La lezione

Dall’io al noi senza cancellare il talento: la leadership secondo Julio Velasco

I principi di leadership del Ct della Nazionale femminile di volley: mettere le persone al centro, gestire le differenze senza omologarle e costruire fiducia attraverso parole e azioni giuste

di Gianni Rusconi

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Dal palco del Velasco Day 2026 organizzato da ROI Group a Milano lo scorso fine marzo, il commissario tecnico della Nazionale italiana di pallavolo femminile ha raccontato a una platea di circa duemila fra imprenditori, manager e professionisti una leadership fondata sull’ascolto, sulla valorizzazione delle differenze e sulla capacità di trasformare il talento individuale in risultato collettivo. Ripercorrendo a distanza di qualche mese quell’intervento, il messaggio del grande manager sportivo non è certo passato di moda, anzi. E in questo articolo proviamo a riproporne i passaggi più significativi, focalizzando l’attenzione su alcune componenti chiave del Velasco pensiero: persone e relazioni, cultura organizzativa e ruolo del singolo rispetto al gruppo, fiducia come motore della performance e percezione della giustizia come fondamento dell’autorevolezza.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

La forza di una squadra non nasce dall’uniformità

Quando si parla di leadership, soprattutto in ambito aziendale, il rischio è quello di cadere nelle formule: visione, motivazione e spirito di squadra sono parole che popolano da anni convention e percorsi di sviluppo manageriale. Julio Velasco, invece, segue un’altra strada e si affida a una riflessione che parte da un presupposto semplice quanto controintuitivo: prima della squadra vengono le persone. L’allenatore che ha guidato le azzurre del volley all’oro olimpico di Parigi 2024 e al titolo mondiale del 2025 non propone ricette per vincere ma descrive una modalità di interpretare la leadership in linea con le esigenze delle organizzazioni contemporanee, chiamate a gestire gruppi sempre più eterogenei per età, cultura, sensibilità e aspettative.

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La chiave della “ricetta” di Velasco si sgancia nettamente dall’idea di omologare e sposa l’opportunità di mettere in relazione differenze spesso difficili da governare. Nella narrazione tradizionale dello sport la squadra viene quasi sempre rappresentata come un organismo unitario, capace di mettere in secondo piano le individualità in nome dell’obiettivo comune. E se invece si ribaltasse la prospettiva e si puntasse a comprendere le persone prima ancora di pensare ai risultati da raggiungere? «Ogni singola persona – sostiene in proposito il coach filosofo - ha non solo obiettivi diversi e motivazioni diverse, ma soprattutto un sistema nervoso unico». Un concetto che tocca uno dei temi centrali del management contemporaneo, ossia la crescente complessità delle organizzazioni, in cui i manager si trovano a gestire più generazioni di individui e background culturali e sensibilità differenti all’interno dello stesso perimetro. Difficile se non impossibile, quindi, in un contesto simile, applicare modelli uniformi di motivazione o di gestione delle persone.

Per spiegare questo concetto, Velasco porta spesso l’attenzione sulla sua esperienza alla guida della Nazionale femminile, una realtà in cui convivono storie personali e origini molto diverse e che induce alla ricerca di un equilibrio più sofisticato, che guarda a valorizzare ciò che distingue senza compromettere ciò che unisce. Per questo anche un termine molto utilizzato nel linguaggio organizzativo come “integrazione” non è al centro del suo ragionamento. «Non uso questa parola – dice ancora il Ct più vincente e carismatico della pallavolo italiana – perché funziona meglio se si condividono culture diverse». La logica di organizzazione su cui occorre puntare non è più solo assimilativa ma deve diventare realmente inclusiva, un tema del resto sempre più presente nelle strategie di leadership.

Perché l’io non deve scomparire

Fra le immagini più efficaci utilizzate da Velasco, una in particolare mette in discussione uno dei dogmi ampiamente diffusi sia nello sport sia nelle aziende: «Io non credo che l’io diventi noi. L’io rimane sempre io». Un’affermazione alla base della sua visione che propone una lettura secondo cui il “noi” non è conseguenza della scomparsa dell’io ma il frutto della capacità di far convivere individualità differenti all’interno di un progetto comune. L’importanza del lavoro di squadra, per anni raccontato come un processo di progressiva rinuncia alle individualità e professato da molti leader costruendo il senso di appartenenza attraverso richiami generici alla collaborazione o allo spirito di gruppo, emerge dunque rispetto ad altri presupposti.

