Ricerca e innovazione

Dal grano al kiwi, le varietà agricole biotech sono pronte per arrivare nei campi (e sulle tavole)

Il via libera finale di Bruxelles alle Tea (Tecniche di evoluzione assistita) è atteso per aprile, ma la sperimentazione italiana su colture resistenti ad agenti patogeni e cambi climatici è in stato avanzato. Rimane da sciogliere il nodo sui brevetti

di Alessio Romeo

I pomodori sono tra gli ortaggi su cui è in corso la sperimentazione con le Tecniche di evoluzione assistita

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Grano duro, orzo e riso, ma anche vite, agrumi, kiwi, melo, pomodoro e melanzana. Sono le principali colture italiane su cui è in corso la ricerca varietale attraverso le nuove biotecnologie, le Tecniche di evoluzione assistita (Tea), grazie al rinnovo dell’autorizzazione nazionale alla sperimentazione in campo per il 2026. E con lo stop alla geolocalizzazione per evitare gli atti vandalici che hanno colpito le prime prove in campo di nuove varietà di riso in Lombardia e vite in Veneto: dove si svolgono i test rimarrà dunque un segreto.

Ma la ricerca (pubblica, particolare non secondario) è pronta a essere trasferita sul mercato delle sementi e da lì a tutta la filiera agroalimentare in tempi molto brevi, in attesa del regolamento europeo che autorizza coltivazione e commercializzazione su cui le istituzioni Ue hanno raggiunto un primo accordo. Oggi, in assenza di una normativa specifica, le Tea sono equiparate (da una sentenza della Corte di giustizia Ue del 2018) agli Ogm, vietati da quasi tutti gli Stati membri (senza bisogno di particolari motivazioni, come ha ribadito una sentenza di giovedì sulla legittimità del divieto italiano).

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Cosa sono le Tea o Ngt

Le Tea (Tecniche di evoluzione assistita) o Ngt (dall’acronimo inglese di nuove tecniche genomiche) sono innovazioni biotecnologiche per il miglioramento genetico delle colture mirate a ottenere varietà più produttive e resistenti agli stress climatici. A differenza degli Ogm (Organismi geneticamente modificati) non prevedono l’inserimento di Dna estraneo (transgenesi) ma modificano il genoma interno (cisgenesi o editing) accelerando le mutazioni naturali.

Dopo l’ok in commissione Ambiente dell’Europarlamento il regolamento dovrebbe essere votato dal Consiglio Ue il 30 marzo per poi tornare in plenaria a fine aprile.

Le nuove regole distinguono le Tea in due categorie. La prima, entro un certo numero di modifiche (20) al dna della pianta, sarà assimilata alle varietà tradizionali, quindi con obbligo di etichettatura limitato alle sementi, mentre nella seconda rientrano anche gli Ogm di vecchia generazione, che si distinguono dalle Tea per l’uso di geni estranei alla pianta. L’ultimo nodo da sciogliere resta quello sui brevetti, con un compromesso che punta a tutelare gli investimenti, temperando però il monopolio con alcuni vincoli per garantire l’accessibilità ai piccoli produttori.

Il ruolo della ricerca pubblica

In Italia il Crea, l’ente vigilato dal Masaf, resta il punto di riferimento per la ricerca scientifica sulle Tea attraverso il progetto denominato“Tea4It”, che ha lo scopo di sviluppare varietà resilienti alla crisi climatica e meno bisognose di acqua. La ricerca si concentra sul sequenziamento delle principali colture italiane, sviluppate mediante le tecniche di editing genomico e classificate come Ngt 1, per «identificare i geni chiave e progettare interventi sempre più precisi, ispirati ai processi naturali, garantendo standard elevati di sicurezza e trasparenza. Le nuove piante editate – spiega il Crea – saranno sottoposte a rigorose analisi genetiche e testate in campo per confermare la corrispondenza tra i risultati di laboratorio e le reali condizioni ambientali».

Agricoltori favorevoli

Dopo la battaglia vittoriosa contro gli Ogm oggi tutte le principali organizzazioni agricole sono favorevoli alle Tea.
«Le nuove biotecnologie, con un ampio spettro di impiego, possono rispondere a una serie di sfide, dalla resistenza alle patologie agli stress ambientali, di cui l’agricoltura soffre – sottolinea Stefano Masini, responsabile Ambiente di Coldiretti –. Le aziende sono chiamate a investire sull’innovazione e la sostenibilità delle produzioni ma scontano un lungo deficit normativo. La proposta in discussione risale infatti al 2023, in ritardo di cinque anni sulla sentenza del 2018 che già collocava le nuove tecniche di mutagenesi in una lunga tradizione di sicurezza, distinguendole dagli Ogm, perché lavorano sullo stesso dna della specie, accelerando un procedimento naturale».

Un argine alle multinazionali?

Sull’accessibilità dei brevetti, «il testo dovrebbe essere chiarito», commenta Masini. «Superata la richiesta iniziale di proibirli, c’è una formula soft che consente di depositarli ma con l’obbligo di cederne l’uso ai piccoli produttori, con valutazioni caso per caso». Una sorta di temperamento del monopolio per tener conto dell’utilità generale. Questo è importante per far sì che le Tea non siano appannaggio delle grandi multinazionali ma oggetto di ricerca pubblica, attraverso ampie licenze che consentano un uso partecipato.

«Il finanziamento pubblico – continua Masini – serve a escludere le multinazionali dal monopolio della ricerca e dall’omologazione. Non a caso la ricerca sulle Tea si sta facendo nelle Università, che stanno studiando le nostre varietà tradizionali inserendo le innovazioni genetiche più rapidamente di quanto avverrebbe in natura».

È questa la grande differenza con i “vecchi Ogm”, che nascono e muoiono sulle grandi commodity: soia, mais, colza, cotone e tabacco. «Il presupposto economico è completamente cambiato: gli Ogm erano lo specchio di un’agricoltura globalizzata dove il cibo viaggia come merce; qui passiamo da un pool di multinazionali che impongono a tutti lo stesso chicco di mais resistente al glifosato alla costruzione di un sistema di ricerca a vantaggio di un’agricoltura distintiva, che contrappone il modello legato ai rendimenti di scala con la tutela del valore delle filiere e la diversificazione delle produzioni a livello territoriale. Un’agricoltura come quella italiana – conclude Masini – non aveva nulla da guadagnare con gli Ogm ma da queste tecnologie può ricevere benefici economici e ambientali, con risultati potenzialmente immediati e la possibilità di recuperare un pezzo di sovranità del Made in Italy».

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