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Dalla “bro culture” ai “malesseri”: il linguaggio violento cambia con la cultura

I modelli culturali, a cui i più giovani fanno riferimento, esplicitano una realtà precisa in cui sopraffazione e potere definiscono i ruoli genere

di Nicoletta Labarile

5' di lettura

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Si chiama “bro culture” ed è quella a cui Donald Trump ha strizzato l’occhio per vincere le elezioni americane e conquistare il voto dei maschi bianchi: legittimare, a partire dal linguaggio, la violenza e la sopraffazione degli uomini sulle donne nel segno di una “fratellanza” esclusivamente maschile che risponde a codici precisi. I “bros” (abbreviazione del termine inglese “brothers”, cioè fratelli) sono giovani uomini bianchi legati strettamente l’uno all’altro dalla voglia di far festa, vestono allo stesso modo e si comportano in modo sessista perché “l’idea di virilità” a cui fanno riferimento si basa su uno stile di vita basato sul privilegio – anche di genere - e sulla totale autoreferenzialità. «Non è facile essere una donna nella cultura dei bro» denunciano alcune ragazze su TikTok: con 21 milioni di utenti in Italia nel 2024 (dati Audiweb), la piattaforma di social media ha un pubblico giovanissimo (il 60% degli utenti è compreso nella fascia di età tra i 16 e i 24 anni) ed è la spia di come si sta muovendo il linguaggio e la cultura delle nuove generazioni.

Dall’uso della parola “malessere” - che romanticizza uomini aggressivi, misogini e possessivi considerati icone di una “mascolinità autentica” – alla cultura dei “fratelli”, il linguaggio e le sottoculture giovanili sono una breccia attraverso cui guardare al mondo reale. «Il linguaggio non è separato dalla vita. Ma è una spia di quello che è il nostro mondo. Per molto tempo, ad esempio, non siamo stati in grado di vedere la violenza perché non c’erano le parole per nominarla» spiega Fabrizia Giuliani, docente di filosofia del linguaggio e studi di genere all’università La Sapienza di Roma - «L’oppressione delle donne è avvenuta anche attraverso la lingua, con il mancato riconoscimento linguistico delle violenze che subivano».

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Violenza tra i giovani, nominarla per riconoscerla

La parola “malessere”, legittimata tanto da ragazze che da ragazzi, e i modelli culturali a cui i più giovani fanno riferimento, esplicitano una realtà precisa in cui sopraffazione e potere definiscono i ruoli genere. Se il “malessere” è una forma di virilità ritenuta attraente e – come riporta l’indagine di Libreriamo - sei brani su dieci della musica trap (la più ascoltata tra gli adolescenti) contengono espressioni violente contro le donne, il linguaggio si riconferma essere lo specchio di quello che accade nel mondo: in quello giovanile, come emerge dalla seconda edizione della Survey TEEN realizzata da Fondazione Libellula, il livello di comprensione della violenza di genere tra gli adolescenti dai 14 ai 19 anni resta basso. Un terzo del campione, ad esempio, non ritiene che forme di controllo e limitazioni della libertà altrui siano forme di abuso. Altre importanti evidenze arrivano dall’‘indagine condotta da Ipsos e Save The Children, “Le ragazze stanno bene?”: il 30% degli adolescenti considera la gelosia un segno d’amore. Il 21% ritiene normale condividere la password dei social e del cellulare. Rinunciare alla privacy diventa una prova d’amore ritenuta accettabile e il 65% degli intervistati e delle intervistate conferma di aver subìto dal partner almeno un comportamento di controllo.

Per invertire la rotta, è necessario riconoscere la violenza di genere a partire dalle parole: «Il linguaggio è cruciale nel contrasto alla violenza perché rende visibili i fenomeni. Non è un’affermazione filosofica, senza le parole non vediamo le cose. Se non diciamo femminicidio, non riusciamo a mettere a fuoco lo specifico fenomeno delle donne uccise dagli uomini» afferma Giuliani, per cui la lingua si muove con il cambiamento culturale: «Solo da quando le donne hanno conquistato la loro libertà hanno lottato perché la violenza fosse riconosciuta come tale. Ciò nonostante, la violenza è ancora molto considerata un fatto privato. Le donne faticano ancora moltissimo a denunciare e abbiamo un elevatissimo tasso di sommerso».

