La guerra del commercio

Dazi, spiragli per l’Europa nei negoziati con gli Usa

Lettera di Trump ai Paesi partner, per chi non si allinea nuove minacce di tariffe unilaterali e per colpire l’auto. Ma Lutnick è ottimista sui colloqui con Bruxelles

di Marco Valsania - New York

 Donald Trump mostra la tabella dei dazi contro il mondo assieme al segretario al Commercio Howard Lutnick

3' di lettura

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Donald Trump getta benzina sul fuoco della sua guerra commerciale globale, minacciando impennate dei dazi sull’auto e imminenti ultimatum a base di tariffe unilaterali contro decine di nazioni al mondo. Anche se lascia aperti spiragli per accordi con una serie di grandi partner, forse una quindicina, dal Giappone alla Corea del Sud. «Stiamo andando benissimo quando si tratta di deal», ha assicurato. Tra le intese possibili in extremis, hanno aggiunto suoi stretti collaboratori, quella con l’Unione Europea.

Sull’import di auto, già soggetto a barriere del 25%, il presidente ha citato i suoi piani di reindustrializzazione degli Usa: «Potrei alzare i dazi in un futuro non troppo distante», perché «più li alziamo più è probabile che qui vengano costruiti impianti».

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Trump ha poi incalzato sulle tariffe contro le singole nazioni: «Manderemo lettere nel giro di una settimana e mezza o due ai Paesi dicendo quali sono i nostri termini». Una missiva che stabilirà tariffe senza appello nei confronti di alleati e avversari: «Questo è il deal, prendere o lasciare». Ha aggiunto, riflettendo uno stile negoziale aggressivo: «Come abbiamo fatto con l’Unione Europea».

Proprio con la Ue il segretario al Commercio e falco del protezionismo Howard Lutnick ha aggiunto una dose di ottimismo al cardiopalma: «L’Europa sarà probabilmente tra gli ultimissimi» accordi, viste trattative «più che spinose» e però resta il fatto che Bruxelles «si è un po’ convertita al nostro credo e ha fatto una sensata offerta». Lutnick ha citato il «duro lavoro» in corso davanti a «più di 15mila righe di codici per ogni prodotto e ogni tariffa» con l’obiettivo di migliorare la posizione commerciale di Washington.

Il ministro, nei rapporti transatlantici, ha anche sbandierato quale esempio di successo il primo e finora unico accordo raggiunto, con la Gran Bretagna: ha detto che comincerà a entrare davvero in vigore a giorni, con l’applicazione di quote a favore degli Usa in settori quali auto, carne di manzo, etanolo.

L’Unione è oggi a rischio di dazi del 50% stando alle minacce di Trump – a partire dal 9 luglio, se non ci saranno accordi o estensioni della scadenza – che per dar tempo alla diplomazia ha sospeso la crociata globale Usa armata di cosiddette tariffe reciproche. La Ue ha indicato di sperare in flessibilità nel calendario e il segretario al Tesoro Scott Bessent, considerato l’ambasciatore economico più pragmatico della Casa Bianca, ha suggerito che proroghe sono «molto probabili» per partner impegnati in colloqui seri.

Ma il doppio messaggio americano, trattative sotto la spada di Damocle di tariffe brandite alla stregua di sanzioni, ha tenuto alto l’allarme tra investitori e aziende preoccupate per traumi alle supply chain internazionali. Bessent stesso, testimoniando al Senato, ha difeso a spada tratta la strategia commerciale minimizzando i rischi per l’economia Usa: ha vantato ad oggi «niente inflazione e recessione» e accusato l’opposizione democratica d’essere afflitta da malattia mentale da dazi.

Numerosi analisti e la Federal Reserve – non solo i critici – temono che simili rassicurazioni siano premature, con ripercussioni ancora in arrivo. Le nazioni nel mirino del nuovo ultimatum epistolare di Trump, già ipotizzato il mese scorso, sono fino a 150. E l’appena rinnovata tregua con un grande rivale strategico oltre che partner economico, la Cina, è diventato un simbolo dei nodi da sciogliere. Trump l’ha celebrata ancora ieri: «Sono molto contento». In realtà l’armistizio provvisorio, che mantiene fino ad agosto uno stop a drastiche barriere commerciali bilaterali, appare fragile quanto la stretta di mano tra delegazioni che l’ha sancito a Londra: i dettagli sono tuttora vaghi e Pechino si è premunita da nuove escalation concedendo licenze solo di sei mesi per l’export di terre rare e magneti necessari agli Stati Uniti.

Non basta. Pechino sta richiedendo, stando al Financial Times, informazioni più approfondite sui business esteri che cercano approvvigionamenti di minerali critici, sollevando interrogativi su sicurezza e segreti industriali. La potenza asiatica domina l’estrazione e la produzione delle terre rare, fatto che ha cercato di trasformare in uno dei suoi punti di forza nelle incerte trattative con Washington.

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