Ciclismo

Da Vingegaard a Pellizzari, Giro d’Italia al via per la prima volta dalla Bulgaria

La corsa rosa parte da Nassebar, Bulgaria: tra i favoriti spicca Jonas Vingegaard, mentre gli italiani cercano di ritrovare il successo che non colgono da 10 anni

di Dario Ceccarelli

Allenamento delle squadre, VINGEGAARD HANSEN Jonas (DAN), giovedì 7 maggio 2026. Sport - ciclismo. (Foto di Gian Mattia D'Alberto/LaPresse) LAPRESSE

5' di lettura

English Version

5' di lettura

English Version

Parte il Giro d’Italia e anche i meno appassionati, che nulla sanno dei nuovi campioni e del perché la Corsa Rosa debba partire dalla Bulgaria, hanno un sussulto: come se squillasse un invisibile campanello che smuove vecchie e nuove emozioni.

Ognuno ha il suo ricordo più o meno inciso nella memoria. Le canzoni, le grandi imprese, i tifosi sui tornanti, le cime bianche sullo sfondo, la pioggia sferzante, il sole di maggio, le lunghe cavalcate nell’Italia più bella e dimenticata punteggiata dai papaveri: quella appenninica, con le chiese e le osterie che sembrano rimaste sospese nel tempo come quei 127 temerari che partirono, nella notte del 13 maggio 1909, dal rondò di piazza Loreto, a Milano. Un gruppo di simpatici incoscienti, in sella a macinini pesantissimi, in cerca di guai e sfide impossibili. Eppur si mossero e pure qualcuno arrivò: il primo fu Luigi Ganna (nulla da spartire con Filippo, l’attuale cronoman verbanese) che dopo 2447,9 chilometri vinse 5250 lire davanti a Carlo Galetti.

Loading...

Una bella cifra, pari a circa 30mila euro di oggi. Su 127 corridori solo in 49 riuscirono a concludere la corsa. Ganna, varesino di Induno Olona, arrivò primo alla media di circa 27 km all’ora. Mica poco considerando lo stato delle strade e la lunghezza delle tappe. Intervistato dopo la premiazione, Ganna rispose in modo sintetico ed esaustivo: “Me brusa tant el cul !”

Inutile dire quanto tutto sia cambiato. Basti pensare, come dicevamo, che questo venerdì 8 maggio, il Giro numero 109 partirà dalla Bulgaria, precisamente da Nassebar, un’antica città di 15mila abitanti sulle coste del Mar Nero. Un posto suggestivo, per carità, ma insomma… Chi l’avrebbe mai detto, più di un secolo fa, che il Giro d’Italia sarebbe partito da qui?

Che cosa avrebbe detto Ganna possiamo facilmente immaginarlo, chi scrive può solo prendere atto che da tempo il ciclismo è uno sport globalizzato che parla inglese, usa algoritmi e intelligenza artificiale, viaggia in aereo. Del resto dopo Ungheria (2022) e Albania (2025) perché stupirsi se il Giro parte dalla Bulgaria, dove c’è solo una corsa in calendario e non ci sono corridori professionisti in attività? Pecunia non olet diceva l’imperatore Vespasiano, che nulla sapeva di ciclismo ma conosceva bene il valore del denaro al di là della sua provenienza.

Per questo trittico, che si concluderà domenica 10 maggio a Sofia, gli organizzatori dovrebbero incassare dal governo bulgaro circa 3 milioni a tappa. Insomma, una decina di milioni, che non guastano con questi chiari di luna. E considerando che il montepremi del Giro è di circa un milione e 600mila euro. Del resto la Bulgaria, anche se non usa ancora l’euro (la moneta corrente è il lev), è dal 2007 nell’Unione Europea. E quindi, nonostante qualche comprensibile perplessità, turiamoci il naso e vediamo come va a finire. Diciamo soltanto che queste prime tre tappe, non molto impegnative, sono una buona vetrina per velocisti e passisti coraggiosi. Quanto ai big, visto che soffia un vento sferzante, dovranno soprattutto stare attenti ai ventagli e alle solite cadute delle prime frazioni per arrivare al meglio domenica sera in Calabria, da dove, martedì 12 maggio, con la Catanzaro-Cosenza di 138 km, comincerà il vero Giro d’Italia.

Detto questo, che Giro sarà? E chi sono i favoriti?

Come difficoltà, sulla carta è più o meno uguale a quello dell’anno scorso: cioè un Giro duro, con otto arrivi in salita distribuiti su 50mila metri di dislivello.