L’alibi del “politicamente corretto”: «non si può più dire niente?»

I numeri raccontano una parte di realtà che non si esaurisce nelle indagini. Nonostante la violenza sia ancora un fenomeno strutturale e radicato nella cultura giovanile, le ragazze sono molto più consapevoli: «Le nuove generazioni, soprattutto le ragazze, oggi hanno una maggiore consapevolezza rispetto a loro stesse – sottolinea Giuliani - Pensiamo alla reazione che hanno avuto nelle scuole e università dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin: hanno ribadito l’inaccessibilità al proprio corpo, chiedendo a gran voce di ridistribuire giustamente la responsabilità educando i ragazzi. Questo rappresenta grandi passi avanti. Ma la consapevolezza non è ancora diffusa a largo campo».

Mentre le ragazze sono ferme nel condannare la violenza, richiamando alla responsabilità maschile anche nel linguaggio – «Lo stupratore non è malato, è figlio sano del patriarcato» si legge nei cartelli che espongono nei cortei, davanti alle università, nei momenti di manifestazione – il riferimento al “politicamente corretto” nel dibattito pubblico tenta di svuotarne le istanze: sempre più connotato negativamente, in realtà, come riferisce la studiosa esperta di questioni di genere, «Il politicamente corretto ha segnalato che certi comportamenti, anche linguistici, non sono più accettabili. Tuttavia, per essere efficace e sensato, deve accompagnarsi ai processi sociali: non basta scandalizzarsi delle parole violente in una canzone. I parlanti devono sentire che, non utilizzare parole violente, non è semplicemente un divieto imposto dal politicamente corretto ma qualcosa che corrisponde alla loro vita». Serve cambiare la cultura affinché anche il linguaggio cambi, perché «la lingua si muove insieme alla vita».

Ridefinire le parole per contrastare la violenza

In alcuni casi le parole di violenza utilizzate “contro” possono diventare parole di supporto reciproco: la scrittrice Tea Hacic-Vlahovic, ad esempio, è anche autrice del podcast “Troie radicali”. Un nome con cui le stesse ragazze della sua community – e molte altre giovanissime - si appellano e che la scrittrice spiega così: «Una Troia Radicale di solito è una donna, ma può essere qualsiasi persona: queer, un uomo gay, anche una suora, un uomo che lavora in banca, forse, una persona però che sente e soprattutto che vuole una libertà personale, ma la vuole anche per gli altri». Si tratta di una riappropriazione semantica che ribalta i significati delle parole utilizzate con scopi violenti per non esserne nuovamente vittime. È quello che è avvenuto anche con la riappropriazione del termine “queer”, inizialmente utilizzato in modo dispregiativo per riferirsi alla “comunità” omosessuale intesa come “strana, bizzarra, non regolare”. Oggi, invece, la parola queer è utilizzata per indicare ciò che non rientra nel canonico binarismo di genere respingendo, nel suo utilizzo consuetudinario, l’originario significato di insulto omofobo. «La riappropriazione delle parole in alcuni contesti e in alcuni situazioni è una buona strategia – afferma Giuliani – Non può essere una raccomandazione generale ma capisco che questo gesto di riappropriazione può sicuramente aiutare anche a segnalare all’attenzione generale quanto gravi siano gli insulti, proprio dal momento in cui io me ne riapproprio». Per rendere obsoleta l’esigenza di riappropriazione è necessario lavorare sull’educazione e non lasciare indietro nessuno. Soprattutto le giovani generazioni. «L’utilizzo del linguaggio violento tra i giovani nasce anche dalla paura e dal disagio di sentirsi esclusi» aggiunge la docente, che conclude: «Se da un lato è necessario mantenere un atteggiamento di ferma condanna rispetto a qualsiasi fenomeno violento, dall’altro bisogna lavorare con fermezza sull’educazione. Anche in famiglia: occorre mettersi in ascolto delle esigenze dei più giovani, affinché non siano più marginalizzati. La violenza nasce dall’esclusione».


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