Storie di successo

Da Mi Ami a Poplar e Red Valley, i festival musicali generano appartenenza

Le tre manifestazioni si sono ormai ritagliate uno spazio significativo sulla scena nazionale e internazionale

di Camilla Curcio

Credits: Maorattias (Pexels)

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C’è chi li descrive come un grande rito collettivo e catartico, che aiuta a riscoprire il senso di comunità e a staccarsi dalla monotonia della routine o dallo schermo di un telefono. E chi, invece, li celebra come trampolini di lancio per artisti che, passando dai loro palchi e a suon di gavetta, sono arrivati in testa alle classifiche o nelle cuffiette di un pubblico sempre più ampio. La dimensione dei festival musicali che, soprattutto nella stagione estiva, costellano i cartelloni delle città italiane, sembra essere quella di un tempo sospeso, dove cultori e profani, ragazzi e adulti dimenticano responsabilità e impegni per concedersi un momento di sana e gioiosa leggerezza.

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Gioia e leggerezza sono, ormai da vent’anni, il leitmotiv di Mi Ami, appuntamento cult di fine maggio per Milano (e non solo) ed esempio virtuoso di manifestazione che, non lasciandosi sovrastare dalle mode, non ha mai perso la magia degli inizi.

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«Mi Ami nasce nel 2005 come festival piccolo, con un budget ridotto e l’idea di far suonare artisti indipendenti e sconosciuti per supportarli e far conoscere questa nuova musica», racconta Stefano Bottura, co-fondatore e direttore di Mi Ami. «Dagli inizi a oggi l’impatto dell’evento sulla scena musicale italiana è sicuramente cambiato: abbiamo contribuito a creare un pubblico consistente, abbiamo alzato la qualità sia nella produzione - aumentando ad esempio i palchi che da due sono arrivati, nell’ultima edizione, a cinque - sia nella selezione degli artisti e c’è stato lo sforzo concreto di mettere a segno la visione e l’obiettivo iniziali: creare un festival musicale internazionale, come in Italia ce ne sono pochi, partendo da un contenuto inusuale, ossia la musica italiana. Nel 2005 nessuno l’ascoltava, ora tutti ascoltano solo quella. Siamo andati, quindi, quasi in una direzione opposta. E ora invece abbiamo iniziato a introdurre un respiro sull’Europa, invitando anche nomi internazionali per allargare lo sguardo e alimentare questo discorso fatto di ricerca continua, fuoco ed energia».

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Ed è stata questa dedizione ad aver trasformato Mi Ami in un evergreen transgenerazionale: «Il festival non ha mai voluto essere un prodotto per vendere biglietti o spingere gli sponsor e, senza bruciare le tappe e con una crescita organica, si è trasformato in un progetto prezioso per il panorama culturale del Paese e uno snodo chiave per l’industria musicale», nota Bottura. «Con un ruolo preciso: essere catalizzatore di energie, creare valore umano, farsi momento di scoperta del nuovo, dare una vetrina a musicisti di spessore che, magari, hanno ottenuto un contatto con un discografico che li aveva visti esibirsi da noi e restituire al pubblico un senso di unione e appartenenza unico. Perché la nostra community sa che il festival è un momento magico, non si torna mai a casa uguali a come si era partiti».

I fatti parlano: dal 2005 a oggi, sono stati tanti i gruppi, i cantautori e le cantautrici che, partendo dal Mi Ami o calcandone i palchi, si sono poi imposti tra i nomi più iconici dei roster discografici. Con traiettorie professionali che continuano a raccogliere risultati straordinari: «Tra quelli che mi vengono in mente c’è sicuramente Calcutta, che è poi diventato gigantesco nel suo genere. O ancora Cosmo e Brunori Sas».

Credits: Luca Secchi

L’anima di Mi Ami è fatta di fantasia, originalità ma anche di pezzetti d’identità cementificati dal legame col territorio e Milano. Un rapporto che sembra, però, un po’ particolare. Come chiarisce Bottura, «avendo come location l’Idroscalo, quindi muovendosi in una zona non propriamente collocata nel Comune di Milano, in vent’anni il festival non ha mai ricevuto finanziamenti comunali né aiuti economici dalle istituzioni. Quanto ai trasporti, ad esempio, quest’anno abbiamo pagato noi Atm per prolungare il servizio venerdì e sabato sulla linea blu. E nel 2020 abbiamo piantato più di 200 alberi nel Parco della Vettabbia. Diciamo che, in generale, la nostra relazione con la città è un pochino monodirezionale: noi verso la città, meno la città verso di noi. Ed è un peccato perché Mi Ami è una risorsa enorme: con 30mila spettatori complessivi circa e una media di 100/200 euro di indotto teorico, la ricaduta sul territorio si assesta tra 3 e 6 milioni. Su 20 edizioni, facendo una stima conservativa - per cui nelle prime edizioni c’era meno pubblico e meno ricavi - e contando un milione e mezzo di indotto per edizione, su venti edizioni arriviamo in media a 30 milioni».