Secondo il tecnico argentino, infatti, le esortazioni funzionano poco e le persone non diventano una squadra perché qualcuno lo chiede o lo impone. Le organizzazioni, come i team sportivi, sono caratterizzate da ambizioni personali, relazioni, simpatie, conflitti e aspettative individuali: fingere che questi elementi non esistano significa rinunciare a comprenderli. La scommessa, come esorta Velasco, è gestire questi elementi creando le condizioni affinché le differenze producano valore anziché frizioni e la leadership, in questa prospettiva, è l’espressone della capacità di governare la complessità e non più solo l’arte di eliminarla.

Le parole che costruiscono fiducia

Un elemento portante che attraversa tutto il ragionamento di Velasco è l’importanza delle parole, in considerazione del fatto che il linguaggio è uno strumento che va oltre la sfera della comunicazione e diventa elemento di costruzione della realtà organizzativa. Nel rimarcare questa importanza, distingue in modo netto il confine tra criticare e giudicare, avvalorando l’utilità della prima di queste due azioni e bocciando il ricorso alla seconda. La critica, in altre parole, riguarda un comportamento, una decisione, una prestazione e apre a uno spazio di miglioramento; il giudizio investe invece direttamente la persona e genera spesso una reazione difensiva.

Velasco ricorre a un’espressione che sintetizza efficacemente questa logica e che diventa quanto mai necessaria, in bocca a un leader, quando un suo collaboratore non riesce a fare qualcosa. «Ancora non lo fai bene. Però lo farai bene». In quella parola, “ancora”, si riflette un’idea di leadership basata sulla fiducia e sull’apprendimento, che non interpreta l’errore umano come una prova di inadeguatezza ma come una tappa del percorso di crescita. Il cambio di prospettiva, agganciato all’uso appropriato di questo avverbio, è rilevante, perché allontana il pensiero del manager dalle culture organizzative fondate sul controllo e si avvicina invece a quelle che valorizzano sviluppo, autonomia e responsabilizzazione.

Non a caso insiste su un altro aspetto decisivo: quando una correzione genera una reazione emotiva di chiusura, la comunicazione si interrompe; quando invece produce una risposta orientata alla soluzione, si crea apprendimento. «Il leader – sottolinea Velasco - deve essere e sembrare giusto e bisogna sempre immaginarsi se il modo che ho di gestire le cose regge quando la squadra perde», riducendo la possibile percezione di favoritismi disparità di trattamento (che agiscono come un elemento corrosivo della fiducia interna), rendendo trasparenti i criteri che guidano le scelte per rendere leggibile a tutti la logica di una decisione. E questo vale soprattutto nei momenti negativi, dopo una sconfitta o in un periodo di crisi e di risultati inferiori alle attese.

La fiducia che genera appartenenza

Nella parte finale del suo intervento milanese, Velasco ha quindi affrontato un altro tema particolarmente caro a manager e imprenditori, vale a dire il senso di appartenenza, che a suo dire nasce da dinamiche molto diverse rispetto a quelle spesso raccontate nei programmi di engagement aziendale. Le campagne motivazionali, le dichiarazioni solenni o gli slogan identitari possono avere un effetto limitato, mentre ciò che costruisce davvero appartenenza è la qualità delle relazioni che un’organizzazione o un leader riesce a sviluppare con le persone e la capacità di dimostrare attenzione nei loro confronti quando attraversano momenti importanti della loro vita professionale o personale. A dare sostanza a questo concetto il ricordo di un episodio legato a un suo giocatore, autorizzato a restare accanto alla moglie durante la nascita del primo figlio pur essendo convocato per una partita ufficiale: quel gesto, a distanza di anni, ha continuato a rappresentare un segno di legame e riconoscenza fra allenatore e giocatore, fra il leader del gruppo e uno dei suoi componenti.

Creare una fiducia che nasce dalla convinzione, percepita e non semplicemente dichiarata, che il leader creda davvero nelle persone che lavorano con lui è in buona sostanza il cuore della filosofia Velasco. «I miei giocatori mi devono piacere perché sono i miei» è una frase magari lontana dal lessico manageriale tradizionale ma contiene un messaggio preciso: nessun metodo può funzionare se manca una considerazione autentica per gli individui. E nessuna squadra diventa forte se gli individui rinunciano a essere se stessi, lo diventa quando riesce a valorizzare le diverse identità che la compongono e a metterle al servizio di un obiettivo condiviso.

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