Infrastrutture

Dal decreto alla bocciatura della Corte dei conti: tutte le tappe del Ponte sullo Stretto

Le indagini della Procura di Roma sui presunti tentativi di pilotare la decisione dei giudici contabili sulla delibera Cipess del 6 agosto riaccendono un faro su un’opera e su un iter accidentato

di Ivan Cimmarusti e Flavia Landolfi

Inchiesta Ponte sullo Stretto, Conte: Ombra della corruzione, Meloni recuperi 13 miliardi

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L’indagine della Procura di Roma piomba sulla già tormentata vicenda del Ponte sullo Stretto nel momento più delicato: quando il governo tenta la carta di rimettere sui binari l'opera simbolo del vicepremier Matteo Salvini, finita fuori strada prima di Natale con la bocciatura della Corte dei conti. Nel mirino degli inquirenti ci sono proprio le presunte manovre per condizionare l'esame di legittimità della magistratura contabile sull'approvazione del progetto definitivo: un fascicolo pesante, ancora nella fase delle indagini preliminari, che mette sotto inchiesta il giudice contabile Tommaso Miele ma anche Giacomo Saccomanno, responsabile della Lega in Calabria e membro del Cda della società Stretto di Messina fino a maggio scorso.

Dall’inchiesta si smarca subito l’ad Pietro Ciucci che dichiara «la totale estraneità» della società e garantisce agli inquirenti «la piena collaborazione». E aggiunge: «Non ho mai avuto interlocuzioni o ricevuto comunicazioni connesse all'oggetto dell'inchiesta da parte dell'Avv. Saccomanno o altro indagato». Una presa di distanza arrivata mentre l'inchiesta getta un'ombra sui passaggi più delicati delle procedure di approvazione. E riaccende un faro su un'infrastruttura che dal decreto del 2023 che ha rimesso in vita la concessionaria, alla delibera Cipess del 6 agosto 2025, fino alla mancata registrazione della Corte dei conti e alla bocciatura dell'atto aggiuntivo alla concessione, ha vissuto continui stop and go. Venendo a tempi recenti e all'ultimo cronoprogramma entro giugno era attesa una nuova delibera Cipess da sottoporre ai magistrati contabili. Questo nuovo capitolo giudiziario rischia ora di complicare ancora la corsa anche se fonti vicino al dossier assicurano che il nuovo corso del Ponte non sarà messo in discussione dall'indagine della Procura.

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La prima pietra nel 2023

In principio fu il decreto legge 35 del 2023, il cosiddetto decreto Ponte. È la prima pietra della resurrezione dell'opera: riattiva la società Stretto di Messina, recupera la concessionaria, ridefinisce governance e iter, riapre il rapporto con il contraente generale Eurolink e costruisce la cornice per aggiornare il progetto definitivo. È il passaggio politico con cui il governo Meloni, su spinta del ministro delle Infrastrutture Salvini, decide di riportare in vita una delle opere simbolo del periodo berlusconiano. Da lì parte una lunga fase tecnica. La società torna operativa, il progetto viene aggiornato, si lavora al nuovo piano economico-finanziario e alla ricucitura del vecchio impianto contrattuale. E' Anac, in prima battuta, ad alzare il sopracciglio: il riavvio di un affidamento molto vecchio, senza nuova competizione, rischia di violare le regole sugli appalti.

La dichiarazione Iropi

Bisogna arrivare al 2025 per assistere a un altro snodo. Il 9 aprile il Consiglio dei ministri approva la relazione Iropi, l'atto con cui il governo riconosce al Ponte motivi imperativi di rilevante interesse pubblico. È un passaggio cruciale anche sul fronte ambientale, perché serve a sostenere la compatibilità dell'opera con le norme europee su habitat e tutela dei siti protetti. Nello stesso quadro il Ponte viene qualificato anche come infrastruttura di interesse militare, aprendo alla possibilità di considerarlo opera “dual use”, utilizzabile per finalità civili e strategiche.

La delibera Cipess

Il 6 agosto 2025 arriva il battesimo politico più importante: il Cipess, in una seduta presieduta dalla premier Meloni, approva il progetto definitivo del Ponte sullo Stretto. Salvini parla di opera pronta nel 2032, collegandola alle altre grandi infrastrutture attese nello stesso orizzonte temporale, dalla Torino-Lione al Brennero. Il costo indicato è di 13,5 miliardi. L'ok del Cipess sembra il via libera decisivo, anche se resta ancora il controllo preventivo della Corte dei conti. Ed è lì che il dossier comincia a incagliarsi.

