica di questo genere, le conseguenze e gli effetti ricadrebbero su tutti i settori, perché la situazione frenerebbe la propensione all’investimento da parte delle aziende e la propensione al consumo dei privati».

Gli effetti dei dazi saranno trasversali anche a livello geografico: se è vero infatti che l’Italia potrebbe essere, assieme alla Germania, particolarmente colpita per via della sua forte vocazione industriale e per l’altrettanto forte vocazione alle esportazioni, le analisi di EY (condotte a livello europeo) stimano un impatto omogeneo in tutte le nazioni della Ue.

La reazione delle imprese italiane

«Nonostante questo scenario complesso e di grande incertezza, le aziende italiane stanno dimostrando tuttavia una notevole capacità di adattamento - fa notare Daviddi -. In questi mesi abbiamo osservato molta riflessione, consapevolezza e azione da parte delle imprese, che non sono rimaste inerti a guardare o ad aspettare le decisioni dei governi». Lo confermano alcuni dati relativi al primo semestre del 2025: EY ha rilevato una crescita significativa degli investimenti ester, con un aumento del 17% delle operazioni annunciate (143 contro le 122 dello stesso periodo nel 2024), ma anche un aumento del valore, salito da 7,1 miliardi di euro nei primi sei mesi dello scorso anno, a 13,5 miliardi.

Ci sono ovviamente alcuni settori che, nell’immediato, saranno più penalizzato di altri. Per questo è comprensibile e condivisibile, secondo Daviddi, la richiesta di misure di compensazione da parte del mondo industriale, per lo meno a sostegno dei settori più a rischio.

Anche sul fronte degli M&A si riscontra un certo dinamismo: tra gennaio e giugno, in Italia, sono state annunciate circa 600 acquisizioni, per un valore complessivo di 18,7 miliardi di euro, contro le 564 operazioni dei primi sei mesi 2024. «È interessante notare che, dopo un avvio d’anno con il freno a mano tirato, negli ultimi 2-3 mesi c’è stato un rilancio significativo, che ha portato al 30 agiungo a un incremento del 6% nel numero di operazioni, anche se di dimensione contenuta, tanto che i volumi a valore sono scesi del 50%, a conferma di un mercato vivace, ma comunque guardingo, in cui fondi di Private Equity sono protagonisti, mentre mancano i mega deals, superiori al miliardo di euro», dice Daviddi.

È interessante osservare che l’attuale contesto non ha fermato il processo di consolidamento delle aziende italiane che prosegue da alcuni anni, grazie anche all’attività dei Private Equity e cogliendo le opportunità sui mercati esteri, per aumentare le proprie dimensioni come leva di competitività sullo scenario globale.

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