Credits: Kimberley Ross (@kimmika)

Non solo: il capoluogo lombardo è diventato anche una location dove le spese di organizzazione - ad esempio quelle d’accoglienza per gli artisti - sono cresciute di parecchio. «D’altra parte però siamo nati qui, è qui che abbiamo pensato e immaginato tutto, non potevamo vederlo in nessun altro posto e ci meritiamo che il nostro lavoro venga riconosciuto».

Perché oltre alla musica, Mi Ami è anche una fonte di stimoli preziosa: «Quando tutto finisce, le persone sanno di aver visto qualcosa che si porteranno dietro per tanto tempo, di aver vissuto un’esperienza forte», dice Bottura, «e di aver accumulato un sacco d’ispirazione: tanta gente, dopo il festival, ha deciso di iniziare a suonare uno strumento o fondare una band. O ancora di replicare, su scala più piccola, un evento simile al nostro».

Poplar, ecosistema virtuoso in evoluzione

La sensazione di sentirsi parte di una moltitudine che vibra e respira sull’onda delle stesse note è un elemento chiave anche di Poplar, festival non profit ideato nel 2017 a Trento da un gruppo di studenti universitari per implementare l’offerta culturale a disposizione dei giovani: «È nato un po’ come una festa tra amici, dalla sinergia tra due associazioni studentesche, Udu Trento e UNITiN, come qualcosa fatto da studenti e per studenti, un concerto gratis nel parco», chiosa Chiara Pasquali, project manager di Poplar. «Oggi è un laboratorio vivo di persone e competenze, che ha generato una crescita orizzontale che si riflette su tutta la città».

Credits: Benwksi

Il successo della prima edizione, il buon feedback della comunità e la spinta dal territorio a mettersi in gioco sono stati il detonante di anni di co-progettazione e innovazione: da un giorno di festival si è passati col tempo a quattro, dal Parco delle Albere si è approdati - dopo una serie di tappe intermedie, inclusa una formula speciale in periodo Covid per non perdere «la presenza di partecipazione e attivismo dell’evento» - al Doss Trento, è stato inserito un biglietto d’ingresso (con entrate contingentate per ragioni di sicurezza e un prezzo calmierato rispetto alla media dei ticket dei festival), il programma si è arricchito e a oggi dietro i tre palchi si muovono circa 350 volontari.

Non solo: all’evento principale - dal 10 al 13 settembre - si sono affiancati i talk di Poplar Cult e Poplar Utopia, spin-off che celebra l’unione tra musica e arte negli spazi del Mart di Rovereto. «Questo secondo progetto in particolare ha posizionato il festival in un range di appassionati d’arte contemporanea, aiutandoci quindi a raggiungere segmenti diversi da quelli usuali e conquistando chi magari frequenta eventi musicali ma preferisce manifestazioni musealizzate», sottolinea Pasquali. «I tre tasselli sono parte di un corpo solo, organi che lavorano in autonomia ma sono fortemente connessi».

Credits: Eyes of Eccel

A rendere Poplar unico nel suo genere è una line up che non si appiattisce sul mainstream, agganciando un target eterogeneo che va dai giovanissimi alle famiglie: «È il 70, 80% dell’identità del festival», precisa Luca Bocchio Ramazio, direttore artistico. «Ci lavoriamo senza soluzione di continuità da un anno all’altro, con una curatela fatta al 100% da noi, senza intermediazioni ed entrando in contatto diretto con gli artisti. All’inizio spingevamo solo sul repertorio nazionale, poi ci siamo fatti strada tra i festival internazionali multigenere». L’ispirazione è ai festival stranieri dove la componente “locale” è leggermente minoritaria rispetto a quella estera. E a pilastri della scena come il Primavera Sound, l’End of the road e il Into the great wide open.

