Le reazioni

Da Tel Aviv a Gaza esplode la gioia, ma restano i timori per il futuro

Per un giorno palestinesi e israeliani sembrano provare lo stesso sentimento, palpabile per le strade: sollievo

di Valentina Furlanetto

Festeggiamenti  in Piazza degli ostaggi a Tel Aviv, dopo l'annuncio del nuovo accordo per il cessate il fuoco a Gaza.

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TEL AVIV - «C’è un accordo!» grida il giornalista palestinese Saleh El-Jafarawi nel buio. Cammina fra le case chiuse, ride da solo e urla a squarciagola nella notte la notizia a chi non l’ha saputo nel Nord della Striscia di Gaza perché le case di quell’area sono rimaste senza corrente elettrica e senza connessione Internet.

Poco dopo scoppia la festa. Le persone si riversano nelle strade e nelle piazze: spari in aria, fuochi d’artificio, gente che festeggia, bambini che ballano. Una festa simile, con canzoni, sventolio di bandiere, urla e pianti di sollievo scoppia nelle stesse ore a Tel Aviv, in Israele. In quella che è stata in questi due anni ribattezzata Hostages Square, davanti all’Art Museum, si riversano in piena notte tante persone: stappano bottiglie, ridono, saltano. Da Tel Aviv a Gaza sono appena settanta chilometri, di solito sembrano posti distantissimi, ma per una giornata finalmente sembrano provare la stessa cosa: sollievo.

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Einav Zaugauker, la madre di un ostaggio, Matan, è senza respiro. «Non ce la faccio a esprimere quello che provo – dice – sono senza fiato, è pazzesco». Anche Omer Shem-tov, che è stato un sequestrato a Gaza, non ha parole per dire come si sente, piange, ma di sollievo. Alcuni non nascondono la paura che qualcosa nelle prossime ore possa andare storto. «Finché non vedremo tornare gli ostaggi, fino a che non passeranno il confine non ci credo», dice Rita Lifshitz, che ha avuto due familiari rapiti il 7 ottobre, uno dei quali è morto nei tunnel di Hamas, ed è arrabbiata perché non è stata istituita nessuna commissione da parte del governo israeliano che faccia chiarezza sui ritardi nell’arrivo dell’esercito il 7 ottobre di due anni fa.

Anche a Gaza si festeggia, ma alcuni sono prudenti. «Ci siamo trovati in situazioni simili molte volte, Israele potrebbe riprendere la guerra dopo aver ottenuto il rilascio di tutti gli ostaggi, non ci fidiamo mai di loro» racconta Abu Baker, 54 anni, sfollato da Gaza City nella zona meridionale per 18 mesi, che ha perso sua figlia e i suoi nipoti nei primi 15 giorni di guerra, quando Israele ha attaccato il quartiere del campo profughi di Jabalia.

Molti temono che ci possano essere rappresaglie dell’esercito prima che scatti la tanto attesa tregua. «In questi frangenti – dice Abu Baker - uccidono più persone che negli altri giorni».

I timori sono soprattutto per il futuro, per un domani che per lui, come per migliaia di palestinesi nella Striscia, resta un’incognita tra i traumi e i lutti da superare e il modo di ricominciare dopo la guerra. «Ho perso la mia casa, i miei beni e il mio lavoro, cosa succederà ora? Continuerò a vivere in una tenda per anni?» dice e non sono domande a cui qualcuno oggi può dare una risposta.

La notizia dell’annuncio rimbalza anche in Cisgiordania, accolta con favore dal presidente dell’Autorità palestinese Abu Mazen il quale sui social esprime «la speranza che questi sforzi siano il preludio a una soluzione politica permanente che porti alla fine dell’occupazione israeliana dello Stato di Palestina e alla creazione di uno Stato palestinese indipendente».

Ma nessuno si fa illusioni neppure qui. Da Taybe, unico villaggio cristiano a est di Ramallah, padre Bashar Fawadleh parroco della cittadina del West Bank si dice «molto felice, ma preoccupato allo stesso tempo. La situazione in Cisgiordania necessita urgentemente di un altro accordo che risolva la questione dei coloni che hanno appena attaccato il villaggio di Deir Jari».

Nonostante il dolore, le pesanti perdite e le incognite per il futuro, la gente in Cisgiordania e a Gaza non nasconde però il sollievo. Eman Jamal racconta di sentirsi felice. Anche solo del fatto che, dopo tutte le atrocità inimmaginabili, lei e la sua famiglia sono sopravvissute alla guerra. Eman viveva a Khan Younis, l’intera zona è stata rasa al suolo e anche la sua casa. «Rimarrò in questa tenda per molto tempo, ma dobbiamo sfamare i nostri figli e ora arriveranno gli aiuti, non sentiremo più le bombe, non avremo paura di morire». Il resto, per ora, sono dettagli.

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