Quanto al favorito, non c’è da farsi venire il mal di testa. Mancando Tadej Pogacar, convitato di pietra di questa edizione, il candidato obbligato alla maglia rosa è il danese Jonas Vingegaard, 29 anni, già vincitore di due Tour de France (2022 e 2023) e una Vuelta nel 2025. Jonas, come sapete, avendo anche conquistato due secondi posti al Tour, è l’unico che finora è riuscito a far sudare Pogacar nella corsa francese, dove peraltro lo sloveno ha trionfato 4 volte. Negli ultimi anni però, anche a causa di un brutto incidente nei Paesi Baschi, Vingegaard è stato meno brillante del solito, soprattutto rispetto alla crescita sempre più esplosiva di Pogacar.

Ora però il capitano della Visma, detto anche Re Pescatore, perché da ragazzo in estate lavorava al mercato del pesce di Hanstholm, sembra tornato agli antichi splendori. In primavera ha dominato la Parigi-Nizza e Giro della Catalogna dimostrando quanto sia di nuovo al top nelle corse a tappe.

Inoltre, il danese sarà supportato da una squadra di ottimo livello (Kuss, Kalderman, Piganzoli) che farà di tutto per permettergli di conquistare con la corsa rosa anche la famosa “Tripla Corona”, un prestigioso riconoscimento che spetta a chi ha iscritto il suo nome nell’albo d’oro di Tour, Giro e Vuelta. Solo sette campioni, finora, ci sono riusciti: Anquetil, Gimondi, Merckx, Hinault, Contador, Nibali e Froome. Cioè il Gotha della storia del ciclismo. Una tripletta che Vingegaard, questa volta, può conquistare prima di Pogar, visto che il fenomeno sloveno in Spagna non ha ancora messo la firma. Il danese sa che questa è la volta buona per lasciare il segno e quindi, anche se tiene comunque un profilo basso in sintonia con il suo carattere schivo (“Se sono favorito? Mah, siamo in tanti ad essere favoriti…”), punterà sicuramente alla maglia rosa per poi incrociare i ferri al Tour con Pogacar.

Dire che Jonas ha già vinto, sarebbe un azzardo. In una corsa di tre settimane le sorprese sono sempre dietro l’angolo (l’anno scorso nella penultima tappa il britannico Simon Yates ribaltò ogni pronostico scavalcando Del Toro e Carapaz). Inoltre la concorrenza ha qualche freccia al suo arco.

Prima di arrivare a Roma Vingegaard dovrà vedersela con il colombiano Bernal e con il gemello di Simon, cioè con quell’Adam Yates, che in questo Giro è il capitano della Uae, il team numero uno al mondo che, di solito, scorta Pogacar nei suoi trionfi. È inutile: anche se non c’è si finisce sempre per parlare del fenomeno sloveno che quest’anno, dominate le classiche di primavera, cercherà di conquistare per la quinta volta il Tour e, prima o poi anche la Vuelta.

Tornando al Giro d’Italia, tra i candidati alla rosa, o almeno al podio, c’è il nostro Giulio Pellizzari che, piano piano, a 22 anni, sembra in crescita costante. Nell’ultima edizione è arrivato sesto, dopo aver fatto da gregario a Primoz Roglic. Quest’anno il marchigiano, dopo il fresco successo al Tour of the Alps, si presenta come capitano della Red Bull, uno delle squadre più forti del mondo. Giulio, più ottimista del solito (“Il Giro prima o poi voglio vincerlo.”) potrà contare sull’aiuto dell’inglese Hindley, già maglia rosa nel 2022. Ora: anche se non è il caso di farsi troppe illusioni, Pellizzari è l’unica nostra speranza di classifica. Ricordando che il podio ci manca dal 2021 (Damiano Caruso) questa sarebbe una buona occasione per non fare solo da spettatori. Vedremo. Oltre a Pellizzari possiamo contare solo sul solito Filippo Ganna (per le cronometro) e su Jonathan Milan, l’ottimo sprinter friulano che in volata può imporsi già in Bulgaria.

Non c’è da esultare. L’ultimo italiano a vincere il Giro è stato Vincenzo Nibali nel 2016. Dieci anni sono tanti. Anche nelle classiche, non tocchiamo quasi mai palla. Il nostro ciclismo, come il calcio italiano, vive uno dei suoi momenti peggiori. Ma restano ancora, nonostante tutto, i due sport più popolari: capire cosa sia successo in questi anni sarebbe già un buon passo avanti per uscire da questa crisi infinita.

Riproduzione riservata ©

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti

Tutto mercato WEB