Ancora più in bilico

Dalle raffinerie all’ufficiale di Haftar, cosa sappiamo dell’escalation in Libia

Negli ultimi giorni si sono registrati blitz su raffinerie e centrali elettriche vicino a Tripoli e un attentato letale contro i vertici di Bengasi

Intervento alla raffineria di Zawiya dopo l’attacco via drone (AP Photo) APN

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NAIROBI - Monta la tensione in Libia, il Paese dell’Africa del nord reduce da un crescendo di attacchi in entrambe le amministrazioni nel suo territorio: la regione occidentale sotto il controllo del Governo di Unità Nazionale di escalation Hamid Dbeibah e quella orientale, capeggiata formalmente dal Governo di stabilità nazionale e de facto dal generale Khalifa Belqasim Haftar.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Il primo blocco di incursioni si è scaricato contro impianti vitali per le forniture energetiche della Libia occidentale, come i blitz via droni contro la raffineria di Zawiya lo scorso 10 agosto o l’attacco alla centrale elettrica della stessa località il giorno successivo. Il secondo si è limitato a un’incursione più circostanziata, ma letale, a Bengasi: l’attentato via autobomba costato la vita a Fawzi Al-Mansouri, capo dell’intelligence militare della Libia orientale e figura di vertice negli apparati del governo della regione.

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La spaccatura della Libia e le ambizioni Usa

La Libia, il quarto Paese africano per dimensioni, gode di poco meno del 3% delle riserve di petrolio globali e deve agli idrocarburi il 95% delle sue esportazioni e almeno il 90% delle entrate governative. Il patrimonio energetico ha accentuato il suo peso internazionale, soprattutto dopo la corsa alla diversificazione energetica innescata dal doppio trauma della guerra in Ucraina nel 2022 e di quella in Iran quattro anni dopo.

È servito meno sul versante della stabilità interna, in un Paese spaccato dal 2014 fra le due amministrazioni rivali e pervaso da un intreccio di tensioni, alleanze e attori che va dagli accordi energetici blindati dai governi europei ai contractors russi della (ex) compagnia Wagner o alla divisione Africom dell’esercito Usa. La stessa Washington sta lavorando alla ricucitura dei rapporti fra le due fazioni, delegata alle missioni dell’inviato Massad Boulos e orientata a un obiettivo di stabilità funzionale - anche - alle strategie di investimento statunitensi. Lo stesso Boulous ha ricordato al Financial Times l’ambizione del Paese di aumentare la soglia produttiva giornaliera di petrolio dai due ai tre milioni di barili di petrolio, collocandosi «sulla mappa dei produttori globali».

Non è chiaro quali siano i margini del progetto statunitense, ma gli ultimi tumulti depongono a sfavore. A ovest, gli attacchi su Zawiya hanno colpito e centrato obiettivi sensibili come un serbatoio da 4,5 milioni di litri di benzina o la stessa centrale elettrica, infliggendo un colpo alle forniture di un Paese già sospeso nel paradosso di robuste esportazioni energetiche e l’incapacità di soddisfare il suo fabbisogno interno. A est, l’attentato fatale ad Fawzi Al-Mansouri apre una ferita da comprendere ai vertici del governo di Bengasi.

I due filoni degli attacchi

Il crescendo di attacchi sembra ricondursi a due filoni diversi, spiega Karim Mezran del centro studi Atlantic Council. Da un lato, dice Mezran, «si registrano attacchi generici rivolti contro le istituzioni, alimentati da una popolazione ormai disperata». Non è chiaro quanto e se l’offensiva sia rivolta contro i tentativi di riconciliazione statunitensi: l’incrinatura del disegno trumpiano, dice Mezran, sembra più conseguenza che una causa dei blitz collezionati la scorsa settimana contro raffinerie e centrali elettriche nel Paese. Ancora più sfumato il ruolo della Russia: i contractors legati al Cremlino «potrebbero aver interesse a sostenere l’instabilità per evitare la nascita di un governo forte e ostile ai propri interessi». Dall’altro lato, spiega Mezran, l’uccisione del capo dell’intelligence militare Fawzi Al-Mansour «racconta una storia diversa». Tra le varie ipotesi è apparsa quella di un fronte anti-Haftar, ma sembra difficile immaginarsi un blocco già compatto e coordinato contro il generale. Così come alcuni sono scettici sulla scadenza delle elezioni simultanee del 2027 e la prospettiva di una stabilizzazione in tempi netti. Un rapporto dell’Institute for security studies, un centro studi, ha stimato che riforme economiche «integrate» potrebbero aumentare la crescita media dal 3,5% al 5,4% del Pil fra 2026 e 2043, mentre un progresso nella qualità di governance si tradurrebbe in un rialzo di 570 dollari Usa di Pil pro capite. Un obiettivo simile, sottolinea il rapporto, richiede «una leadership decisa» per fronteggiare vulnerabilità strutturali come «persistente instabilità politica, insicurezza, estremismo e istituzioni fragili». A ovest, e est, della frontiera interna alla Libia.

Riproduzione riservata ©
  • Alberto Magnani

    Alberto MagnaniCorrispondente

    Luogo: Nairobi

    Lingue parlate: inglese, tedesco

    Argomenti: Lavoro, Unione europea, Africa

    Premi: Premio "Alimentiamo il nostro futuro, nutriamo il mondo. Verso Expo 2015" di Agrofarma Federchimica e Fondazione Veronesi; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"

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