Filosofia e Management

Dalla tirannia del controllo alla creatività del potere: il pensiero di Nietzsche in azienda

Il potere aziendale tradizionale ha radici nel controllo e nella competizione, ma si può ripensare come creazione e crescita condivisa

di Luca Barni*

Friedrich Nietzsche. (AP)

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Appartengo alla generazione X, o come direbbero più prosaicamente i miei figli sono un boomer perché loro non sottilizzano e da una certa età in poi ti inseriscono in quella categoria.

La classificazione serve a individuare con quale concezione di potere è cresciuta la mia generazione, a livello personale e nel mondo del lavoro.

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Sul potere il filosofo James Hillman ci ha scritto un libro, bello, che dovrebbe trovarsi nella libreria del manager. Ma prima ancora di finirci dovrebbe essere letto e riletto perché è un invito a rivedere l’intera grammatica del comando.

Siamo cresciuti, boomer e generazione X, identificando il potere con l’impresa epica raggiunta con la forza della volontà sostenuta da una lotta vigorosa. Aziendalmente parlando, abbiamo identificato il potere con il comando fermo e sicuro, il raggiungimento di performance sempre maggiori, nonché la ricerca dell’efficienza come unica stella polare.

Hillman, acutamente osserva che una tale concezione porta al darwinismo, sociale e aziendale: l’organigramma come icona della selezione indotta dalla competizione, che permette solo ad alcuni di sopravvivere. Non è così anomalo ascoltare in azienda il gergo militare, tipo “è sotto tiro” o “si sta facendo dei nemici” per finire con “è rientrato alla base”.

Autodenuncia: il concetto di potere nel quale sono cresciuto, l’ho praticato. Controllo ossessivo di tutte le attività aziendali, ricerca altrettanto ossessiva dell’efficienza e crescita, crescita e ancora crescita.

Con il tempo, complice la lettura dei filosofi e dei classici, quel concetto di potere ha iniziato a mostrare alcune crepe. Un contributo importante a queste crepe arriva da Nietzsche. La sua idea di “volontà di potenza” non coincide affatto con la logica del dominio. Per lui il potere non è controllo, non è presidio: è l’espansione della vita, la capacità di creare, di generare forme nuove. La rigidità del controllo, nella sua lettura, non è forza ma un segnale di debolezza, quasi un irrigidimento dettato dalla paura del cambiamento. La derivata del pensiero del filosofo è che il potere aziendale, fondato sulla vigilanza continua, non appare più come potenza ma come un tentativo di trattenere la vitalità invece di liberarla.

Tra l’altro il concetto di potere della mia generazione viene ormai messo in discussione, e non solo dalle generazioni più giovani: perché il costo, personale ed economico (quindi aziendale), di una siffatta concezione è alto e, negli ultimi anni, si è scoperto essere anche pericoloso per un’eccessiva concentrazione di potere in pochi soggetti, presuntivamente selezionati, senza adeguati contro-poteri.

Il controllo ossessivo come fattore limitante

E, forse, tra quelli sopracitati c’è un motivo che più di altri ha determinato lo scricchiolio delle credenze: è la derivata del controllo, al potere, a determinare una forte criticità: è fattore che limita, pone veti e ostacoli che diventano limiti al raggiungimento degli obiettivi. È il controllo, magari ossessivo, a generare l’interferenza preventiva che toglie piacere al lavoro. I controllori diventano i guardiani del già noto, e i controllati non prendono l’iniziativa perché, prima ancora di agire, si sentono osservati.

Altra probabile causa scatenante l’inizio del cambiamento? Il passaggio culturale del considerare i dipendenti come delle persone e non dei lavoratori.

E insieme, una diversa interpretazione del concetto di efficienza.

Considerare l’efficienza come unico principio guida dell’attività aziendale rende miopi. Perseguendo la sola efficienza il pensiero e l’azione si consumano nel breve termine, tempo in cui l’unico obiettivo possibile è la speculazione che si pone agli antipodi della creazione di valore per l’azienda. La speculazione, inoltre, non contempla i valori giustificando di conseguenza l’utilizzo di qualunque mezzo per raggiungere l’obiettivo: meglio, i mezzi si confondono con i fini per cui “il fare qualcosa diventa, cioè, la piena giustificazione del fare, indipendentemente da ciò che si fa” (Hillman).

Sul tema dell’efficienza Aristotele ha dato un contributo: nella “Fisica” e “Metafisica” espone il suo pensiero sulle cause che generano la domanda “perché?”:

• Causa Formale – l’idea o il concetto che guida un’azione;

• Causa Finale – cioè lo scopo dell’azione;

• Causa Materiale – l’elemento su cui si agisce e cambia;

• Causa Efficiente – l’elemento che dà l’innesco al cambiamento.

Paradigmatico l’esempio di Hillman: uno scultore (causa efficiente) produce dei cambiamenti in un blocco di marmo (causa materiale) allo scopo di fare un bell’oggetto (causa finale) con in mente l’idea di una statua (causa formale).

Le quattro cause Aristoteliche richiedono visione, tempo e competenza ma, soprattutto, devono simultaneamente convivere, perché altrimenti l’azione perde senso, profondità e direzione.

Il perseguimento della sola efficienza (o causa efficiente) come unico driver di azione può essere la causa di criticità quali il quiet quitting, l’assenteismo nonché l’abbraccio al lavoro “burocratico”.

E se non bastasse tutto quanto detto sopra, il controllo legato all’obsoleta concezione del potere comporta dei rischi: indebolisce chi gestisce il potere perché frena la proattività dei collaboratori. È un’azione di retroguardia che mantiene lo status-quo, si basa su una visione difensiva nonchè genera ansia, sia in chi esercita il controllo che nel controllato. E tutto ciò è l’antitesi dello sviluppo.

In questo senso, tornare a Nietzsche aiuta a vedere l’alternativa: liberarsi dall’ossessione del controllo significa restituire al potere la sua natura creativa. Significa liberare l’energia che tanti collaboratori serbano per la vita fuori dall’azienda, energia che attiverebbero volentieri anche nella vita lavorativa se adeguatamente stimolati e motivati attraverso un senso condiviso dell’azione. Il potere, allora, non è più blocco ma apertura, non è sorveglianza ma crescita.

*Direttore Bcc Centropadana

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