Petrolio, la Nigeria si affida alla Cina per il rilancio delle sue raffinerie
dal nostro corrispondente Alberto Magnani
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La siccità è un fenomeno trasversale e si deve affrontare in modo sistemico. Gli impatti su approvvigionamento, agricoltura, capacità idroelettrica, navigazione interna, ecostistemi (e servizi connessi) sono molteplici e intrecciati a livello globale, con conseguenze dirette sulle attività umane. Per questo motivo deve essere fatto un lavoro a vari livelli, a cominciare da quello politico internazionale e locale, per gestire e adattarsi a nuove condizioni ambientali, parte del cambiamento climatico e dell’azione antropica. È questo il messaggio che si diffonde dal World Drought Atlas pubblicato dall’United Nations Convention to Combat Desertification (Unccd) in occasione della Cop16 di Riyadh contro la desertificazione del dicembre scorso. E che continua a offrire spunti di riflessione, per scelte proattive, non di mera reazione alle emergenze, alla vigilia di un’estate che anche quest’anno in Italia si preannuncia critica, soprattutto al Sud.
Voluto dal Joint Research Centre (Jrc) della Commissione europea e Unccd, e coordinato dalla Fondazione Cima (centro internazionale monitoraggio ambientale), il World Drought Atlas mette in luce gli aspetti più critici delle crisi idriche di questi ultimi anni, offrendo prospettive, «percorsi» ed esempi virtuosi di gestione del fenomeno a cui i policy makers possono guardare. L’Italia è un esempio di complessità gli impatti che la siccità degli anni 2022-2023 al Nord e 2024 al Sud ha portato su settori molto importati, a partire dall’agricoltura arrivando fino al razionamento dell’acqua per una parte della popolazione. Risale infatti al 2023 la nomina di un commissario straordinario nazionale per l’adozione di interventi urgenti connessi al fenomeno della scarsità idrica, Nicola Dell’Acqua.
«L’Italia si trova in una posizione difficile sia dal lato della disponibilità di acqua sia da quello dell’uso», spiega Edoardo Cremonese della Fondazione Cima: «Da una parte si trova al centro del Mediterraneo, un hotspot in cui il cambiamento climatico è già una realtà, e meno piogge e meno neve causano una disponibilità idrica nazionale sotto stress. Dall’altra ospita una società molto esigente per quel che riguarda l’acqua, per vari motivi: è in cima alle classifiche di consumo per gli usi principali, civili e irrigui, che coprono l’85% di quelli attuali. Quindi utilizziamo tanta acqua ma ne abbiamo sempre meno: per poter gestire questo bilancio dobbiamo guardare a un orizzonte più lontano e affrontare le cause per ridurre i rischi.
Continua Cremonese: «È in corso uno sforzo di coordinamento della governance nelle varie componenti amministrative, politiche, tecniche. Sarà necessario un lavoro sulla semplificazione del quadro normativo, che contribuisce a una gestione complicata. E sui numeri, per colmare il gap informativo sugli usi, per i quali ora abbiamo stime. Sarà infine indispensabile la disposizione di capitali sia economico-finanziari che politici, in modo che consentano di mettere in agenda scelte importanti sulla gestione dell’utilizzo dell’acqua».
I dati dell’atlante contribuiscono alla definizione (e alla necessità urgente) di nuovi obiettivi di water resilience, date le stime di perdite economiche legate alla siccità (+124 miliardi di dollari all’anno a livello globale) e l’incremento di durata del fenomeno: l’Italia ha registrato un aumento del 45% dei giorni di siccità estrema nell’ultimo decennio, un dato che la rende uno dei Paesi più colpiti in Europa.