«Sono tutte manifestazioni che vivono grazie a una comunità molto fidelizzata, che torna anno dopo anno», prosegue Bocchio Ramazio. «La nostra idea è proprio muoverci su questa strada, coltivando un parterre di spettatori che ritorna di edizione in edizione alla cieca. Lo vediamo già con gli abbonamenti del festival di settembre, che crescono di anno in anno sul numero degli acquirenti dei biglietti singoli. E poi, per il futuro, destagionalizzare l’offerta, consolidando le iniziative che abbiamo avviato finora e creando linee curatoriali diverse su tutto l’anno, senza spegnere il contatto con il pubblico».

Credits: j_alexx

Come per Mi Ami (e forse ancor di più), l’identità di Poplar è legata in maniera inscindibile al territorio. «Il Trentino ci ha dato l’opportunità di sperimentare, lasciandoci uno spazio che in altri posti con molti più stimoli e attività non avremmo avuto», fa eco Pasquali. «Abbiamo un forte legame con le amministrazioni locali e abbiamo sempre ricevuto in cambio collaborazione. Non penso ci sarebbe mai stato Poplar senza Trento. Dall’altro lato, invece, il festival cosa ha dato alla città? Beh, sicuramente ricadute economiche significative: riempie Trento, riempie hotel, campeggi e ristoranti. Ma non solo: forma e continua a formare professionisti e operatori culturali, si fa modello di riferimento per tanti altri eventi e palestra per chi, grazie proprio al lavoro di volontario ad esempio, ha poi scoperto una passione che ha fatto diventare una vera e propria carriera».

Red Valley Festival, la trasversalità premia

Trasversale è l’aggettivo giusto per il Red Valley Festival (13-15 agosto), nato ad Arbatax nel 2015 e di casa ad Olbia dal 2022, dove ha in parte alimentato i flussi turistici e ha prodotto un indotto medio per la città di 14 milioni circa, consolidandosi tra i festival di punta del Paese. «Tutto è partito dalla musica Edm, nella prima edizione hanno suonato Steve Aoki e Deorro. Quella è stata la matrice, fino a quando, nel 2019, c’è stata una virata verso il pop con Salmo»,spiega Luca Usai, event manager del festival.

«Oggi Red Valley è un festival cross-genere, che vede alternarsi pop, urban, elettronica e dance con il giusto equilibrio e che si guarda attorno, tra classifiche, mercato, trend, kermesse come Sanremo e scelte più fuori dal coro, per portare in scena il meglio del momento. Non solo big come Annalisa o Achille Lauro, ma anche voci internazionali, nomi storici che fanno sold out anche se poco presenti sulla scena e artisti magari poco forti sul piano dei biglietti come i Black Eyed Peas ma che nella dimensione live funzionano bene e fanno divertire chi paga il biglietto».

Edizione da record del Red Valley con 118.175 presenze e 50 artisti

Staccandosi dalla tradizione dei festival multi-stage, Red Valley concentra le performance su un solo, grande palco, alternando spettacoli (e generi musicali) tra loro spesso agli antipodi. Strategia che, seppur inizialmente, abbia fatto venire qualche dubbio agli organizzatori, si è poi rivelata vincente. Agganciando, come conferma Usai, un pubblico che va «dai ragazzi dai 16 ai 21 anni fino a 40enni e 50enni», con un «70% di partecipanti provenienti dalla penisola e un 30% circa dalla Sardegna».

Considerata anche la location, l’impatto sul territorio coinvolge evidentemente i flussi turistici. «Red Valley non poteva che esser fatto a Olbia ed esistere in quel determinato periodo dell’anno», precisa Usai. «Non è la principale motivazione per cui i turisti arrivano qui ma è sicuramente un elemento che completa l’offerta: la gente sceglie l’isola per fare le vacanze a prescindere, ma è motivata dal fatto che ha la possibilità di vedere, per quattro giorni e con un solo biglietto, tanti artisti contemporaneamente. E poi c’è il ritorno sull’indotto: gli hotel registrano più prenotazioni, i supermercati lavorano di più, gli operatori locali con cui collaboriamo riscontrano una massa di lavoro superiore alla norma».

La proiezione del festival sul futuro fa rima con work in progress. «In questi anni abbiamo cercato di ottimizzare al massimo l’esperienza, conservando l’essenza e cambiando di volta in volta piccole cose», chiude Usai. «Oggi, forse, serve qualcosa di più incisivo. Magari lavorare sul format o ragionare, ad esempio, sulla logistica, pensando a un palco a 360 gradi, riducendo gli slot degli artisti per farne esibire di più o allungando i tempi dei singoli concerti. In generale, la traccia resta tenere al centro Red Valley, senza spostare troppo il focus solo sui nomi che si alternano in line up».

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