Primi passaggi alla Corte dei conti

Il primo segnale arriva il 24 settembre 2025. La Corte dei conti rispedisce indietro la delibera Cipess con una richiesta di chiarimenti. Formalmente è una fisiologica interlocuzione tra istituzioni, come la definisce il Mit. Nella sostanza, però, i rilievi sono molti. I giudici contabili chiedono integrazioni sulla trasmissione degli atti, sul ruolo della relazione Iropi, sulle interlocuzioni con la Commissione europea, sulla valutazione ambientale, sul mancato coinvolgimento del Nars e dell'Autorità di regolazione dei trasporti, sul quadro economico e sul piano finanziario.

Il 17 ottobre, dopo le risposte arrivate da Palazzo Chigi e dal Mit, la Sezione di controllo ritiene che i chiarimenti non siano sufficienti. Il fascicolo viene deferito al Collegio. Il 24 ottobre il passaggio diventa pubblico: la Corte segnala ancora punti opachi, dalla documentazione mancante al peso delle prescrizioni tecniche, dalla compatibilità con il diritto Ue al nodo della soglia del 50% per le modifiche contrattuali senza nuova gara. La delibera resta sospesa.

La bocciatura

Il 29 ottobre 2025 arriva lo stop. La Sezione centrale di controllo sugli atti del governo nega il visto e la registrazione alla delibera Cipess 41/2025. La premier Meloni parla di «ennesimo atto di invasione della giurisdizione sulle scelte del Governo e del Parlamento». Salvini promette di andare avanti. La Stretto di Messina dice di accogliere con «grande sorpresa» la decisione e rivendica il rispetto delle norme italiane ed europee. Sul piano pratico, il mancato visto sospende l'efficacia della delibera: senza registrazione non possono partire espropri e procedure operative.

Il 27 novembre vengono depositate le motivazioni della decisione del 29 ottobre. È il documento che spiega perché la Corte ha ricusato il visto alla delibera Cipess. I giudici mettono in fila i nodi rimasti aperti: una sfilza di rilievi procedurali e la questione dello sforamento del 50% dei costi iniziali, un parametro che secondo la direttiva europea sugli appalti, avrebbe dovuto comportare l'avvio di un nuovo procedimento di gara. Il governo ragiona sulla strada della nuova delibera in Consiglio dei ministri, con successivo ritorno davanti alla Corte dei conti. L'obiettivo politico resta salvare l'opera.

L'ultimo stop

Il 17 novembre arriva un secondo colpo. La Corte dei conti nega il visto anche al decreto interministeriale del 1° agosto 2025, firmato Mit-Mef, relativo al terzo atto aggiuntivo alla convenzione di concessione della Stretto di Messina. La convenzione originaria risale al 2003, il primo atto aggiuntivo al 2004, il secondo al 2009. Il terzo atto serve ad aggiornare il rapporto concessorio alla luce della riattivazione della società e del nuovo piano economico-finanziario.

Il 16 dicembre vengono poi depositate le motivazioni. Qui la Corte entra nel cuore del rapporto con il contraente generale e con le regole Ue. Il decreto relativo alla convenzione, secondo i magistrati contabili, presenta profili di incompatibilità con l'articolo 72 della direttiva 2014/24, che disciplina le modifiche dei contratti pubblici durante il periodo di validità. Il punto più delicato riguarda il rischio di superamento della soglia del 50% delle variazioni ammissibili e il cambio dell'assetto finanziario dell'opera. In origine, infatti, il Ponte poggiava su una quota significativa di risorse private. Nel nuovo schema, invece, l'opera viene finanziata integralmente con fondi pubblici. Per la Corte questo passaggio cambia la natura del contratto, libera la concessionaria dalla necessità di reperire risorse sul mercato e altera l'equilibrio economico a favore dell'aggiudicatario. Un elemento che, se conosciuto all'origine, avrebbe potuto attrarre altri candidati. È uno dei passaggi più pesanti, perché riporta al centro il tema mai archiviato: si poteva davvero ripartire dal vecchio affidamento senza una nuova gara?

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